Pasolini, provocazioni e profezie

[Attenzione: La voce narrante di seguito è un personaggio fittizio, così come tutti gli altri personaggi che interagiscono nel breve intreccio che segue, tutti liberamente tratti da film cult. Gli episodi sono frutto della mia fantasia, senza alcun legame con la realtà, pertanto rilassatevi e godete di questo chupito. Se è la prima volta che vi imbattete in questa rubrica, e vi appassiona la parte romanzata, vi invitiamo a seguirla dal suo primo capitolo che potete trovare qui]

Come ormai avrete capito, Storix non è un semplice bar, ma risulta difficile anche definirlo o catalogarlo. Purtroppo però, come sappiamo tutti, il piccolo mondo che ci circonda è pieno di impauriti che per trovare una sorta di sicurezza, creano teorie e moralismi per giustificare spesso le proprie meschinità, condannando la libertà altrui; non puoi essere felice, sembrano urlarti in faccia. Il problema sono i numeri, sono in tanti, sono la maggioranza. Fanculo la maggioranza, direbbe Benigni, purtroppo però siamo costretti ad essere barricati dentro il bar come fuorilegge. Storix chiuso per atti osceni, rissa e altre invenzioni; la verità è che il tiaso della Gradisca ha raggiunto un successo enorme, lo SpartaClub sempre affollato, il bar pieno di gente, insomma un covo d’invidia. Stiamo bevendo, quando Dick dall’alto della sua sbronza che lo rende colto, riesce ad esternare come al solito i nostri sentimenti: “Io penso che scandalizzare sia un diritto, essere scandalizzati un piacere, e chi rifiuta il piacere di essere scandalizzato è un moralista, il cosiddetto moralista”. Esatto, il personaggio di oggi è uno dei più grandi provocatori del secolo scorso, nonché uno dei più grandi artisti moderni, Pier Paolo Pasolini.

Nasce a Bologna il 5 marzo del 1922 da un ufficiale di fanteria, Carlo Alberto Pasolino e da una maestra Susanna Colussi. Per motivi familiari i Pasolini si trovano a Casarsa, che diventa per Pier Paolo un luogo magico, e che segna la sua formazione interiore. A 17 anni si iscrive alla facoltà di Lettere a Bologna, dove arricchisce la propria  formazione culturale. Siamo in pieno regime fascista, e il nostro amico ha una vita universitaria molto attiva, e comincia a fare i conti con la censura fin dai suoi esordi con la rivista il Setaccio; continua a trascorrere le vacanze estive a Casarsa del Friuli, e durante la guerra la famiglia si trasferisce definitivamente, e comincia ad apprezzarne la cultura e il dialetto.

La sua guerra dura una settimana, il tempo di disobbedire e rifugiarsi proprio a Casarsa per sfuggire alla cattura. Dopo la laurea del 1945 trova posto come insegnante a Valvasone, in provincia di Udine. Forse perché il fratello è stato un partigiano (purtroppo ucciso), comincia la sua militanza politica nel PCI, arduo oppositore dell’ascesa della Democrazia Cristiana, che trova addirittura peggio del fascismo, in quanto stava riuscendo in quello dove aveva fallito il fascismo, e cioè entrare nella cultura popolare di massa. Come dargli torto. Comunque dura poco anche questa parentesi politica, infatti nel 1949 viene prima condannato per atti osceni e corruzione di minorenne, poi viene cacciato dal partito. Il pretesto per i suoi detrattori è ghiotto, e Pasolini non è visto di buon occhio anche dagli intellettuali della sua stessa parte politica, ancorati al realismo socialista, alla rigidità intellettuale, e diciamolo, al provincialismo imperante che ancora oggi ci trasciniamo appresso; ultimo motivo, ma più grave di tutti, Pasolini scrive spesso in dialetto, la lingua del popolo. Il processo mediatico inizia molto prima di quello penale, e come ormai sappiamo molto bene, i processi popolari per mezzo stampa, sono tanto feroci quanto squallidi, ma dopo questo ne seguiranno altri negli anni a dir poco grotteschi.

Si trasferisce a Roma con la madre e comincia la seconda vita, quella che lo porta all’esplosione della sua arte in tutte le forme in cui si è distinto: poesia, romanzo, cinema, teatro. La sua vita, come le sue opere, creano scandalo, ma riesce a entrare nelle grazie di molti artisti e addetti ai lavori a lui contemporanei, ma senza particolari sotterfugi, semplicemente perché non solo padroneggia egregiamente la sua enorme cultura, ma ha talento. Infatti nel 1955 pubblica il romanzo "Ragazzi di vita" edito da Garzanti, che tratta della prostituzione maschile; denigrato dalla critica, dopo segnalazione della presidenza del Consiglio dei Ministri come materiale pornografico il libro viene addirittura ritirato dal commercio. Ovviamente decade ogni accusa e il libro ottiene un enorme successo. E’ solo la prima di una lunga serie di opere che faranno discutere. Che piaccia o meno il nostro amico è un intellettuale che capisce in anticipo le vicende storiche e i cambiamenti socio culturali di cui sembra esserne uno dei pochi testimoni oculari, e spesso la derisione e lo sconcerto verso la sua produzione o interventi pubblici probabilmente deriva dalla mancata comprensione dei suoi contemporanei, visti i contenuti altamente premonitori, volutamente provocatori. La sua produzione artistica prosegue, in parallelo con i suoi lavori giornalistici e cinematografici.

Nel 1961 gira il film “L’accattone” che viene presentato fuori concorso al Festival di Venezia; inutile dire che viene stroncato dalla critica italiana, ma molto apprezzato in Francia, e vanta due primati: è il primo film in cui lavora il noto regista Bernardo Bertolucci ed è il primo film italiano ad ottenere il divieto di visione sotto i 18 anni. La sua produzione è molto ricca, come anche le polemiche che scatena con i suoi interventi; ad esempio, pur abbracciandone lo spirito, è assai critico nei confronti della rivolta del ’68, nata da figli di borghesi e pertanto destinata a fallire nel lungo periodo, proprio perché borghese. Genio. Mi sembra giusto ricordare che nel 1966 viene presentato al Festival di Cannes il film “Uccellacci e uccellini” in cui Totò recita attenendosi alle rigide richieste del regista e per la prima volta nella sua carriera gli è vietato improvvisare. Gli anni 70 come sappiamo sono anni violenti per la nostra penisola, e il nostro amico si schiera pubblicamente. Sono però anche gli anni della sua trilogia della vita con cui vince diversi premi: “Il Decameron” “I racconti di Canterbury” e “Il fiore delle Mille e una Notte”. Nel 1975 finisce di girare le riprese di “Salò o le 120 giornate di Sodoma” tratto dal famoso romanzo del marchese De Sade (di cui abbiamo già parlato qui), fortemente discusso, ma purtroppo presentato 20 giorni dopo la sua morte, avvenuta il 2 novembre.

Il suo spirito ribelle, unito alla sua intelligenza e vasta cultura, lo hanno trasformato in un personaggio che in realtà "non esiste", e il suo messaggio di critica e ricerca è tanto semplice quanto complicato, infatti è un processo interiore; ma si sa, preferiamo le scorciatoie, accusare e trovare un colpevole, o  un semplice capro espiatorio dove convogliare tutta la nostra pochezza. Pochi giorni dopo la morte al congresso del Partito Radicale viene letto il discorso che avrebbe dovuto tenere, ovviamente fuori dagli schemi e molto critico, e a me piace ricordarlo proprio con il finale di quel discorso, degno riassunto di una grandezza a cui solo i più onesti possono aspirare:

“Contro tutto questo voi non dovete fare altro (io credo) che continuare semplicemente a essere voi stessi: il che significa essere continuamente irriconoscibili. Dimenticare subito i grandi successi: e continuare imperterriti, ostinati, eternamente contrari, a pretendere, a volere, a identificarvi col diverso; a scandalizzare; a bestemmiare.”

 

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