Michele Mari - il poeta

Michele Mari, milanese, classe 1955, è un autore molto prolifico. Ha pubblicato più di quindici romanzi, qualche opera teatrale, circa tre volumi di fumetti, diversi saggi, moltissime traduzioni e due raccolte di poesie. Ed è proprio di queste ultime che mi vorrei occupare.

Cento poesie d'amore a Ladyhawk Dalla cripta escono rispettivamente nel 2007 e nel 2019, entrambe per Einaudi. Sono le uniche due raccolte poetiche pubblicate da Mari e sono due esempi antitetici di ciò che il maestro è in grado di produrre. Più che antitetiche, anzi, sono raccolte complementari. Estremamente diverse l'una dall'altra, non sono in opposizione ma si completano: leggendole entrambe esploriamo tutto lo spettro poetico di cui è capace Mari, passando attraverso versi profondamente differenti.

Cento poesie d'amore a Ladyhawk si configura come una raccolta di poesie coraggiose poiché riesce ad affrontare in maniera esclusiva e totalizzante il più usurato dei temi: l'amore. È un volume ricco di contraddizioni: colto e citazionistico, ma immediato alla lettura, autobiografico, romantico e sentimentale nella tonalità di fondo, ma attraversato da un'ironia palese. Testimonianza di un'ossessione privata, ma anche lucida analisi dei mostri che possono dominare la mente dell'uomo. Mari riesce a dar vita ad un connubio perfetto tra le nevrosi del mondo contemporaneo e la stilizzazione di una storia senza luogo né tempo, rivitalizzando senza mai scadere nel banale la tradizione latina, medievale e moderna.

L'elemento pop è estremamente presente, come si nota già dal titolo. Ladyhawk è la donna dell'omonimo film di Richard Donner costretta da una maledizione a non poter mai incontrare in forma umana il suo amato. Così come la coppia del film, anche il poeta è destinato a vivere nell'impossibilità di realizzare la sua storia d'amore. Impossibilità o paura di rendere reale ciò che è ideale, di far scadere nel concreto e banale ciò che è perfetto: non è chiaro quale delle due. Situazione che dà luogo ad un limbo perpetuo in cui si è persa la possibilità di realizzazione, ma anche quella di idealizzazione.

I componimenti sono brevi e taglienti, spesso ironici e dissacranti. Lo stile è libero ed assomiglia a quello tipico della slam poetry, d'impatto e diretto, impreziosito da citazioni sia mitiche/mitologiche (si parla di Ade, dell'Olimpo, di Proserpina, di Onan, di Giulio Cesare e di Artù, ma anche del Decameron, di Poe, di Cavalcanti) sia pop, riferite appunto a film (Il cavaliere della valle solitaria, Ladyhawk, si citano Sergio Leone e Clint Eastwood), alla musica, al teatro (La classe morta di Kantor), alla cultura di massa (si cita il Mulino Bianco e Wild Bill Hickok e i Tre porcellini) e al gioco del poker che l'autore ama.

Tra le più rappresentative:

Arrivati a questo punto

dicesti

o si va oltre

o non ci si vede mai più

 

Non capivi che il bello era proprio quel punto

era rimanere

nel limbo delle cose sospese

nella tensione di un perenne principio

nel nascondiglio di una vita nell'altra

 

Così il mio contrappasso di pokerista

è stato perdere tutto

appena hai forzato la mano

Oppure

Come un serial killer

faccio pagare alle altre donne

la colpa

di non essere te

e

Nella mia testa

c'è sempre stata una stanza vuota per te

quante volte ci ho portato dei fiori

quante volte l'ho difesa dai mostri

 

Adesso ci abito io

e i mostri sono entrati con me

Questo è ciò che ci propone Mari ne Cento poesie d'amore a Ladyhawk. Dodici anni dopo esce Dalla cripta e veniamo subito messi in guardia dalla quarta di copertina: "L'autore di Cento poesie d'amore a Ladyhawk torna a pubblicare un libro di poesia. Ma attenzione: il libro è completamente diverso". Il volume racchiude poesie che l'autore ha composto durante tutta la sua vita, a partire dal 1979 ad oggi. Sono suddivise in Rime amorose, Altre rime, Esercitazioni comiche, Scherzi e Versi d'occasione.

Lo stile è completamente diverso. Troviamo per la maggior parte sonetti in endecasillabi a rima alternata, alcuni liberi, qualche canzone, una stanza e un paio di settenari e ottonari (a volte baciati, a volte no). A titolo di esempio, dalle Rime amorose:

Quando l'autunno carco di presagi

s'appresta ad incontrare il duro inverno

tutta è già scritta in natural quaderno

l'onta dei giorni suoi mesti e randagi.

 

Ma se un arcano con sue torte ambagi

svelle dall'anno l'inconcusso perno

le stagioni sciogliendo dall'Averno

che le rilega in sempiterne stragi:

 

vedresti allora il tempo declinante

riconfortarsi ai zefiri orientali,

e il rosso della foglia vacillante

 

ritingersi di verde, ché son tali

nel sogno d'ogni core che sia amante

d'autunno e primavera gli sponsali.

Questo è ciò che troverete nel secondo volume del Mari, ma non solo. La sua vena pop e politicamente scorretta torna sempre, soprattutto nelle Esercitazioni comiche e negli Scherzi, tuttavia in questo stile simil-aulico nonostante le tematiche affrontate che possono scadere nella descrizione di un salvaslip sporco, di una ricetta per la cicoria o di una donna di facili costumi. Esilaranti sono le note a piè di pagina in cui l'autore contestualizza le situazioni descritte in versi, rendendo accessibili ai lettori citazioni altrimenti incomprensibili.

MARI Michele, writer.photo: © BASSO CANNARSA

Il volume si conclude con l'Atleide e il XXIV canto dell'Iliade di Omero riscritto dal Mari in endecasillabi sciolti. In queste pagine si gioca veramente il tutto per tutto tra genio e follia.

L'Atleide è un poema in endecasillabi sciolti che narra le prodezze di Mark Hateley, attaccante inglese del Milan nella metà degli anni Ottanta. Sì, avete capito bene. In perfetto stile epico (comprensivo di epiteti, patronimici e quant'altro), l'autore ripercorre le gesta del calciatore durante una partita con l'Inter. Così descrive per esempio il fallo subìto dal calciatore:

Come sull'almo collo ei sentí il fiato

del simile a una scimmia Francineo,

tutto alla sfera s'affisando aerea

di lui non fe' gran caso, e proprio in quella

che il balzo all'incornar spiccava in suso,

acerba piaga ahi gl'infliggeva il crudo

giungendolo al ginocchio, e orrendamente

si lacerò il menisco crepitando.

L'autore scrive più di mille versi prima di abbandonare l'impresa.

Il volume si conclude, come accennavo prima, con una rivisitazione del XXIV canto dell'Iliade di Omero, riproposto in maniera magistrale dal Mari.

Sembra dunque di aver a che fare con due autori differenti. La grandezza di Mari sta proprio nel saper scrivere in maniera eccelsa qualsiasi cosa lo ispiri. Mentre nel primo volume ci raffrontiamo con un autore ferito, pensieroso, rabbioso e alle volte beffardo, nel secondo volume conosciamo la sua parte più sicura, quella che ostenta la sua bravura. Il secondo volume sembra un lunghissimo esercizio di stile con il quale il Mari prova di potersi permettere qualsiasi cosa, di poter scrivere di qualsiasi argomento con sagacia, irriverenza, profondità, piegando lo stile al suo volere, utilizzando il linguaggio come nessun altro ha saputo fare prima, prendendosi gioco dei canoni e delle aspettative del suo pubblico.

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