Only God Forgives: il neon al Grand Guignol

C’è tanto teatro in Only God Forgives. La tragedia shakespeariana e la tragedia greca. C’è il prologo, che si conclude con l’omicidio di Billy e la mutilazione delle mani di un padre reo di aver permesso alla figlia di fare la prostituta. C’è la suddivisione in atti, i commenti del coro nel karaoke della polizia, intervalli musicali tipicamente lynchani. Numerosi, ossessivi – per alcuni eccessivi – rimandi al surrealismo di Jodorowsky, un autore che prima di essere regista cinematografico è stato regista teatrale. C’è il deus ex machina, che è Chang. Dio in persona, che la tragedia la orchestra, la osserva e la risolve. C’è Julian che è un po’ Amleto, perseguitato dallo spettro del padre, un po’ Claudio, che vuole rubare il trono del fratello e conquistare il cuore della regina. E’ un po’ teatro grandguignolesco, per cui la cinepresa si lascia attrarre dal sangue e dalle amputazioni, dalla sessualità deforme, da un neon rosso, giallo e blu fulgorante, mai così presente, paesaggio di un mondo dove tutti gli atti di violenza sono atti erotici – penetrazione, immaginazione, rottura – e sostituiscono in toto la sessualità maschile, tanto che un poliziotto, quando Chang si appresta a cavare gli occhi a Byron (l’organizzatore del tentato omicidio ai suoi danni), invita le donne a chiudere gli occhi, ma aggiunge: “uomini, godetevi lo spettacolo”. Only God Forgives è un po’ di tutto. Teatro, cinema hollywoodiano (Tarantino), cinema italiano (Dio perdona, io no (1967) di Giuseppe Collizzi), cinema orientale

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(Park Chan-wook e Zhang Ymou), schock immediato, enigma e riflessione sul corpo, sulla sua bellezza, la sua disintegrazione e scomposizione, sulle sue appendici e gli aspetti psicosomatici della vita interiore. E’ chiaro sin dalla sequenza di apertura, la quale presenta dei corpi in lotta in un incontro di Muay Thai e la sconfitta di uno dei due lottatori tramite lo sguardo uranico della plongè, se non sin dalla prima inquadratura, in cui il corpo di Julian ripreso con inclinazione dal basso verso l’alto si modella alla statua ellenica che svetta alle sue spalle. Perfetta, candida, imponente. Pronta a combattere. La statua ellenica è l’ideale fisico e morale di Julian, casualmente, sempre scolpita col pene piccolo, e preda di un considerevole difetto per il mondo frenetico e violento della malavita thailandese: l’immobilismo, la passività. La condizione di schiavitù che Julian vorrebbe rompere liberandosi dalle catene che il suo essere fanciullo ingenuo, non ancora svezzato, gli impongono. Se il protagonista non possedesse il corpo di un adulto, lo spettatore potrebbe pensare che egli abbia ancora sei anni. Colleziona decine di action figures, i lottatori della palestra che è felice di non condividere più col fratello morto. Inizia a scoprire l’erotismo, ma non sa realmente cosa farsene di una donna. E’ vittima di repentini scatti di violenza. E’ in conflitto con un mondo, quello degli adulti, che non capisce e che si trova a tradire pur di salvare una bambina, sua simile e alleata nell’utopia immatura di una visione sociale in cui tutti ottengono quello che meritano. Perché mai dovrebbe fare vendetta del fratello, un uomo sporco, che ha guardato con trattenuto disprezzo quando questi gli ha rivelato che sarebbe andato “ad incontrare il diavolo”? Proprio per la stessa ragione che muove le parole di Billy. La madre. La madre con la quale entrambi hanno perso la verginità (una volta? Cento? Da soli? Insieme?). Il primogenito vive nel desiderio che l’atto sessuale che l’ha mortificato si riverifichi. “Incontrare il diavolo” non è una previsione della sua prossima dipartita, ma la formulazione di un rito di evocazione satanico della madre/demonio per mezzo della ripetizione dell’atto sessuale che i figli hanno subito in passato (lo stupro ai danni di un minore) e la successiva spirale di violenza (l’uccisione della ragazza/uccisione del padre) così che Crystal possa
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riapparire (Kristen Scott Thomas fa il suo avvento in scena solo dopo la morte di Billy) e ottenere ciò che si merita. Solo allora il cerchio potrà chiudersi e Billy potrà finalmente incontrare Chang, l’uomo/Dio che lo invierà all’inferno a scontare la sua pena. Il secondogenito guarda con disprezzo a questa possibilità. Vuole ancora difendere la madre, non ha rinunciato alla sua conquista, forse perché ancora troppo piccolo per assumersi le responsabilità delle due azioni estreme alle quali è stato forzato: l’incesto e l’omicidio. L’incesto gli è ricordato dalla figura onnipresente di Crystal, l’omicidio dalle mani che Julian guarda, stringe, lava nel sangue e con le quali vive un rapporto di rifiuto e conflittualità; sono gli arti che rispecchiano l’uccisione del padre, i pugnali che hanno provato a rapirne la virilità, in modo da conquistare una donna che ha poi preferito le mani del fratello, Billy, che sicuramente erano più grandi. Julian è disturbato, epilettico, è un personaggio kafkiano, è K. de "Der Prozess/Il processo", perseguitato da un peccato originale, è impotente, instabile, afflitto da Body Integrity Identity Disorder (BIID), una condizione psicologica in cui il corpo desiderato è un corpo amputato, in quanto un arto non viene recepito come proprio o come parte di un io ideale, che induce al desiderio di mutilazione. L’acqua diventa sangue, si deposita sulle dita, sui palmi, sul dorso, e Julian non riesce più a liberarsene. Il rosso del sangue è il rosso del neon che circonda la sua Thailandia e la scena di masturbazione di Mai, l’eros nel quale dalla porta della mente, dall’universo spettrale dell’impotenza, riemergono i fantasmi del passato e del futuro per evirare nel preciso momento dell’orgasmo. La madre lo soggioga, lo lega al guinzaglio, fa da intermediaria nella sua relazione amorosa, porta i due amanti al litigio. In una delle scene iniziali, dove lei e il figlio si rivedono dopo tempo, Crystal proclama la sua supremazia e il potere sulla vita del suo bambino col semplice linguaggio del corpo e con piccoli movimenti nello spazio. Quando si trova in una condizione di svantaggio, seduta sul letto col figlio in piedi, lo abbraccia all’altezza del pube, lo costringe a sedersi, si alza, lo obbliga ad alzarsi a sua volta e darle un bacio, gli accarezza il braccio. E’ un’infida comunicatrice, una matrigna fiabesca, verbalmente violenta.
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Prima di comprendere la necessità dell’evirazione dalle mani – che sostituiscono il pene in diversi atti sessuali passivi – per liberarsi definitivamente dalla madre, Julian si affanna per dare vita alla statua che la soddisferebbe sessualmente, regalandole le venature dei muscoli dei bodybuilders che appaiono nelle allucinazioni di fronte ad una giovane donna eccitata (Mai), ma sostituita a quella di una figura conturbante, sulla via della putrescenza (Crystal), che si porta alla bocca una sigaretta. Pur di dare vita a quella statua Julian prova ad uccidere, ad eseguire gli ordini della madre, ma il raziocinio e il senso morale che il personaggio va man mano acquisendo (“Billy ha violentato e ucciso una ragazzina di sedici anni” spiega per giustificare la sua mancata vendetta) vincono dentro di lui sugli istinti primordiali degli uomini barbari e non civilizzati che sembrano abitare Bangok. Un covo di ladri, prostitute, spacciatori, mercenari ed assassini. Lo stato d’ansia che accompagna Julian – preso tra i doveri del suo essere uomo e quelli del suo essere figlio – lo porta ad incostanti esplosioni di violenza verso gli innocenti (la fidanzata prostituta, i due clienti che ridono e lo distraggono dalla trance), ma egli resta comunque l’antitesi del maciste Michael Gordon Peterson, l’uomo primitivo che avrebbe potuto tranquillamente baciare i suoi bicipiti e contrarre l’addome insieme ai body builders o gareggiare nella palestra di thai-box gestita dai due fratelli. Bronson è un uomo involuto, irrazionale e senza filtri, non curante delle gabbie sociali e di quelle fisiche che lo spettatore vede per tutto il film. Julian è l’antieroe dell’antieroe, colui che potrebbe essere libero ma alla prigionia si costringe o è costretto dagli eventi, un homo sapiens acerbo che, anche dove le uniche leggi sembrano essere quella del taglione e della giustizia privata, prova a spingere la propria umanità sempre più in là, domandandosi cosa sia giusto e cosa sbagliato, cosa sia lecito e cosa no. La storia di Julian nasce nel neon più invadente e finisce nella luce naturale. Nel neon comincia a crescere, a prendere consapevolezza del mondo violento che lo circonda e che prima accettava come un dato di fatto del quale non porsi domande, lo scioglimento dal passato arriva invece vicino ad un fiume, lontano dall’oppressione della luce artificiale, nelle vesti di una katana.
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Uccidendo il padre, il personaggio interpretato da Ryan Gosling, ha affidato la propria volontà al potere di un terzo, un’unica persona, la madre, che prova per lui a sostituirsi a Dio e alle sue leggi. L’onnipotente Chang deve quindi ripristinare l’ordine naturale delle cose. Lui è Dio. Il giustiziere del giorno e della notte. Lui decide della vita degli uomini, e nessun altro. L’ultimo grande atto che segna la definitiva sconfitta di Julian, ma anche il culmine del suo processo di maturazione (una delle line narrative di Only God Forgives è quella del racconto di formazione) è la Fight Scene, evento cruciale cult, in cui il ragazzo ha l’occasione di riscattare i suoi fallimenti e diventare finalmente uomo/statua, uno dei grandi lottatori della sua cerchia di atleti. Ma il pubblico, Crystal e Mai assistono alla sua disfatta. Julian è sempre rimasto a guardare i boxeurs durante gli incontri nel “covo di froci” – come sua madre definisce la palestra –, affascinato dal corpo maschile di cui sia lui che Refn vorrebbero rapire il potere per vampirizzazione (elemento soggetto a continuo ritorno nella poetica del regista); la sua liberazione e la salvezza della madre dovrebbero però passare dall’ingaggio di una battaglia con un essere immortale, un po’ lotta greco romana, un po’ incontro di box che, chiaramente, è destinato a perdere. Il suo volto viene sfigurato, si allontana per sempre dalla figura maschile e anche dalla forma perfetta della statua. Regola i conti col suo passato e col suo futuro. Non è più in grado di proteggere la madre, ora destinata a morte certa, nonostante l’atteggiamento nei confronti del figlio cambi repentinamente di fronte a tale paura, con la richiesta di un ultimo grande aiuto: uccidere Dio e la sua famiglia. Ma Julian si schiera dalla parte del bene, decide di salvare la bambina e di diventare un giusto. Il demonio viene sgozzato e sventrato. Julian penetra un’ultima volta dentro di lui, infila la mano necrofila all’interno della madre e scappa per sempre da lei. Le mani sono ora pronte per l’evirazione, la grande indulgenza offerta da Chang al protagonista, l’unico essere che realmente ha desiderato la redenzione e la rescissione degli arti. Chang si prepara, la spada cala, arriva uno stacco, ecco il karaoke. Se il colpo sia andato a segno, se Julian sia stato perdonato oppure no, solo a Dio è dato saperlo.

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