"Mai senza mia figlia" di Betty Mahmoody

Se c’è una verità sulla letteratura, è che le storie vere colpiscono il lettore sempre di più della pura narrativa. La ragione non è difficile da intuire; quando si legge di fatti realmente accaduti si è per forza di cose coinvolti di più nel racconto. Questo effetto si raggiunge soprattutto se alla semplice biografia/autobiografia si aggiunge qualche componente romanzesca che, pur in maniera verosimile a quello che può essere la realtà, aggiunge pathos e drammaticità alla quotidianità. Non tutte le storie possono diventare romanzi; ci vuole, ovviamente, un racconto personale che possa risultare in qualche modo interessante, diverso, entusiasmante, non certo la vita ordinaria di chiunque insomma. Quando si riesce ad avere tutti questi elementi insieme, tuttavia, il risultato può essere davvero esplosivo e trasformarsi in un’opera di successo, sia per il pubblico che per la critica, con un seguito importante, come ad esempio trasposizioni cinematografiche o televisive. Questo fu il caso del romanzo autobiografico di Betty Mahmoody, scritto insieme al giornalista William Hoffer, “Mai senza mia figlia”, pubblicato nel 1993 e trasposto in un film omonimo con Sally Field nel ruolo di protagonista e Alfred Molina nel ruolo del marito.

Betty, donna forte e intraprendente, nel 1984, è felicemente sposata con Moody (un medico iraniano che da vent'anni vive in America), e ha una bambina di nome Mahtob. La loro vita sembra perfetta fino a quando una telefonata dei parenti di lui, a Teheran, lo convince a far loro visita per due settimane e fargli conoscere moglie e figlia. I parenti di Moody sono tutti musulmani fervidamente praticanti, di mentalità chiusa, che vivono male l'integrazione di lui negli Stati Uniti. Così, giorno dopo giorno, cercano di coinvolgerlo sempre di più nel seguire con loro le preghiere al mattino, a fargli riacquisire alcune vecchie abitudini, da tempo abbandonate. Nel momento in cui viene licenziato, decide che la sua famiglia non sarebbe ripartita mai più. Per Betty è la fine: cerca di ribellarsi, ma viene continuamente controllata da tutta la famiglia di Moody, lui da padre e marito affettuoso e premuroso diventa prepotente, intollerante, manesco, e la opprime fisicamente e psicologicamente. Betty non sa più di chi fidarsi per uscire dall'incubo, quando a un certo punto intravede una via d'uscita.

Scritto con uno stile molto scorrevole, il racconto autobiografico è sicuramente avvincente, soprattutto nel descrivere la fuga e l’esodo di Betty e sua figlia. Qualche nota negativa la si può trovare nella descrizione della civiltà iraniana, vista fin da subito dalla protagonista come inferiore e quasi selvaggia. Tuttavia, quest’opera rappresenta uno sguardo inedito su uno dei periodi più particolari della storia dell’Iran, il passaggio dalla monarchia dello Scià a stato islamico, che ebbe luogo proprio negli anni 80 quando il romanzo è ambientato. Interessante è anche la rappresentazione del ritorno alle origini del personaggio maschile Moody, che rinnega la sua evoluzione americana, per riabbracciare una cultura islamica più fondamentalista, cambiando persino carattere agli occhi della moglie e della figlia, diventando il tipico stereotipo del padre/marito padrone. Il tutto confluisce in un’autobiografia sicuramente romanzata, che non perde però il suo valore letterario.

Betty Mahmoody, con William Hoffer, Mai senza mia figlia, Sperling Kupfer, 1993

 

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