Navalny e il diritto di manifestazione

Ieri, domenica 26 marzo, migliaia di persone sono state protagoniste di una manifestazione contro la corruzione del governo russo. Il dissenso ha toccato le principali città del Paese: da Vladivostok a San Pietroburgo, fino alla capitale, in piazza Pushkin a Mosca.
Il movimento, ancora non ufficialmente dichiarato come "autorizzato", è nato in seguito ad un video diffuso da Aleksej Navalny, avvocato, politico e dissidente sul suo blog personale. Navalny, oltre ad avere un blog, è anche molto attivo su Twitter ed altri social network. Da anni denuncia la corruzione del governo russo e dei capi di Stato oltre alle varie limitazioni sulla libertà di stampa.
Le autorità russe sono intervenute prontamente, incarcerando Navalny e fermando tra le 500 e le 700 persone che sfilavano in corteo non soltanto per le accuse di corruzione mosse al primo ministro Dmitrij Medvedev per illeciti economici, anche nel nostro Paese, coperti da prestanome, ma anche per una aperta polemica contro uno Stato che, per molti, appare dittatoriale e repressivo.
Innanzitutto non è la prima volta che Navalny e le sue iniziative online ricevono l'appoggio della popolazione russa: già nel 2012 era riuscito a organizzare un’importante manifestazione contro la frode elettorale di Putin delle elezioni di dicembre del 2011, coinvolgendo oltre 120 mila persone. Proprio alla luce di queste manifestazioni, benché nella Costituzione Russa siano iscritte libertà di espressione, associazione e riunione pacifica, Putin dopo queste proteste, varò una legge tale per cui "chiunque partecipi a manifestazioni non autorizzate, come quelle di domenica, può essere portato in galera dalla polizia."

In questo caso tuttavia c'è dell'altro: sia l'Unione Europea che gli Stati Uniti d'America (per altro con un Trump sempre sul filo del rasoio con il presidente russo Putin) hanno richiesto prontamente il rilascio delle persone fermate in quanto, appunto, il fatto è incongruente con il principio fondamentale della Costituzione russa. Attualmente, inoltre, la maggior parte delle fonti dichiarano la manifestazione di ieri come non autorizzata, sebbene ci siano (soprattutto su Twitter) molti dubbi a riguardo. Tra i sostenitori di Putin, si percepisce inoltre una polemica stretta sia sulla ipotetica candidatura di Navalny alle elezioni presidenziali del 2018, sia sul fatto che il tema corruzione abbia in realtà mosso tantissime persone, grazie al forte impatto populista, che ignorano l'effettiva linea politica di Navalny.

Che la Russia di Medvedev-Putin, la falsa stampa nazionale e l'operato delle agenzie di spionaggio civile del governo siano temi molto delicati da affrontare, soprattutto in seguito al polverone di Wikileaks sulla CIA statunitense, non è certo una novità.

In questo caso infatti, come già avvenne dopo l'elezione di Donald Trump, grazie all'alta adesione, al tam tam mediatico e social, ai tempestivi interventi internazionali, la protesta è stata da subito sentita a livello mondiale. Su Twitter, ad esempio, spopola da ieri l'hashtag #RussiaProtests e Navalny ha persino rilasciato una intervista via Facebook al Washington Post, sottolineando che l'altissima adesione alla manifestazione è da considerarsi come una vera e propria rivoluzione del popolo russo.
Ma la domanda che sorge spontanea è: ammesso che Stati Uniti e Russia siano da sempre due enormi potenze mondiali, com'è possibile che un altissimo numero di manifestazioni, presidi, proteste globali non rientrino nell'attenzione dei media e dell'ONU? 

E per avere una risposta forse, non è necessario citare il Sud AfricaHong Kong o  l'Angola, basta sapere che nell'ultimo decennio c'è stato un aumento esponenziale delle proteste di carattere popolare nel mondo (circa il 300% in più rispetto al decennio precedente) ma che le motivazioni, rispetto all'inizio del nuovo millennio, sono cambiate moltissimo: se prima la maggior parte delle proteste vertevano sui diritti umani, ora questi si posizionano in coda, lasciando spazio alle più generali manifestazioni su crisi economica, politica e affari interni.

E, grazie a questi dati, possiamo tranquillamente spostarci in conclusione sul nostro Paese: riuscite a ricordarvi le ultime manifestazioni popolari avvenute in Italia? Abbiamo avuto scioperi e scioperi di diverse categorie, tentativi di sommossa per questioni come l'Expo e la Tav, infine qualche isolata protesta da parte di specifici gruppi sociali (movimento per l'uguaglianza delle donne, movimenti per il salario minimo, cortei LGBT e poco altro).
Con la nostra vignetta odierna, Alone ci ha ricordato l'ultimo tra i passati moti rivoluzionari italiani che ha suscitato interesse anche per la stampa e le organizzazioni internazionali: da giovedì 19 luglio sino a domenica 22 luglio 2001 a Genova, durante il G8, l'Italia ha rivisto  giornate di grande violenza, soprusi e ribellioni.

Ma, purtroppo, se forse in Russia o altrove le voci dei dissidenti verranno ascoltate o quantomeno riceveranno un'attenzione internazionale per portare finalmente alla luce dei punti oscuri di Paesi e governi, non possiamo dire lo stesso per noi. Segnati ormai da una classe politica che invece che muovere proteste legittime in piazza, si nasconde sempre più dietro a social network, schermi televisivi e portavoce, tra qualche anno dovremo riprendere l'argomento da zero, cercando di spiegare ai nostri figli che, anche l'Italia ha vissuto momenti come il '68, le varie lotte per ottenere leggi sull'aborto e sul divorzio, i sit-in antimafia, le mobilitazioni nazionali contro i vari tagli del governo sul servizio sanitario e sulla scuola e tantissime altre vicende che, seppur recenti, sembrano essere nella nostra memoria collettiva come un ricordo sbiadito, mentre siamo intenti a commentare sulle varie pagine Facebook quanto siamo indignati per questo e per quello.

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