Nuova Zelanda o l'insostenibile leggerezza della libertà

La strada taglia un mondo che sembra essere fatto solo di verde e di azzurro. Accanto a me, il mare culla altalene di luce sempre più scure e ardenti. Accanto a Filip, che guida, prati interrotti solo dalle chiome degli alberi. Sopra di noi domina l'azzurro incontrastato del cielo. I palazzi di Auckland ormai sfumano in un ricordo grigio, i rumori della città si sciolgono in un boato sempre più informe, l'esistenza umana con le sue regole è un concetto tanto astratto quanto assente, non più reale di un sogno. A parte la nostra macchina e quella degli altri due cechi dietro, non c'è quasi segno della presenza degli uomini. Ora so, ora vedo che la Nuova Zelanda è il paese più incontaminato del pianeta, con i suoi soli quattro milioni di abitanti. Assaporando l'ultimo sorso di vino, sento che la libertà è proprio questo: una distesa uniforme e ininterrotta di azzurro e di verde, e la velocità del vento che soffia dal finestrino aperto.

Sono diversi giorni che viaggiamo e dormiamo in macchina di notte, preoccupandoci di parcheggiare in zone nascoste per non farci beccare dalla polizia. Sono giorni che ci nutriamo solo di orribili spaghetti al ketchup cotti sul fornelletto da campeggio di Filip. La prima volta era partita una fiammata che quasi gli aveva bruciato la macchina, da allora abbiamo deciso all'unanimità di non accenderlo più nel baule, ma fuori. All'inizio avevo cercato di oppormi, se non a quella disgustosa pasta appiccicaticcia, almeno al ketchup. I tre cechi invece la trovano una combinazione culinaria ineccepibile. "Voi italiani pensate troppo al cibo, ecco perché non vincete mai una guerra", mi avevano risposto ridendo. Del resto non abbiamo nient'altro da mangiare e ho sempre talmente fame che persino quella poltiglia dolciastra mi sembra una delizia, e ne mangio tanta quanto gli altri.

Cominciamo a vedere campi punteggiati di arance e di limoni, e qualche casetta spuntare qua e là come se fosse parte integrante di quel paesaggio da fiaba. Filip fa segno agli altri due di girare a destra, verso un ostello: siamo arrivati a destinazione, Keri-Keri.

Sono anche diversi giorni che non ci laviamo affatto e ho quasi paura, in queste condizioni, di presentarmi alla responsabile dell'ostello per chiedere se c'è lavoro per noi: se siamo venuti fin qui, alla fine, è  per lavorare nei campi. I ragazzi hanno barbe folte e trascurate e puzzano. Io puzzo e basta, di ketchup soprattutto. Ma la donna che ci troviamo davanti sorride e ci risponde con gentilezza. "Vogliono solo ragazze per potare le piante. Se vuoi tu puoi cominciare domani", dice indicando me. "Ma per voi ragazzi niente, purtroppo. Dicono che le ragazze sono più precise".  Decido di andare verso sud con i ragazzi.

Prima di partire ci fermiamo a comprare da mangiare. Visto che la spesa è in comune mettiamo tutto ai voti e finiamo col portare via pessime salsicce di un colore fantascientifico e dal sapore di plastica. Tre voti contro uno: vaffanculo alla democrazia, mi viene da pensare. Mi consolo in macchina riempiendomi i polmoni del vento e dei colori che sfrecciano accanto a noi. Se il prezzo della libertà è questo sono più che disposta a pagarlo, penso, sapendo che domani potrei già essere a raccogliere frutta o estrarre erbacce a cottimo per dieci ore al giorno.

Ci fermiamo solo per mangiare, fumare e leggere le offerte di lavoro sui giornali. I ragazzi selezionano gli annunci interessanti, mentre io telefono. Dopo qualche chiamata deludente, finalmente risponde una cortese voce femminile. "Sì, cerchiamo ragazzi per tagliare rami in una fattoria di kiwi. Ma è un lavoro troppo pesante per una donna. Hai detto che siete tre ragazzi e una ragazza?". "Sì". "Sono robusti i ragazzi?". "Sì, tutti e tre". "Se lavorate in squadra", spiega la donna, "tu puoi occuparti dei rami più sottili, fin dove riesci, mentre loro tagliano i rami più grossi. Il pagamento è a cottimo, sono sei giorni a settimana. Venite nel nostro campeggio e potete iniziare domani. E' molto duro, ma ce la potete fare".

I ragazzi accolgono la notizia con entusiasmo e decidiamo di accompagnare le immangiabili salsicce e l'immancabile ketchup con qualche bottiglia di vino per festeggiare. Io sono contenta di avere un lavoro adesso ma ho passato mesi nei campi, in Australia, e so cosa vuol dire avere dolori, crampi e vesciche alle mani e crollare dal sonno tutti i giorni dopo dieci ore di lavoro fisico estenuante e monotono. Ma non dico niente. In campeggio ci sono una cucina molto grezza con qualche utensile, un salotto sgangherato e un bagno in comune. Non ci sono stanze per dormire e non abbiamo tende, quindi continueremo a dormire in macchina pagando un prezzo abbastanza conveniente ai proprietari del campeggio. Nel frattempo conosciamo una decina di uomini molto socievoli e allegri con le mani piene di calli e di ferite per via del lavoro.

Sorrido al vento che mi soffia sul viso, cercando di respirarlo bene, fino in fondo, perché non so quando potrò sentirla di nuovo, la libertà del vento. Nei campi il vento non è libero, è solo irritante.  "Ragazzi, io sono la prima a fare la doccia. Puzziamo tutti e quattro come capre tibetane". Siamo tutti brilli, ormai. Io più degli altri perché cerco disperatamente di uccidere il sapore delle salsicce con l'alcool. Mentre vado verso le docce del campeggio contemplo per l'ultima volta la campagna e gli alberi che domani, lo so, odierò fino all'ultimo muscolo del mio corpo.

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