Oscar 2016: il corpo, Spotlight e l'oscar alle intenzioni

Non è successo. E così era giusto che fosse.
Mad Max non ha vinto la statuetta come miglior film. Non ha vinto. Nonostante le battaglie populiste e un po’ stucchevoli di alcune testate che, vittime di uno sfrenato patriottismo hipster, avrebbero salutato la vittoria del capolavoro di Miller come il trionfo del cinema nuovo. Ed è vero, di cinema nuovo trattasi (come Gianni Canova profetizzava già vent’anni fa, ci ricorda il critico durante la diretta SKY degli Academy Awards), ma non di miglior film.
Spettacolo per gli occhi. Montaggio da brividi. Scenografie magnifiche. Mad Max ne ha vinti sei di oscar, tutti meritatissimi e tutti tecnici (i premi che certificano la reale fattura di un film), a dimostrazione delle peculiarità artistiche del prodotto. Precisamente il film si è accaparrato: miglior scenografia, miglior montaggio, miglior sonoro, miglior montaggio sonoro, migliori costumi, miglior trucco e acconciatura. Ma la statuetta a miglior film, sarà per le logiche dell’Academy, sarà perché contro The Revenant poco si poteva fare, gli è stata negata aprioristicamente. Eppure non ha vinto The Revenant
La vera grande vittoria di Mad Max si mostrerà nello snocciolarsi delle pellicole cinematografiche dei prossimi anni e nel prossimo approccio dei giovani registi. La vera grande vittoria sarà quella di aver lanciato dei semi che daranno i suoi frutti nella futura storia recente del cinema, se non modellando un nuovo stile, spostando il punto di vista registico verso concezioni realizzative differenti. Miller ha ulteriormente nobilitato il genere trash (non che ce ne fosse grande bisogno) e ha rielaborato l’estetica dieselpunk, creando una fiaba violenta e concitata che, come tutte le fiabe che si rispettino, ha molto da dire sul nostro mondo. Un sogno per grandi e piccini. Un film che è in grado di suscitare uno schock a livello fisico oltre che emotivo e che con la sua vena futurista e contemporanea, ripercorre la storia del cinema per riportare in vita il sacro fuoco di questa arte: la cinesi, la fisicità. Il movimento.

Non si dimentichi come la nascita del cinema sia intrinsecamente legata al concetto di movimento e, di fatto, al concetto di corporeità, e quest’ultima edizione degli oscar sembra rimandare a questa dimensione primordiale, premiando non solo Mad Max, ma conferendo più che meritatamente la statuetta per miglior regia, miglior attore e fotografia (che sarebbe anche potuta essere consegnata a The Hateful Eight, ma la tripletta di Lubezki è più che meritata) a The Revenant. Un’epopea che si compone sulla cinesi, il corpo, il movimento. Un film che incentra il suo occhio sul fisico straziato di DiCaprio e sul suo impeto animale, in un’attenta ricostruzione di uno sforzo umano che è corporale e che lo spettatore sembra poter toccare con mano. Saranno molteplici i film dove è il corpo, il movimento, la cinesi o il suo mancato sfogo ad essere centrale nella riflessione dell’autore. Dal grande escluso The Hateful Eight, dove tra testicoli che esplodono, sangue rigurgitato, impiccagioni, fellatio omosessuali ecc. il corpo degli otto protagonisti viene continuamente esaltato tramite la sua degradazione, passando per il sottovalutato gioiellino che è Room, valso a Brie Larson l’oscar come miglior attrice protagonista per la sua interpretazione di una madre rinchiusa col figlio da un maniaco nella stessa stanza per sette anni, fino al sopravvalutato The Martian che vede il corpo di Matt Damon, non più statuario come un tempo, dover resistere al freddo, all’assenza di cibo e di aria respirabile, adattandosi con ironia alle nuove condizioni. In Danish Girl è il corpo stesso a diventare una gabbia per Lili Elbe, una delle prime transessuali e la prima a sottoporsi ad un intervento chirurgico per diventare donna. Il corpo femmineo e aggraziato di Eddie Redmayne prova a restituire con teatralità (forse troppa?) la condizione di percepita prigionia di una donna rinchiusa nel corpo di un uomo.

Una direzione corporale, quella di questi oscar 2016, che è stata ribadita anche dal filo conduttore mantenuto con pedante caparbietà da Chris Rock per tutta la serata, quell’ #OscarSoWhite che ha portato a riflettere sulle discriminazioni razziali all’interno del mercato hollywoodiano e dall’interpretazione di Lady Gaga (a dir poco eccezionale), soprattutto se comparata a quella precedente di Sam Smith. La cantante è parsa realmente emozionata nel suo inno contro la violenza sulle donne: una voce potente, sentita, quasi spezzata. Gaga si alza, calca le mani sul piano, si muove, urla. Sbraita. Vive col corpo. E col suo fisico restituisce vigore emotivo ad una serata abbastanza noiosa.
E allora, in considerazione di tutto ciò. In considerazione del sangue. Delle mani. Della saliva. In considerazione dell’uomo, non può non sorprendere la vittoria di Spotlight come miglior film e miglior sceneggiatura originale.
E’ vero, le logiche ipocrite dell’Academy potevano far presagire un tale risultato (avvallato da gran parte della critica), ma è curioso come, in mezzo a questo turbinio cinetico, a vincere sia stato il film che più di ogni altro sottrae il corpo dalla centralità del film (la nomination per Mark Ruffallo è a dir poco folle, quando avrebbe meritato l’oscar due anni fa per Fox Catcher). Se la corporeità è fondamentale da un punto di vista tematico (la pedofilia ecclesiastica), Spotlight sembra fare di tutto per rendere il prodotto statico, patinato. Per allontanare qualsiasi idea di ritmo, di contatto, di performance fisica dalla narrazione. Così reale da sembrare irreale. Tom McCharty sembra fare di tutto per annoiare, proponendo l’opera come mero reportage, come dimostrazione di un’inchiesta fondamentale(quella che valse il premio Pulitzer nel 2003 al Boston Globe e che si scagliava contro la copertura di numerosi casi di pedofilia da parte dell’arcivescovo Bernard Francis Law) e nulla più. Spotlight sembra togliere il cinema dal cinema, proponendosi come un prodotto vecchio, in contrapposizione ai vari Miller, Tarantino e Iñárritu, già visto e irrimediabilmente stancante, che forse per paura di trattare con artisticità un tema così delicato, rinuncia a qualche sano volo pindarico o tocco d’artista, arrivando a negare il cinema stesso. Un film di cui il mondo del cinema non sentiva il bisogno e che non aggiunge nulla a ciò che è già stato detto sul tema. Che non è in gradi di proporsi come reale denuncia né come alto prodotto cinematografico.
Un oscar alle intenzioni, come tipico dell’Academy, ma che di Kino ha veramente poco.

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