Melodramma su due ruote

Se per Gramsci il melodramma italiano, ad un certo punto, si era realizzato come “forma popolare di comunicazione artistica”, ed aveva rappresentato l'unico prodotto artistico nazionale-popolare, ricomprendo la funzione altrove assolta dalla letteratura ed in particolare dal romanzo popolare; parlando del ciclismo possiamo notare come esso nei primi decenni del XX secolo abbia assunto, pur non essendo un prodotto artistico bensì uno degli strumenti simbolo della modernità, una funzione nazionale-popolare equiparabile a quella avuta dal melodramma di cui parlava Gramsci. In Italia il romanzo non riuscì mai a raggiungere un'importanza primaria come genere letterario e l'opera lirica dunque ne fece le veci. L'opera lirica, in particolar modo con il giovane Verdi, accolse la tematica risorgimentale ed il sentimento della nazionalità, portando alla ribalta figure sociali subalterne che rappresentavano, in un'Italia ancora da costruire, la stragrande maggioranza della popolazione. La lirica finì così per unire un popolo che unito non era. L'avvento della bicicletta agli inizi del '900, in concomitanza con uno sviluppo industriale in grave ritardo rispetto a molte altre realtà europee, e le successive corse ciclistiche finirono per divenire, così come il melodramma, il luogo d'incontro e di riconoscimento per un ampio strato della popolazione. Questo non solo perchè la bicicletta, simbolo della velocità dei tempi, dopo essere stata il nuovo mezzo della borghesia divenne lo strumento di trasporto per eccellenza della classe operaia, ma anche perchè i protagonisti delle corse erano persone comuni che, una volta in sella, si trasformavano divenendo gli eroi della strada, lontani parenti dei personaggi messi in scena da Verdi.

Tra il 1900 e il 1912 aumentò il numero di biciclette in Italia, fino ad arrivare a circa un milione di esemplari. Il 1912 fu anche l'anno di nascita del Guerin sportivo, rivista sportiva tuttora esistente più longeva del mondo che, affiancandosi alla Gazzetta dello Sport, permetteva agli italiani di rivivere le corse, poiché dava un volto ai personaggi delle lunghe descrizioni narrative attraverso le immagini. La prima corsa a tappe a livello nazionale era stata organizzata tre anni prima, nel 1909, dall'idea del giornalista Tullo Morgagni. Il Giro d'Italia andava ad affiancarsi all'altro grande evento europeo nato poco prima in Francia, il Tour de France. La corsa italiana divenne fin da subito un evento molto seguito e finì per diventare un esempio emblematico del tempo libero degli italiani dell'epoca. L'importanza del Giro era dovuta alla popolarità della bicicletta ma anche ai corridori che vi prendevano parte. I pionieri delle corse infatti erano individui ordinari, molto spesso appartenenti alla classe operaia che finivano quindi per diventare il simbolo identitario di quella parte del paese che aveva nella bici il suo mezzo di trasporto giornaliero proprio nel frangente in cui l'automobile stava diventando lo status symbol della classe borghese. “Il re del fango” Ganna contro “Lo scoiattolo dei Navigli” Galetti, “Baslott” Rossignoli contro “Il diavolo rosso” Gerbi, “Il trombettiere di Cittiglio” Binda contro il “Campionissimo” Girardengo. Personaggi e soprannomi che a forza di pedalate andavano ad arricchire l'immaginario comune, corridori che diventavano uomini straordinari e che attiravano le simpatie della folla urlante a seconda della loro provenienza territoriale e sociale. L'italia si divideva nelle tre settimana del Giro, mentre i corridori attraversavano l'Italia lasciando dietro di loro una scia di racconti in cui la distanza tra realtà e fantasia era sempre meno marcata. Una di queste storie divenuta poi mito è quella di Costante Girardengo, messa in versi da Francesco De Gregori.

Due ragazzi del borgo cresciuti troppo in fretta / un'unica passione per la bicicletta / un incrocio di destini in una strana storia / di cui nei giorni nostri si è persa la memoria / una storia d'altri tempi, di prima del motore / quando si correva per rabbia o per amore / ma fra rabbia ed amore il distacco già cresce / e chi sarà il campione già si capisce”.

Con Il bandito e il campione De Gregori ci racconta la storia di due compaesani uniti dall'amore per la bicicletta: il “Campionissimo” Costante Girardengo e il bandito Sante Pollastro. Quella dei due amici d'infanzia che ad un certo punto prendono due strade diverse è da considerarsi pura licenza poetica, dato che tra i due intercorrono sei anni di differenza. Sembra tuttavia che le loro strade si incrociarono una volta a Parigi dato che il massaggiatore di Girardengo aveva allenato Sante Pollastro da giovane. Nonostante il mito vuole i due molto amici, in realtà quello che accomunò i due fu la fuga: il Campione in fuga dagli avversari, il Bandito in fuga dalla legge. Ma mentre la fuga dalla legge di Sante Pollastro venne interrotta dall'arresto, quella di Costante proseguì, portandolo ad essere una leggenda del ciclismo. Tuttavia la vera fuga che accomuna i due personaggi, rendendoli protagonisti di uno dei tanti melodrammi post-industriali legati al mondo del ciclismo è la fuga dalla miseria. E' la fame vera, quella dell'Italia di inizio Novecento, dove il lavoro è duro e mal retribuito, dove le famiglie sono numerose e ci sono troppe bocche da sfamare, che spinge l'uno verso la malavita e l'altro verso la gloria. La gloria in uno sport in cui le storie e i racconti si impolpano di lirica ottocentesca, sfuggendo il più delle volte alla banale distinzione tra vero e falso.

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