Perché gli italiani non capiscono la satira

Era il 2 settembre quando l'ormai noto Charlie Hebdo pubblicava una vignetta (poi in seguito modificata) sul terremoto che ha colpito il Centro Italia, scatenando l'ira e le polemiche di tutto il Paese. Allora mi ero tagliata una mano pur di non scrivere un articolo di analisi della vicenda. Lo scorso giovedì poi, è venuto a mancare un grandissimo artista italiano: Dario Fo. A quel punto stavo per amputarmi anche l'altra, di mano, imponendomi di non cavalcare l'onda mediatica che ormai punta il tutto e per tutto su trend topics e "totomorto" in questo Paese. Per fortuna però, mi sono imbattuta in questa video intervista, rilasciata dal nostro premio Nobel a Daria Bignardi per Le Invasioni Barbariche del 25 marzo 2015. Oltre ad essere una intervista davvero toccante, che porta alla luce tutta la bravura di Dario Fo, è incredibile come io mi sia ritrovata, parola dopo parola, a capire quello che davvero lo ha reso per molti di noi un vero e proprio Maestro: la sua umanità.

Ciò che però ha realmente fermato il mio gesto sono state le varie dichiarazioni di Fo sulla reale libertà di parola che al nostro Paese manca che, unite alla sua risposta a Giuseppina Manin sul fatto che la vita sia "una meravigliosa occasione fugace da acciuffare al volo tuffandosi dentro in allegra libertà"1, mi hanno fatto pensare subito:
eh no però, ora a costo di passare per un giullare questa cosa su quanto siamo limitati la devo scrivere.
Sì perché, come capirete leggendo, abbiamo un po' tutti paura di passare per fessi quando ci troviamo di fronte ad un tema così spinoso come la satira.
Non so voi, ma a me capita molto spesso a teatro, al cinema ma anche semplicemente di fronte ad una immagine su Facebook di non sapere se devo ridere, quanto devo ridere, perché devo ridere, come devo ridere. Certo, se mi trovo in un contesto in cui sono presenti altre persone, generalmente come insegna il buon senso, seguo la fantomatica massa, ma mi chiedo ora: è giusto?
La risposta ovviamente è no. Se di satira proprio vogliamo parlare, è il caso di richiamare la definizione "standard" che i dizionari danno della parola:

satira sostantivo femminile, (dal latino satura lanx: il vassoio riempito di offerte agli dei): composizione poetica che rivela e colpisce con lo scherno o con il ridicolo concezioni, passioni, modi di vita e atteggiamenti comuni a tutta l’umanità, o caratteristici di una categoria di persone o anche di un solo individuo, che contrastano o discordano dalla morale comune (e sono perciò considerati vizi o difetti) o dall’ideale etico dello scrittore.

Tuttavia sia la Treccani che Wikipedia inseriscono varie precisazioni per specificare l'evoluzione del termine durante i secoli nella sua forma di genere letterario, ma soprattutto la definizione in sé per sé, per distinguerla dalle sottili vicine comicità e umorismo. Questo vi darà già la portata di quanto sia difficile affrontare la tematica scollandola completamente dalle rispettive vicine.
Lasciando a voi il piacere di indagare come nel tempo essa si sia modificata, quel che realmente importa nell'analisi di oggi è che la satira è cambiata nel tempo principalmente in funzione di tre fattori: il popolo, il contesto storico/sociale ed il mezzo di comunicazione.
É proprio questo che cercava di dire Fo alla Bignardi durante l'intervista parlando di quotidiani, palinsesti, programmi politici eccetera: "guarda, noi italiani proprio non siamo portati per questa cosa, ma io non mi do per vinto".

Sì, noi italiani la satira non la maneggiamo per niente e per capirlo basta prendere l'esempio dei film di Woody Allen, per citarne uno "Zelig", che molti di voi avranno visto ed apprezzato. "Zelig" infatti è sì una commedia, ma pregna di satira, ovviamente rivolta ad un popolo (gli americani) in un clima rovente (in cui Reagan si trova a far fronte da un lato ad una grave recessione economica del Paese, dall'altro ad una nuova corsa agli armamenti a causa della Guerra Fredda) ricorrendo all'escamotage del film parodia di un documentario degli Venti. E noi? Ovviamente abbiamo risposto, riprendendo il nome di questo capolavoro per un programma televisivo comico. E su questo non c'è nulla da ridere, anzi.

Senza voler cercare a tutti i costi un paragone con gli Stati Uniti basta chiamare in causa un personaggio, Giorgio Montanini, e un genere, la stand up comedy. Sì perché Montanini è il primo ad aver avuto uno spiraglio di satira sui nostri televisori grazie a "Stand Up Comedy" sul canale Sky Comedy Central e "Nemico Pubblico" su Rai 3. Poco importa se entrambi i programmi sono andati in onda dopo le 23:00 (di quello ci ha già avvisati appunto Fo nell'intervista alla Bignardi), almeno abbiamo una piccola finestra di quella che negli States, con i famosissimi show televisivi e teatrali di artisti come Bill Hicks e Louis C.K. è da anni alla portata di (quasi) tutti. Sì perché da noi la satira ha cercato più volte e in più modi di "bucare" il tessuto sociale con alcuni esperimenti, anche senza ricorrere direttamente alla stand up comedy, ma con risultati ad oggi poco soddisfacenti.
Prendiamo innanzitutto gli esempi delle trasmissioni televisive degli ultimi anni più note nel Bel Paese: abbiamo gli esperimenti di "Barracuda" e "Satyricon" di Daniele Luttazzi (da molti considerato "erede" di Fo) e del più duraturo "Ballarò" (che è terminato definitivamente con l'edizione 2016 ed ha visto susseguirsi qualche personaggio di spicco del giornalismo satirico fra i vari conduttori). Ho detto bene, esperimentise oltre ad essere programmi di seconda o terza serata (eccezione fatta per "Ballarò") nessuno dei tre è da considerarsi programma satirico vero e proprio. Abbiamo infatti due programmi incentrati sulle interviste, quelli di Luttazzi, e un talk show politico in cui i conduttori affrontavano tematiche d'attualità con piglio satirico.
Questa grande mancanza televisiva nei nostri palinsesti è da attribuirsi a due principali motivi:  da un lato le reti nazionali sono sempre state molto moderate e quelle private non hanno certo accolto a braccia aperte un genere che avrebbe per sua natura affossato le reti stesse, dall'altro il nostro background politico e sociale da sessant'anni a questa parte ci ha abituati che "in tv" si vede dell'altro: qualcosa di leggero, di informativo, di divertente. Certamente non qualcosa che ci fa spegnere tutto perché ci sentiamo toccati nei nostri stessi errori. 

Molti diranno "ci sono sempre i quotidiani, l'informazione online, i social network". Ebbene, se ancora non avete aperto la video intervista a Dario Fo vi spoilero anche questo: no, niente satira nemmeno qui (anche se abbiamo i tenaci "Spinoza.it" e "Lercio.it", sul fronte social solo a Twitter un po' di merito va riconosciuto).
E in questo caso diventa davvero difficile spiegarvi il perché. Se sulla televisione  (e di rimando sul cinema e sui quotidiani) si poteva giustamente pensare che i due fattori su cui vertono, ovvero politica e share come fonte di guadagno, rendono impossibile un attacco diretto dei nostri punti deboli, come giustificare la quasi totale assenza di satira da canali mediatici molto più aperti? Semplice: il popolo italiano non è socialmente e culturalmente pronto per capire la satira.

La satira infatti tocca non solo la politica, ma la società, i costumi, le abitudini di tutti noi portandoci ad un processo che nessuno ci ha abituato a fare:  per capire e ridere di un pezzo satirico bisogna infatti capirne il senso, ovvero rifletterci sopra, chiamando in gioco dei valori etici e morali che il più delle volte si rivelano scomodi per noi stessi. Pertanto, preferiamo salvaguardare il nostro "io" piuttosto che metterlo in discussione ammettendo i nostri stessi errori.

Detta così pare semplice, semplicissima. Insomma: la colpa non è mica nostra, sono i mass media che, negli ultimi sessant'anni, non ci hanno abituati, hanno ritenuto inopportuno formare un popolo con la P maiuscola, hanno preferito mettere il focus su questo argomento piuttosto che su quell'altro, facendo nascere con l'avvento dei social media dei disastri allucinanti su cui lo stesso "Lercio.it" gioca parecchio: la diffusione delle bufale online. E no carissimi, dobbiamo per forza prenderci anche noi la nostra parte di colpa e per farlo chi chiamare in causa se non uno degli altri illustri satiri da tutti conosciuto quale George Orwell? Ebbene sì, perché se "La fattoria degli animali" è definita senz'ombra di dubbio un'opera satirica, che dire dell'altrettanto celebre "1984"? Qui oltre a "fantascienza sociologica e politica" nei manuali di letteratura troviamo la classificazione di "distopia", genere probabilmente sconosciuto ai più ma che si riferisce ad una "rappresentazione di un futuro indesiderabile, caratterizzato da una società totalitaria, scientista e tecnocratica": signori e signore "abbiamo fatto l'Italia, ora dobbiamo fare gli italiani"2. E sì perché a noi, per fare gli italiani, pare proprio ci manchi il coraggio. Senza entrare in inutili e tediose analisi sociali e politiche, mi chiedo quanto effettivamente io come italiana abbia il coraggio di ammettere a me stessa in modo cosciente e consapevole di essere cittadina di una Nazione che galleggia su fondamenta (è il caso di dirlo) che rasentano non la satira ma la comicità.

Oltre a mancarci le due basi per poter generare e capire la satira ossia la connotazione di popolo e dunque la conoscenza approfondita della nostra società e del mondo che ci circonda quotidianamente (a causa della totale assenza di informazione libera) a noi italiani manca quindi anche tutta la dimensione etica, autoriflessiva ed autocritica per poterci anche solo avvicinare alla comprensione di un genere che non solo ci mette a nudo, ma che ci denigra anche. Perché probabilmente non ci importa se l'artista di turno sia il Dario Fo della situazione che ci fa ridere, oppure il Daniele Luttazzi che ci indigna, la sola cosa che conta per noi è poter tornare a casa con la coscienza pulita.
E, in conclusione, devo proprio dirlo visto che la mano ormai l'ho fatta partire: fra politica e religione, in Italia, in quanto a pulizie sembra proprio che siamo tutti dei grandi maestri.

Menzione speciale per voi tutti lettori di Nastorix: il nostro appuntamento con la satira del lunedì e le vignette di Alone vanno alla grande, a voi i nostri complimenti ed applausi: anche se siete un "piccolo popolo" ci dimostrate quotidianamente di essere curiosi, intelligenti e capaci di mettervi sempre in gioco. Grazie di cuore.

1 Il mondo secondo Fo. Conversazione con Giuseppina Manin, Edizioni Guanda, Parma 2007.
Frase attribuita a Massimo d'Azeglio ma da attribuirsi (secondo Carlo Fomenti, Siamo una nazione, ma chi ha fatto l'Italia? - Corriere della sera, 17 luglio 1993) a Ferdinando Martini che tentò nel 1886 a dare una connotazione chiara al senso lato dell'Unità d'Italia.

Leave a reply

*