Mudhoney, un tuffo nell’epoca grunge

Quando parliamo e sentiamo parlare di grunge la mente torna agli anni 90, a quello che fu Kurt Cobain per i giovani di quei tempi e a ciò che facevano i Pearl Jam e i Soundgarden. Ma nel 2015 possiamo ancora parlare di grunge?

Ovviamente sì e i Mudhoney sono l’esempio concreto. Dopo più di 25 anni di carriera questi “ragazzi” di Seattle non hanno tradito il “credo grunge”, sono rimasti fedeli al loro sound senza mai ammorbidirsi e senza compromessi con la musica contemporanea, sono invecchiati ma solo nell’aspetto, come dichiarano Mark Arm e Steve Turner:

“Siamo cambiati nel senso che siamo più vecchi, ma solo nell’aspetto, di sicuro non ci sentiamo più saggi (ride), a noi piace ancora fare quello che facevamo da ragazzi come andare in skateboard e suonare la nostra musica”.

Siamo andati a sentirli, in uno dei locali simbolo sia per il genere sia per il clima: il Bloom palco storico diventato famoso grazie al concerto dei Nirvana del 1991.

Penso che in tutta la mia vita non ho mai visto così piena la sala live, eravamo al limite della possibilità di contenimento, con non pochi fan costretti a godersi lo show dalla porta del bar. Ma anche questo è il bello dei concerti e dei gruppi che funzionano, se la qualità è alta, come quella dei Mudhoney, lo spazio, il sudore altrui, l’aria rarefatta è parte portante dello show, anche solo per tornare con la mente ai tempi dei seminterrati dove passava la “vera musica underground”.

Lo spettacolo è tutto per tutto un excursus nel1990 (seppur i Mudhoney sono tutt’ora attivi e produttivi dal punto di vista discografico), sembra di esser finiti in uno spettacolo retrò, o meglio, in un documentario sulla generazione X. Loro sono i Mudhoney come lo erano quasi 30 anni fa: l’attitudine, il suono sporco ma ben curato, la forza, gli urli e la voglia di comunicare con il pubblico. Possiamo tornare davvero agli anni 90, alla parte migliore degli anni 90. Passano in rassegna svariati pezzi; dagli intramontabili Touch Me I’m Sick (1989), Get Into Yours dall’album omonimo al gruppo (Mudhoney, Sub Pop- 1989), Into the Drink-Every Good Boy Deserves Fudge (Sub Pop, 1991) fino ad arrivare a pezzi più recenti come I’m Now da The Lucky Ones (Sub Pop, 2008), I Like It Small e Chardonnay dalla loro ultima fatica Vanishing Point (Sub Pop,2013). La band sul palco è completamente a suo agio, i suoni sono graffianti Mark Arm ringhia al pubblico e si destreggia in danze ridicole per tutto il concerto, durato circa un’ora e mezza, quasi non sentisse il caldo equatoriale che si è formato nel locale, Steve non sbaglia niente, impeccabile e forte. Tutto il gruppo è davvero eccezionale ma non credo di avere abbastanza aggettivi per descriverlo senza dovermi ripetere.

Siamo più vecchi, dicono loro, ma sul palco sono davvero gli stessi di 20 anni fa, una band che non ha bisogno di fare la star, o che si è rinnovata per essere più in linea con i “gusti” del nuovo millennio.

Loro sono i Mudhoney, l’anima del grunge.

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