Letter from an imaginary man: il confine tra l'amore e il sogno

L’arte è stile. Lo stile al quale Proust pensava come unico mezzo di espressione della propria interiorità. L'immaginario personale che prende forma di atto artistico. La visione che si esteriorizza.
Conoscere un’artista vuol dire conoscere uno stile e, di fatto, conoscere uno stile vuol dire entrare in contatto con una determinata concezione della realtà, collidere con delle sfumature di significato, prendere coscienza di un pensiero delicato e prezioso, così permeato da tutte le forze che circondano la quotidianità, specchio e tramite dei più alti sentimenti, critica e analisi dei più pervadenti costrutti sociali.
Conoscere un artista è importante.

Siamo allo spazio Oberdan di Milano, dove è in corso il Filmmaker Festival, che prevede la proiezione di tre mediometraggi indipendenti. In particolare, siamo presenti per la proiezione di Letter from an imaginary man di Matilde De Feo, prodotto da Giuseppe Beneduce e in collaborazione con Marechiaro Film, un’opera sperimentale dal carattere onirico e sognante ma anche personale e a tratti disillusa, in grado di interrogarsi con leggerezza (ma non per questo con superficialità) sulla necessità e il bisogno d’amore individuale, nonché sull’impersonalità della sua veicolazione e sull’ artificiosa costruzione dei significati attribuitigli.

Rischiamo di arrivare in ritardo perchè, si sa, la SS 36 nasconde insidie ad ogni curva. Eppure arriviamo. E dopo qualche occhiata guardinga alla cassa ci viene concessa l’entrata in sala, dove l’atmosfera ci appare subito raccolta, intima, quasi contemplativa.
Nessuno parla. Nessuno bisbiglia in quest’universo parallelo basato sulla reverenza e sul rispetto dell’arte. Le opere si susseguono senza pause, intervallate quasi unicamente dai loghi delle case di produzione.
Poi il film di Matilde inizia.

Letter from an imaginary man non è una storia, non è un prodotto tipicamente narrativo, ma è frutto di un approccio anticonvenzionale alla settima arte e all’apparato cinema stesso, che va dal profilmico alle modalità distributive, dalla scelta degli attori alle tecniche di regia e alla colonna sonora patinata, curata alla perfezione da Ferruccio Spinetti e Petra Magoni.
Storie d’amore. Storie d’amore a se stanti, così vere da risultare incredibili, in un continuo scambio tra sogno e realtà, tra vita e cinema. Storie che non sono storie, narrate come si narrerebbe un poema epico. Un confine: quello tra realismo e finzione, tra documentario e cinema narrativo. Un confine che risulta ambiguo e imprecisabile, sfuggente e carezzante, per quello che potrebbe essere definito impropriamente come “fintomentario”, ma che in realtà è ben altro: qualcosa di accogliente, qualcosa di familiare e aperto a più chiavi di lettura, le quali sembrano tutte sfuggire per poi rinchiudersi in una busta che apriremo solo quando ci sentiremo pronti.

Il film finisce.
Troviamo Matilde. Lei ci sorride e ci concede un appuntamento al bar per parlare delle sue opere e di questa sua ultima fatica. Un atto formale in un contesto informale.
Una lettera d’amore raccontata davanti ad una telecamera.

Leave a reply

*