"Il Ministero della Suprema Felicità" di Arundhati Roy

Non tutti i grandi scrittori sono molto prolifici; diversi sono quelli che preferiscono puntare sulla qualità della loro opera piuttosto che la quantità. Ovviamente, sono da apprezzare anche gli autori che scelgono di rimanere fedeli al loro pubblico, sfornando un libro dopo l’altro e non lasciando mai lo scaffale della libreria a loro dedicato senza un titolo nuovo. E’ indubbio però che saper tenere i lettori in sospeso, scrivendo un romanzo molto di successo, e poi sparire dalle scene ha il suo fascino e crea una considerevole dose di attesa e aspettativa. Alcuni non hanno proprio più pubblicato dopo la loro opera prima, mentre altri per fortuna, seppur dopo molti anni, hanno continuato la carriere narrativa. Uno dei casi più recenti riguarda la scrittrice e attivista indiana Arundhati Roy.

Nata nel 1961 nella regione del Kerala da padre induista e madre cristiana, inizia la sua carriera come attrice e poi sceneggiatrice a Bollywood. Il suo primo romanzo, “Il dio delle piccole cose”, opera in parte autobiografica, uscì nel 1997, in concomitanza con il cinquantesimo anniversario dell’Indipendenza Indiana. Fu un un successo internazionale, vincendo anche diversi premi tra cui il Booker Prize. In seguito, la Roy si dedicherà principalmente alla scrittura di saggi legati al suo impegno politico, nel campo dei diritti umani, dell’ambiente e del movimento antiglobalizzazione. Chi se lo aspettava che sarebbe tornata alla narrativa, e con un’opera poi così squisitamente riuscita, come “Il Ministero della Suprema Felicità”, uscito a giugno di quest’anno?

La trama è forse una della parti più complesse che compongono il libro; si tratta infatti di un’opera corale. Il ministero della suprema felicità ci accompagna in un lungo viaggio nel vasto mondo dell’India: dagli angusti quartieri della vecchia Delhi agli scintillanti centri commerciali della nuova metropoli, fino alle valli e alle cime innevate del Kashmir dove la guerra è pace, la pace è guerra e occasionalmente viene dichiarato lo «stato di normalità». Anjum, nuova incarnazione dell’ermafrodito Aftab, srotola un consunto tappeto persiano nel cimitero cittadino che ha eletto a propria dimora. Una bambina appare all’improvviso su un marciapiede, poco dopo mezzanotte, in una culla di rifiuti. L’enigmatica S. Tilottama è una presenza forte ma è anche un’assenza amara nelle vite dei tre uomini che l’hanno amata: tra loro Musa, il cui destino è indissolubilmente intrecciato al suo.

Dopo il suo primo romanzo, fortemente condizionato dalla sua infanzia nel Kerala e che tratta sostanzialmente di una storia d’amore, Arundhati Roy ritorna alla narrativa con un’opera molto complessa e impegnata, dove si legge appunto tutto l’interessa dell’autrice per alcune cause, quali il separatismo del Kashmir e la tolleranza religiosa. Molto impariamo su come in uno stato grande praticamente come un continente quale è l’India, non sempre la convivenza tra popoli e culture diverse sia semplice, anzi. Molti sono gli emarginati, chi per religione, chi per sessualità, chi per casta, e proprio di loro racconta la Roy, della loro costante lotta quotidiana alla ricerca del più semplice e allo stesso tempo difficile degli obiettivi: la felicità.

Arundhati Roy, Il Ministero della Felicità, Guanda, 2017

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