Pasolini e il Paese dell'oblio

Ore 6:30 del mattino, 2 novembre di quarant’anni fa. Una donna, sulla spiaggia dell'Idroscalo di Ostia, trova un corpo massacrato: è quello di Pier Paolo Pasolini.

La vicenda diventa subito un caso di cronaca e di cultura, dove un intero Paese si chiede chi e perché ha ucciso l’intellettuale di origini bolognesi. Le autorità fermano il minorenne Pino Pelosi, che aveva una relazione con Pasolini. Quel che da subito salta all’occhio nella vicenda è che, nonostante il fermo, la gente non smette di porsi domande e, anzi, a questi dubbi si risponde da sola.

Conoscerete probabilmente le successive indagini e dichiarazioni degli indagati (per chi non ne fosse a conoscenza consiglio la visione di questo documentario)  fino ad arrivare all’archiviazione dell’inchiesta lo scorso 25 maggio. Magari avrete anche letto qui e là degli interventi pubblici di colleghi ed amici (uno fra tutti quello di Oriana Fallaci, riportato anche in un libro, Pasolini un uomo scomodo) per supportare le teorie relative a un omicidio causato dai pensieri sgraditi di Pasolini e non da una semplice passione mal ricambiata.

Al di là dei fatti di cronaca oggi, giorno in cui si commemora Pier Paolo Pasolini per il quarantennale dalla sua morte, vorrei unirmi al suo ricordo cercando di andare al di là di quella che sembra ancora rompere l’Italia, ossia una scissione netta tra coloro che lo apprezzano quasi idolatrandolo e coloro che lo censurano alla luce di cento e uno motivi differenti, sia legati alla vita privata sia rispetto alla sua produzione artistica.

Come ricorda Nicola Mirenzi, autore di Pasolini contro Pasolini 1, dopo la sua morte il personaggio di Pasolini è stato fatto a pezzi dall’opinione pubblica, e non nel senso letterario del termine. Ogni individuo, al di là di orientamento politico, sessuale, ideale e religione, ha preso di Pasolini ciò che ha voluto, glorificandolo o disprezzandolo alla luce di quella specifica parte della sua produzione o del suo pensiero.

Guardando a Pasolini come pensatore infatti, e non solo come regista o saggista o romanziere o giornalista o poeta, si nota da subito quanto le sue opere siano già di per se frequentemente in contraddizione. Spesso, infatti, si tende a riconoscere un filo conduttore tra tutta la sua produzione artistica, invece che notare che vi è sì una poetica di fondo ben precisa ma anche notevoli punti divergenti e antitesi.

Abbiamo, cerchiamo di non dimenticarlo, una persona prima che un personaggio. E, in quanto persona, come già ci aveva raccontato Gionni in Pasolini, provocazioni e profezie, una storia. Sebbene sarebbe perfetta una vita umana priva di contraddizioni, è impossibile pensare a Pier Paolo come uomo senza dubbi o esitazioni. Certo, è stato coerente nel suo portare avanti certi ideali, ma non dimentichiamo appunto che all’interno del suo animo avrà vissuto una triste e infelice lotta tra varie parti del sé. Basti solo pensare a quanto possa essere difficile a livello psicologico rinnegare completamente la figura di un padre, fino ad arrivare al punto di condannare la modernità e il progresso sporcandolo con un termine forte quale “fascismo totale”. Oppure all’eterna lotta per rifiutare e infangare la borghesia, classe dalla quale lui stesso proveniva, finendo poi però a lavorare per il Corriere della Sera con la rubrica Tribuna aperta. O ancora, il disprezzo per l’omologazione, vista tuttavia come unica vera base per i significati del suo tempo. Tutti punti che certamente avranno avuto un peso specifico nell’animo di Pasolini e che, probabilmente, non saranno stati privi di ripercussioni sulla sua integrità psichica.

Sicuramente gli estimatori del pensatore su una cosa hanno ragione: Pasolini era un uomo con una forte attenzione per il suo contemporaneo, con un occhio attento e critico nei confronti di una società in cui lui stesso era immerso. Oltre a questo, tutte le sue scelte poetiche, cinematografiche e i suoi giudizi, liberi da ogni forma di censura, sono per forza da ammirare in quanto ci vogliono coraggio, forza di volontà e tenacia per riuscire ad andare avanti nonostante tutto, nonostante appunto il mondo nel quale si è inseriti va in direzione opposta.

Ma non è solo per questo che il suo ricordo dovrebbe rimanere nella memoria collettiva. Anche se i tempi sono cambiati, certamente tutti noi non abbiamo che da imparare da Pier Paolo Pasolini, e non mi riferisco alla critica cieca di una società consumistica basata sull’effimero, né tantomeno alla libertà apparente in realtà vincolata dalle convenzioni sociali e dalla massificazione, oggi come non mai presente nella quotidianità di ciascuno di noi. Senza negare che invito chiunque a riflettere su questi punti, quello che dobbiamo riuscire a ricordare di Pasolini sono la sua umanità, la sua debolezza, la sua insicurezza, il suo vacillare non tanto di fronte alle ideologie, quanto di fronte a se stesso.

Seguendo la logica di Pier Paolo Pasolini, non sarà idolatrandolo che renderemo un uomo immortale, quanto non sarà glorificare le sue idee a renderle vere per l’eternità. Bisogna infatti abbassare il volto, scendere a Monteverde, nelle borgate, sporcarsi le mani, parlare con la gente. E, una volta fatto, i pensieri non andranno scagliati senza prima averli sbobinati, come fossero una pellicola2, guardandoli fotogramma per fotogramma con sguardo accorto, sempre in cerca di una verità al di sotto della verità.

Io credo che sia questa la vera natura che ci tramandano non solo le sue opere ma l’essere umano stesso Pier Paolo Pasolini: il bisogno, soprattutto in un Paese come il nostro che è sempre più incline all’oblio3, di non fermarsi, di continuare a mettere in discussione non tanto i propri ideali quanto se stessi. Perché soltanto così potremo raggiungere quella libertà e quella consapevolezza che ci rende uomini e in quanto tali convinti e sicuri ma al contempo consapevoli d’essere in balia eterna di un caos che abbiamo dentro di noi.

 

1 Pasolini contro Pasolini, Nicola Mirenzi in uscita a febbraio 2016 per Lindau.
2  In merito ricordo l’ipotesi che vede la Banda della Magliana coinvolta nell’omicidio. È infatti sincrona alla morte la vicenda del furto dei negativi del film ultimato Salò o le 120 giornate di Sodoma e la relativa richiesta di riscatto da parte della Banda.
Il termine oblio è volontariamente ripreso da Ettore Scola, che su la Repubblica parla dell’Italia come paese dell’oblio. Non soltanto il regista mi trova perfettamente d’accordo, ma apre anche a una eventuale riflessione (di stampo pasolininano per altro) sull’enfasi momentanea data delle ricorrenze rispetto al più potente bisogno dell’uomo contemporaneo. Dimenticare per restare integro, scordare per non riconoscere, andare avanti senza voltarsi indietro.

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