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Panama papers: follow the money

Domenica scorsa si è tornato a parlare di Panama, sottile fettina di terra che collega il Nord America con il sud del continente. Nell’immaginario catodico-collettivo Panama, che in realtà andrebbe scritto con l’accento (Panamá), è uno di quei paesi in cui i cattivoni dei film ed i loro sgherri nascondono il bottino per non farselo trovare dalle autorità. Nel mondo reale, dove i cattivoni coincidono sempre più spesso con le autorità, succede la stessa medesima cosa.

Il 3 aprile numerose testate giornalistiche in giro per il mondo hanno pubblicato i risultati di un’inchiesta realizzata da centinaia di giornalisti grazie a cui sono venute a galla centinaia di società offshore collegate a personaggi di primo piano della politica mondiale. Un dipendente anonimo dello studio legale Mossack Fonseca, fondato a Panama quaranta anni fa, ha passato 2,6 tera byte di dati al giornale tedesco Süddeutsche Zeitung. Grazie al lavoro del Consortium of Investigative Journalists, con cui il giornale tedesco ha condiviso i file, è scoppiato quindi lo scandalo Panama papers che sta scuotendo i vertici politici di mezzo mondo.

Panama è un paradiso fiscale, ovvero uno di quei luoghi in cui è più facile muovere soldi e farli passare da una mano all’altra senza pagarci tante tasse. Di per sé non è illegale essere proprietari di una società con sede legale all’estero, appunto una società offshore. E non è illegale nemmeno se tale società ha sede legale in un paradiso fiscale. Ciò che è illegale potrebbe essere il modo in cui i soldi, gestiti da queste società, sono stati ottenuti. Nel caso si tratti di narcotraffico, finanziamento ad organizzazioni terroristiche o della paghetta settimanale al nostro amico Kim Jong-un, è illegale.

Nella stragrande maggioranza dei casi, però, coloro che utilizzano questo tipo di società sono degli avidi ricconi alla Luca Cordero di Montezemolo che spostano soldi all’estero per non pagare le tasse. Questi campioni del liberismo, oltre ad ottenere un vantaggio ingiusto sui loro competitor in termini di concorrenza, riescono anche, grazie alle normative di questi paradisi oltreoceano, ad ottenere l’anonimato e la completa protezione da parte delle autorità locali. Infatti, nel caso in cui un narcotrafficante oppure anche Barbara D’Urso spostassero dei soldi a Panama, nelle Isole Vergini britanniche o in paradisi come questi, sarebbero protetti dalle leggi locali che gli garantirebbero l’anonimato e la conservazione del patrimonio anche in caso di arresto.

Oltre all’anonimato, l’obiettivo principale di chi si serve di questi meccanismi è non pagare le tasse e quindi di godere dei regimi fiscali ultra convenienti di questi paesi offshore. Stiamo parlando appunto di elusione fiscale, ovvero quell’insieme di comportamenti giuridici legali che hanno come solo scopo quello di pagare meno tasse. Fino all’estate scorsa il nostro paese puniva anche a livello penale questa pratica, mentre oggi la giustizia italiana si limita a chiedere a chi la mette in pratica di versare le tasse appunto eluse. Al momento non sembrano essere stati coinvolti politici italiani nello scandalo, ma solo esponenti di spicco del gotha socio-economico del bel paese: Valentino (lo stilista), Carlo Verdone, Jarno Trulli ed i già citati Barbara D’Urso e Luca Cordero di Montezemolo (qui la lista degli italiani).

Se usciamo dai confini nazionali vediamo come invece in giro per il mondo questo scandalo abbia coinvolto figure di spicco. Tra queste il presidente russo Putin, coinvolto indirettamente tramite un suo strettissimo amico, Sergej Roldugin. Ovviamente i media russi hanno fatto passare in sordina la notizia limitandosi a definirla come il solito complotto occidentale organizzato contro lo zar Putin. Altro nome d’eccellenza coinvolto nello scandalo è David Cameron, primo ministro inglese, che fino al 2010 era proprietario di alcune azione riconducibili ad una società offshore gestita da suo padre, Ian Donald Cameron. Più che per il valore irrisorio di tali azioni, 35 mila euro, il premier inglese se la sta passando male per la maldestra gestione dello scandalo con i mediaSe la passa molto peggio il primo ministro islandese Sigmundur Davio Gunnlaugsson, il quale non si è dimesso del tutto solo per evitare di andare a elezioni e di regalare quindi l’Islanda al partito pirata. Altri esponenti politici di spicco coinvolti sono: il presidente cinese Xi Jingping, coinvolto tramite suo cognato; la famiglia del primo ministro pakistano Nawaz Sharif; l’amatissimo ex presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad; il presidente ucraino Petro Porosenko; il neo presidente argentino Mauricio Macri.

Oltre alle mancate entrate fiscali, si stima che la quantità di denaro nascosta nei paradisi fiscali sia di 7600 miliardi di dollari; il danno maggiore viene provocato dai governi di tutto il mondo che, pur condannando la pratica, in realtà non la combattono. Vuoi per convenienza politica, le campagne elettorali non si finanziano da sole, o vuoi per interessi personali, i policy makers non si decidono ad intraprendere l’unica azione che porterebbe alla fine di queste pratiche criminali e criminogene: la definizione di una tassazione uniforme in tutto il mondo per quanto riguarda i redditi delle società ed i redditi di capitale. [Marx mode: on] Chi ha detto che gli effetti negativi della globalizzazione debbano essere subiti solo dai lavoratori e dall’ambiente? E’ ora venuto il momento che anche il capitale paghi [Marx mode: off].

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