Oro nero

Se io dico “NoTriv” voi, popolo del web, probabilmente sapreste già a larghe linee di cosa sto per parlarvi. Ma guardando qua e là, proprio online, ho scoperto che in realtà oltre ad esserci una grande confusione in merito al referendum che si terrà il prossimo 17 aprile da tutti chiamato “Referendum sulle trivellazioni”1, vi è anche un caos immenso in merito al referendum stesso sia a causa della scarsa risonanza e chiarezza sul tema da parte dei mass media “tradizionali”2, sia per via della stessa informazione online che risulta intricata, contraddittoria e quasi sempre parziale.

Vi sarete accorti che sto per parlare di un argomento non solo ostico ma anche impossibile da affrontare in modo esaustivo senza sforare le cinquemila battute di questo articolo. Pertanto, come premessa necessaria vi invito per ogni dubbio, commento, approfondimento a utilizzare il mezzo che più ci permette di interagire con voi: se trovate argomentazioni aggiuntive, avete commenti o dubbi in seguito alla lettura, commentate il nostro post su Facebook. In questo modo potremo insieme non solo iniziare un dibattito utile a creare forse maggior consapevolezza per tutti, ma soprattutto chiarire eventuali punti lasciati per forza di cose al di fuori di questo articolo.

Detto questo, iniziamo dalla base, ovvero il testo del referendum:

Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, “Norme in materia ambientale”, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilità 2016)”, limitatamente alle seguenti parole: “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale?

Ma cosa succederà barrando i famosi sì e no? Già qui ci troviamo di fronte al primo groviglio: come noterete il testo non è chiaro. Rimandando anche a un bellissimo articolo di Isabella Pratesi “Il referendum del 17 aprile spiegato a mia figlia” scritto per l’Huffington Post, cercherò ora di procedere snocciolando i punti che non sono affatto citati qualora si raggiungesse il quorum per i referendum abrogativi (voto di almeno il 50% degli aventi diritto3) e che, tra i votanti, avesse la meglio il sì. Cambierà il decreto legislativo n.152 del 2006 e verrà impedito alle società petrolifere di sfruttare giacimenti di idrocarburi a meno di 12 miglia dalla costa italiana oltre il termine della concessione (attualmente sono 35, con durata di concessione differente). Perciò, nel giro di qualche decennio, verrebbe interrotta totalmente l’estrazione in tutti gli impianti con “vecchia” concessione. I più recenti, invece, potrebbero continuare la loro attività anche per un paio di decenni. Questo già fa capire come la portata del referendum non può essere vista come un “tutto e subito” ma, per avere un risultato concreto qualora la legge venisse abrogata, dovremmo aspettare almeno cinquant’anni. Tra le concessioni che verranno bloccate spiccano tre grandi giacimenti già attivi per i quali è previsto peraltro un potenziamento: il giacimento Guendalina dell’Eni nel Medio Adriatco, il giacimento Gospo di Edison nelle acque dell’Abruzzo e il Giacimento Vega di Edison nei pressi di Ragusa, ma su questo ci tornerò a breve. Per quanto riguarda la creazione di nuovi stabilimenti invece, nessun timore: sono già vietati per legge. Insomma, sintetizzando, votiamo sulle concessioni e non sulla trivellazione.

Vi sembra più chiaro? Forse, ma è per questo che più procederò con la stesura dell’articolo più voi stessi vi renderete conto in che casino ci siamo addentrati. Appurato che voteremo per le concessioni, bisogna fare un passo indietro: sapevate che è il primo referendum della storia italiana mosso dalle singole Regioni? Bene, anche qui sembra di tornare al punto di partenza e al raggiungimento del famoso quorum: con la Legge di Stabilità il Governo ha chiuso cinque quesiti referendari su sei: cancellando le vecchie regole sulla vigenza delle concessioni, stabilendo che esse non possano essere prorogate oltre i normali 30 anni. Al contempo però ha introdotto la brillante novità che il titolo valga fino a esaurimento del giacimento (comma 239), creando di fatto un contrasto che il Referendum si propone di sciogliere.

A questo punto vi dirò una cosa che probabilmente già saprete: il referendum nasce appunto da nove consigli regionali (Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna, Veneto, Calabria, Liguria, Campania, Molise e Abruzzo, che poi si è tolto) che danno vita a un movimento, guidato da Giuseppe Civati denominato appunto “NoTriv”. Il movimento posa le basi su questioni ambientali (promosse da tempo da Greenpeace, WWF e Legambiente) note: in primis la questione dell’impatto delle trivellazioni su flora, fauna e inquinamento4, seguita da altre più azzardate ipotesi su movimenti sismici. Gli oppositori in questi termini però fanno leva su altrettanti punti cruciali: se cessassero le trivellazioni aumenterebbe a dismisura il traffico di import-export , causando potenzialmente danni ambientali più gravi.
Ovviamente il movimento ha una serie di risposte in merito: non solo le piattaforme interessate dal voto garantiscono meno dell’1% del fabbisogno nazionale di petrolio e il 3% di quello di gas (il resto proviene da giacimenti oltre le 12 miglia) ma attualmente gran parte del materiale estratto - prevalentemente metano - viene esportato. A ciò si aggiunge la crisi globale del settore petrolifero e la nostra, seppur non quantificabile, dipendenza dall’estero per il mantenimento energetico del Paese. Ulteriore questione su cui fa leva il movimento è il blocco totale dello sviluppo delle strutture per le energie rinnovabili in Italia: dai calcoli del Gestore dei servizi energetici, nel 2015 solo il 17,3% dei consumi nazionali di energia è stato soddisfatto da tali fonti e, citando il Fondo monetario internazionale, Legambiente sostiene che l’Italia è risultata il nono Paese europeo per i finanziamenti ai combustibili fossili con 13,2 miliardi di dollari, in crescita rispetto al passato.

E qui arriva il bello, quello che ho voluto lasciare come un “dulcis in fundo” dal sapore tanto amaro. Parlando delle concessioni ho citato non a caso Eni ed Edison. Su un articolo de l’Espresso troviamo alcuni grafici che probabilmente parlano da soli: a gestire le piattaforme che rischiano di chiudere per via del referendum sono, udite udite, soprattutto l’Eni (guarda caso la compagnia di Stato italiana, azionista di maggioranza di 76 impianti sui 92 totali), la francese Edison (15 piattaforme) e l’inglese Rockhopper (una soltanto). Però su questo ci rassicura il Ministero dello Sviluppo almeno: la quota economica finita nelle casse dello Stato dalle piattaforme entro le 12 miglia è stata di circa 38 milioni, la perdita non sarebbe dunque rilevante. E rilancia: chi ci perde davvero sono i lavoratori, che perderanno il posto di lavoro.
Altri dati però vedono nel settore circa 10mila posti di lavoro nell’ambito estrattivo (Emilio Miceli, segretario generale della Filctem Cgil) mentre 115mila considerato l’indotto secondo (secondo Confindustria.) A tirare le fila sembra essere Pietro Cavanna, presidente settore Idrocarburi di Assomineraria: a conti fatti, viste le piattaforme interessate, le mansioni ed il resto, il referendum metterebbe a rischio solo cinquemila occupati.

Come vi accennavo, anche informarsi online a questo punto pare impossibile: giochi politici, economici, botta e risposta stanno ormai affondando nella mia testa come fossero i milioni di pesci dell’Adriatico.
E, siccome non ci capisco più nulla, mi prendo la briga di riportare un’unica notizia, che forse molti di voi avranno dimenticato:
è il 20 aprile 2010, sul Golfo del Messico splende il sole mentre dalla piattaforma petrolifera Deepwater Horizon iniziano a fuoriuscire milioni di barili di petrolio, facendo nascere una Marea Nera che genera un vero e proprio disastro ambientale.

marea-nera

Credo che basti questa immagine a parlare per me.
É vero, in Italia le trivellazioni sono prevalentemente di gas metano5 ma, personalmente, se in qualcosa devo affondare, preferisco che sia un’acqua limpida, cristallina e piena di tartarughe volteggianti.

 

1 Testo integrale del decreto relativo al referendum.
2 Per farvi un esempio: la Rai dal 16 febbraio al 4 marzo ha dedicato al tema solo 12 minuti e 15 secondi, pareggiando con le reti private, in media un paio d’ore su tre settimane, soltanto dal 15 marzo.
3 N.d.a.: tutti i partiti, le organizzazioni e le Industrie a favore del “no” stanno attualmente facendo leva su questo punto, ovvero la mancanza di raggiungimento del quorum come previsto dall’articolo 75 della Costituzione italiana.
4 Le trivellazioni a tutti gli effetti hanno un impatto disastroso per flora e fauna marittima, attività di pesca, per via dei metodi di estrazione con strumentazioni “air-gun” (qui l’esempio di Taranto, già tristemente noto per la questione ILVA) e per eventuali perdite di combustibili nelle acque.
5 Il metano è un gas naturale tecnicamente con basso impatto sull’ecosistema marino. Tuttavia resta pur sempre di utilizzo limitato (è utilizzato solo come riscaldamento e, in minima parte, come combustibile vero e proprio, ad esempio per le automobili), non inesauribile ma soprattutto un materiale esplosivo. Pertanto, indicare che le “nostre” estrazioni a 12 miglia dalla costa non abbiano alcun impatto ipotetico su flora, fauna e popolazione sarebbe pura ipocrisia.

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