"Mia lingua italiana" di Gian Luigi Beccaria - dall'unità linguistica all'Unità

[La voce narrante di seguito è un personaggio fittizio, così come tutti gli altri personaggi che interagiscono nel breve intreccio che segue. Gli episodi sono frutto della mia fantasia, senza alcun legame con la realtà, pertanto rilassatevi e godete di questo chupito. Se è la prima volta che vi imbattete in questa rubrica e vi appassiona la parte romanzata, vi invitiamo a seguirla dal suo primo capitolo che potete trovare qui]

La porta aveva sbattuto con violenza e Virginia si era accasciata sul pavimento dell’ingresso. Non riusciva a smettere di tremare e sentiva il cuore esplodere in gola un rimbombo dopo l’altro. Ma cosa si era messa in testa di fare? Uscire? No, non era più cosa per lei. Nemmeno fare le scale per arrivare all’ingresso sembrava ormai fattibile.
Era riuscita a fare circa una decina di passi, mentre le pareti si restringevano intorno a lei e il soffitto le crollava addosso, prima che il tutto diventasse nebuloso e l’unica cosa messa a fuoco fosse il suo panico. Non sapeva nemmeno come avesse fatto a rientrare, perché l’ultimo ricordo erano le gambe paralizzate.

Che vita è, aveva pensato appena era riuscita a formulare pensieri coerenti. Si era messa a piangere in posizione fetale sul pavimento finché non era riuscita a percepirne abbastanza la durezza e la freddezza da volersi alzare. Ancora con le gambe tremanti aveva raggiunto il divano. Doveva pensare ad altro. Il libro sarebbe rimasto nella cassetta della posta, lo avrebbe portato su Adriano al suo ritorno… no, no, non doveva pensare, era peggio. Aveva allungato la mano verso la pila di libri vicino a lei, prendendo il più leggero e sottile. Non avrebbe retto nemmeno con le braccia il peso di un testo più voluminoso, e aveva bisogno di distrarsi. La copertina pulita ed essenziale le infondeva un senso di calma, e sotto al titolo era riportato un estratto interessante, che iniziava con: Per prima è venuta la lingua...

Mia lingua italiana di Gian Luigi Beccaria è un piccolo testo che tratta un grande argomento.

Può una lingua essere fautrice di una nazione, e non viceversa? Nel caso della nostra Italia, è esattamente così che è andata. Il nostro pare essere un caso particolare sotto diversi aspetti.

Il primo aspetto è appunto la giovinezza della nazione: quando altri Stati europei vantano la formazione in tempi ormai remoti, l’Italia ha poco più di centocinquant’anni. Da questo punto l’idea: come si è formata? Sappiamo che è stata prima un desiderio portato avanti da intellettuali e politici (prima che dagli abitanti) ma abbiamo forse meno chiaro il principio che argomenta Beccaria: prima degli ideali condivisi di tipo economico, politico e sociale, c’era un ideale di compattezza e unità di tipo linguistico. La nostra tradizione letteraria infatti precede di moltissimo la tradizione unitaria, e non solo: infatti il nostro caso è celebre.

Qui entriamo nel secondo aspetto del nostro caso: la continuità. Infatti, se l’inglese, il francese e lo spagnolo del medioevo necessitano di traduzione per il lettore moderno, noi leggiamo Dante con grande facilità. Il nostro vocabolario era infatti, riporta Beccaria, già praticamente completo negli anni di Dante, Petrarca e Boccaccio, e grazie a loro.

I secoli avrebbero portato gli intellettuali a considerare l’italiano colto una lingua di pregio, e primo elemento di unione dalla Lombardia alla Sicilia. Ci sarebbe stato poi un rapporto di interscambio con i dialetti locali, vera lingua madre degli abitanti, per arrivare al nostro lessico. Questo percorso viene analizzato in particolare nel saggio, portando a riferimento le opinioni trascritte degli intellettuali, poeti e scrittori dell’epoca dell’Unità o precedenti, chiunque di importante avesse trattato il tema.

La struttura del testo è di fatto quella di un piccolo pamphlet come se ne potevano trovare ai tempi: un’ottantina di pagine che trattano un unico tema, con suddivisione in paragrafi senza titolo e uno sviluppo lineare fortemente argomentato e supportato da riferimenti bibliografici.

Il lessico: si parla di lingua italiana in lingua italiana. Qui si può essere tratti in inganno: perché il professor Beccaria scrive in italiano ma non sempre in italiano corrente, o meglio, non l’italiano corrente di chi sta scrivendo questo pezzo (e probabilmente anche di chi lo sta leggendo).

Non saprei nemmeno se muovere una critica a questo riguardo. Non si usano infatti espressioni cadute ufficialmente in disuso, ma di fatto di scarso utilizzo. A volte questo rende la lettura più pesante e meno scorrevole. Ma è un vero male? O il mio è l’inizio di una dimenticanza della complessità e delle sfumature del nostro linguaggio, che quando viene sfruttato fa strano?

Questa mia riflessione personale può essere anche la vostra oppure no, ma mi sembrava adeguato inserirla in un contesto di cui di questo si parla: le nostre parole, il nostro vocabolario, che si sta restringendo come di fatto si sta restringendo l’Unità nazionale. Foscolo e Leopardi sono morti da tempo, e non solo fisicamente.

Leave a reply

*