Oscar 2018: un commento

Brevi commenti su alcune (randomiche) premiazioni di una delle serate degli oscar più noiose degli ultimi anni:

Miglior film:

The Shape of water: le logiche dell’Academy nella premiazione del miglior film sono sempre tanto scontate quanto incomprensibili. A scanso di equivoci: The Shape of Water è un bel film, ma non certo il migliore di Del Toro, un regista che comunque promuove un’idea di cinema in cui credo. Un cinema fiabesco che può e vuole comunicare a un pubblico vasto senza rinunciare alla sua vocazione cinefila e a un certo grado di caratterizzazione dei protagonisti. Questo basterebbe per renderlo miglior film? No. Il didascalismo estremo e una sceneggiatura non all’altezza del soggetto fanno di The Shape of Water un film godibile e nulla più, soprattutto se paragonato a Hidden Treasure o Three Billboards Outside Ebbing, Missouri. Un film freddo su una storia di empatia che non osa quando dovrebbe in violenza ed erotismo e che non sfrutta una macchina da presa potenzialmente molto abile per creare quell’atmosfera di reticenza e decoroso rispetto che rendere la scelta di non-mostrare un quid stilistico.

Miglior regia:
Guillermo del Toro: se le motivazioni della premiazione come miglior film a The Shape of the water possono radicarsi nei numerosi premi ottenuti nel corso dell’anno, nella magia del soggetto, nelle citazioni cinefile (eccessivamente ammiccanti) e nella rappresentazione eterogenea e trasversale dell’outsider (incorporata in: una protagonista muta, un coprotagonista zoomorfo, una donna nera e un vecchio omosessuale - forse un po’ troppo, no?) la miglior regia doveva forse andare a P.T. Anderson, a Nolan al limite - nonostante Dunkirk sia un film incompleto - capaci di unire la ricerca stilistica a narrazioni frammentarie e al contempo fluide ma anche di valorizzare la minima movenza degli attori.

Miglior fotografia:
Roger Deakins: per Blade Runner 2049 combatto da solo. Bissare il capolavoro di Scott era impossibile e - nonostante qualche grave lacuna di sceneggiatura - Villeneuve confeziona un prodotto magniloquente e intelligente. Non è questa la sede per parlare del film, ma il premio per la fotografia a Deakins è talmente meritato che si commenta da solo.

Miglior attore:
Gary Oldman: Nel rappresentare Churchill, Oldman parla letteralmente con gli occhi. Sotto chili e chili di trucco (cinque ore al giorno!), basterebbe il suo sguardo per far emergere l’umanità e il carattere del politico inglese. Ma Oldman non si limita a questo: sorride, tossisce, ridacchia, bofonchia con una grazia rude e gioiosa. Incredibile.

Miglior attrice:
Francis McDormand: più maschile di molti uomini presenti in sala e più femminile di molte donne. Quello che spinge ad adorare Francis McDormand è la sua rozza spontaneità. Nel film come sul palco. Non tutti hanno capito la difficoltà del ruolo assegnatole da McDonagh, un ruolo che richiedeva di far trasparire la fragilità dietro la durezza, la paura dietro la sfrontatezza, il rimorso affianco al rimpianto.

Miglior montaggio:
Lee Smith: commento senza pretese di oggettività. L’avrei dato a Baby Driver e non a Dunkirk solo per far capire a Nolan che — sebbene per anni abbia affascinato il suo pubblico (me compreso) con le temporalità intrecciate-inverse-rovesciate-dilatate — sarebbe ora di strutturare i suoi film su qualcosa di diverso. Una sceneggiatura con dei dialoghi credibili e non retorici potrebbe essere un buon inizio.

Miglior sceneggiatura originale:
Jordan Peele: sono felice. Perchè Get Out è parte di tutto ciò che credo sul cinema. Film horror grottesco e a tratti Buñueliano, il film di Peele fa una satira sana sul perbenismo e l’ipocrisia WASP e — tra le righe — anche autocritica sulla percezione della propria identità nera. Insomma, quest’edizione degli oscar dimostra come non sia necessario rinunciare a una certo grado di spettacolarità per riempire il film di contenuti.

Miglior sceneggiatura non originale:
James Ivory: si continua a dire che con James Ivory vince l’Italia. Non sono d’accordo. Chiamami col tuo nome è un gran bel film di un regista italiano ma con solo una piccola parte dei finanziamenti provenienti dall’Italia. Un conto è la rivendicazione di un premio alla miglior regia come avvenne per Bertolucci con The Last emperor/L'Ultimo Imperatore, reclamare invece la paternità morale di un film e la vittoria di uno sceneggiatore statunitense perché location e regista sono italiani mi sembra un atto molto infantile. E se La Grande Bellezza faceva rabbrividire parte di pubblico e critica (che quasi rinnegava Sorrentino), ora è partito l’osanna a un regista che - è bene ricordarlo - fino a qualche anno fa era osteggiato e ripudiato dalla quasi totalità del mondo cinematografico nostrano per la sua spocchia e la sua arroganza. Perché questo cambio di opinione? Perché Guadagnino idealizza e Sorrentino fa autocritica. E soprattutto perché è più facile appropriarsi di una cosa che non ci appartiene che valorizzare quello che abbiamo realmente.
Detto questa il film è bello, delicato e sorprendente: l’estetica e la fotografia calda, estiva, si fondono col contenuto. E questa è prerogativa dei grandi film. Guadagnino ha fatto un incredibile lavoro di regia, dimostrando nuovamente un tocco abile, non comune ma anche la disarmante capacità di creare personaggi tra i più antipatici della storia del cinema, i più pruriginosi.

Piccola nota a margine sulla polemica riguardante la figura paterna: in molti hanno giudicato irrealistico che un padre accetti l’omosessualità (mi si conceda un minimo di semplificazione) del figlio. Io non lo trovo irrealistico. L’ultima cosa che si dovrebbe chiedere a un film come Call me by your name è il realismo. Mi interrogherei piuttosto su questo: un amore genitoriale che non si pone domande è un vero amore? A me sembra più simile a un fanatismo.

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