Non volevo scrivere ancora di Agatha Christie, ma mi ha fatto superare il blocco del lettore (ed è pure zen)

Questo articolo è un po’ diverso dagli altri miei soliti.

Non ci sono i filtri di Virginia e Adriano, ma solo la mia voce. Potrei anche finire per assomigliare a una specie di manuale di self-help, sempre che arrivi ad aiutare veramente qualcuno. Io ci provo. Di certo, la storia che segue è semplice quanto vera, e la tecnica che descrivo con me ha funzionato alla grande.

Da quando partecipo a questa rubrica di libri ho sempre cercato titoli interessanti, che dessero qualcosa in primis a me e poi, si spera, a chi legge. Il mio progetto è di migliorare questo mio spazio proprio occupandolo: libro dopo libro, articolo dopo articolo affinare il mio gusto critico, la mia attenzione, le mie capacità descrittive. C’è poi la storia di Virginia e Adriano, i fratelli Belli che sono nati nel giro di mezz’ora ma non in fretta e furia, bensì in seguito ad una ispirazione quasi miracolosa – o più probabilmente, a lungo in attesa di venire sfruttata – che sono le mie piccole cavie per lo sviluppo di una trama parallela a lungo termine, che serva non solo come introduzione very cool ai libri in sé ma anche come valvola di sfogo puramente creativa.

È quasi un anno che ho la fortuna di utilizzare questo spazio – e questa volta mi sono bloccata. Si sono interconnesse tutte quelle piccolezze che in una vita professionale normale sono, per l’appunto, piccole: influenza, inizio di mille attività diverse tutte la stessa settimana, disorganizzazione sia genetica sia in conseguenza appunto di queste novità, il palinsesto televisivo americano e quello britannico che si riempiono di nuovo, il cambio di stagione, una sottile ma decisa sensazione di voler mandare tutti affanculo. Con la differenza sostanziale che per un creativo di qualsiasi genere e livello tutto ciò può diventare un’enormità e causare un blocco serio.

Io, per dirla molto semplicemente, nel tempo che usualmente dedico ai libri per Nastorix non avevo voglia di leggere niente.
Ah. Ma niente niente? Quindi questo è un pezzo di scuse patetiche e di promesse per un futuro impegnato? No. O meglio, anche. La cosa davvero divertente è che questo pezzo riguarda un libro esattamente quanto tutti i suoi precedenti: il libro che ho letto durante il blocco e che me lo ha fatto superare.

Ho recensito Agatha Christie anche troppo in questa mia rubrica. Ma l’ho fatto perché Agatha Christie è per me un’ancora di salvataggio. In particolare in questo periodo lo è stata grazie alla sua raccolta di racconti I primi casi di Poirot. Ora mi farò ridere dietro da mezzo mondo, ma credetemi: leggerli è stato una forma di meditazione.

Chi dice che bastino pochi minuti di lettura di un libro per rilassarsi ha perfettamente ragione, è scienza. Ma io mi chiedo: qualsiasi libro? Pochi minuti de I Miserabili potrebbero distrarmi dai miei problemi al lavoro ma mi tirerebbero dentro i problemi ben più seri di quella povera cricca di disperati ottocenteschi. Con un libro qualsiasi, anzi, con un libro davvero ricco e ben scritto, potrei piangere, ridere, avere voglia di sapere come va a finire. Tutto nobile e anzi, uno dei piaceri dell’esistenza. Ma se provare tutto ciò, persino per dei personaggi di carta, fosse troppo? Se fossi così emotivamente provata da qualsivoglia elemento da non avere voglia nemmeno di leggere dei tormenti o delle gioie di un personaggio fittizio?

Qui arriva Agatha Christie. Sto sorridendo mentre scrivo: sembra che la stia descrivendo come una insipida autrice incapace di smuovere. Ma la verità è che la sfera emotiva, nei suoi romanzi e racconti, è davvero solo vista dall’alto. La scrittura è così semplice e lineare e tutto è così cerebrale che potreste leggerla sotto cocaina e non agitarvi comunque – non l’ho mai provato, almeno, e se qualcuno volesse condurre l’esperimento e me lo facesse sapere ne sarei curiosa.

Una sua raccolta di racconti funziona ancora meglio per il distacco emotivo e mentale dal mondo. Un romanzo intero, persino uno dei suoi, potrebbe essere ancora troppo impegnativo. Per me lo era stato.

Quindi ecco cosa è successo: per circa due settimane, quando ero agitata e non ne potevo più del mondo mi chiudevo nella mia stanza con uno di questi racconti. Seguivo l’asettico Poirot e il fintamente emotivo Hastings nelle loro cerebrali avventure di soluzione di problemi, osservavo il puzzle prendere forma fino all’aggiunta del pezzo finale che stravolgeva l’intera figura. Non provavo nulla se non curiosità. E mi rilassavo veramente.

Quindi, lo consiglio anche a voi: Agatha Christie come sistema per staccare la spina – anche dalla letteratura. E magari, anche per ritrovare la voglia di leggere qualcosa di più intenso una volta finito. Con me perlomeno è andata così – e ne leggerete, sempre qui.

Ericucci

“Scopri chi sei, e cerca solo di non avere paura di esserlo”. Lo dicono in una commedia romantica americana degli anni Novanta, quindi deve essere proprio vero.

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