Monsieur Leonard V.

Tutte le vicende umane susseguitesi nel corso dei secoli, di maggiore o minore interesse che siano agli occhi di chi ne viene a conoscenza, sono state messe per iscritto o raccontate, magnificate ed avvilite, rielaborate, alterate fino ad essere talvolta trasfigurate completamente attraverso la letteratura, la musica, il cinema, ed ogni altra forma d'arte. Vi sono poi delle storie talmente mirabolanti e misteriose che, pur non riuscendo a sfuggire alla forza della “messa in opera”, la loro semplice narrazione è in grado di far fantasticare su di esse. Storie di ideali, di illusioni, di smarrimenti e di ritrovamenti. Tutto questo rappresenta la vicenda del furto della Gioconda e dell'uomo che rubandola la rese immortale. La Gioconda, opera figurativa ed enigmatica, rappresenta oggi uno dei quadri più celebri e conosciuti in assoluto. L'opera, portata in Francia da un Leonardo non completamente soddisfatto del dipinto, venne acquistata, insieme ad altri ritratti, da Ferdinando I il quale la sistemò nel castello di Fontainebleau. Passata dalla reggia di Versailles alla camera da letto della moglie di Napoleone, la Monna Lisa raggiunse il Musée du Louvre quando questo divenne il simbolo culturale della rinascita francese del 1789 dopo il buio del vecchio regime. Fu qui che, agli inizi del XX secolo, il dipinto avrebbe alimentato il suo mistero legando il suo destino a quello di un decoratore italiano. Vincenzo Peruggia venne assunto dalla ditta del Signor Gobier con il compito di pulire e coprire con dei cristalli i quadri presenti nel museo. Immigrato in Francia anni prima, Peruggia era venuto in possesso di una lista di opere trafugate da Napoleone durante la Campagna d'Italia. Sbeffeggiato per la sua condizione di immigrato in Francia egli ritenne di doversi vendicare dei francesi trafugando un'opera d'arte al Louvre, restituendo così al suo Paese almeno una delle opere nella lista. La scelta ricadde sulla Gioconda per una semplice questione di dimensioni: le altre opere della lista, che circondavano la Gioconda, erano troppo grandi per essere portate via da una sola persona, mentre un ritratto di 77 centimetri per 53, risultava sicuramente più agevole. Fu così che la mattina del 21 agosto del 1911, giorno di chiusura del museo, eludendo il custode, entrò nel Salon Carrè, staccò il quadro appeso fra un Tiziano e un Correggio e, attraverso una scala di servizio, raggiunse il piano superiore. Tolse la cornice, nascose la piccola tavola sotto il cappotto e tornò a casa. Sistemata l'opera in un vano della sua scrivania, infilò camicia e giacca e tornò al museo per il turno di pulizia. Nello stesso momento, il pittore Louis Béroud e l’incisore Frédéric Laguillermie, da poco arrivati al Louvre per studi e ricerche, notarono che la Gioconda non era al suo postoDopo un primo momento, in cui pensarono che l'opera era stata spostata per essere fotografata, avvisarono il brigadiere il quale fece chiudere il museo. Il panico prese il sopravvento data anche l'assenza in città di figure istituzionali di rilievo: il signor Homolle, direttore dei musei nazionali, era in vacanza, mentre il sottosegretario alle Belle arti del governo francese Dujardin-Beaumetz, lasciando l’ufficio giorni prima per andare in campagna, aveva dato disposizioni di non essere disturbato dai funzionari, “a meno che il Louvre bruci e la Gioconda sia rubata”. Gli interrogatori furono centinaia, così come le case perquisite, ma le indagini, condotte dal prefetto di polizia Lépine, non portarono al ritrovamento dell'opera trafugata. Giustificata inizialmente la chiusura del Louvre per un problema alle tubature, la notizia cominciò a circolare il giorno seguente ed esplose in tutte le prime pagine dei giornali, facendo finire la crisi di Agadir, che vedeva Francia e Germania sul piede di guerra, in seconda pagina. Proprio la crisi tra i due paesi incoraggiò l'ipotesi che forse a rubare l'opera erano stati agenti stranieri, inviati dal Kaiser Guglielmo II, in segno di sfida alla nazione francese. Fra gli oltre mille sospettati, non mancarono personaggi celebri. Uno dei primi ad essere sospettato del furto fu il poeta Giullaume Apollinaire, data la sua vicinanza al futurismo che lo aveva portato a dichiarare di voler distruggere i capolavori di tutti i musei per far posto all'arte nuova. Mentre veniva perquisita la sua abitazione, Apollinaire finì realmente nei guai poiché furono rinvenute delle statuette fenicie che l'ex segretario del poeta, tale Gery Piéret, aveva dichiarato, autodenunciandosi, di averle rubate anni prima proprio al Louvre. Il poeta, arrestato e dopo una decina di giorni rilasciato perché non colpevole del furto, si sarebbe poi arruolato volontario per la Grande Guerra, anche per riabilitare la propria immagine dopo quella spiacevole vicenda, e vi avrebbe perso la vita. Le statuette finirono per coinvolgere nel “caso Monna Lisa” anche un giovane amico di Apollinaire, Pablo Picasso, al quale il poeta aveva prestato le statuette. Finita la bufera, Picasso avrebbe in seguito ripensato divertito a quei momenti coniando per gli amici la battuta: “Vado al Louvre, serve niente?”. Nel frattempo la Gioconda non si trovava e, nel momento in cui Parigi veniva messa sottosopra, l'oscura vicenda accresceva il fascino misterioso dell'opera leonardiana facendola diventare, in negativo e per reazione, il quadro più famoso del mondo. Mentre nei giornali si susseguivano illustrazioni della Gioconda in Austria, in Medio Oriente, in Spagna, in America, mentre il chiodo e lo stesso spazio vuoto dove si trovava il quadro divenivano essi stessi opere d'arte, visti e venerati da migliaia di persone, Monna Lisa riposava placidamente nell'appartamento di Peruggia. L'uomo più ricercato di Francia nel frattempo escogitava il modo di restituire l'opera all'Italia. L'occasione si presentò quando, nel 1913, un noto collezionista fiorentino annunciò di voler organizzare una mostra di opere provenienti da collezioni private. Peruggia non perse tempo e scrisse una lettera al collezionista, firmata Monsieur Leonard V. : "Il quadro è nelle mie mani, appartiene all'Italia perché Leonardo è italiano". Fissato l'appuntamento in un albergo fiorentino, il collezionista Alfredo Geri capì subito di avere tra le mani l'opera originale. Il giorno seguente Peruggia, che attendeva orgoglioso i giusti onori per aver riportato il quadro agli Uffizi, venne invece raggiunto da un mandato d'arresto. Incalzato, prima di essere condanato a sette mesi di carcere, circa le ragioni che lo avevano spinto a rubare la Gioconda, Peruggia affermò:Allora ho pensato che era lunedì, cioè la giornata buona per restituire all'Italia uno dei tanti capolavori che la Francia le aveva rubato con quel ladro di Napoleone. Ho rubato la Gioconda, sono come Napoleone. Un mito è quello che qualcuno decida diventi un mito e, nonostante l'ideale patriottico gli si fosse ritorto contro divenendo mera illusione, il decoratore italiano aveva contribuito inesorabilmente alla creazione di un mito.

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