Perfetti sconosciuti: Paolo Von Genovese

Arriva un momento nel film in cui si pensa che sia troppo. Questa non è l’umanità. Tutto questo è impossibile.
Ciò che era realista è diventato un teatrino dell’assurdo. Ciò che era plausibile è diventato improbabile. Lasciamocelo alle spalle, è un errore del regista. Sono caratteri eccessivi, esasperati, troppo ridicoli per risultare credibili.
Ma la realtà sta qui: nell’esasperazione che parla della realtà. La poesia che parla di narrazione.
Perfetti sconosciuti è uno di quei film che fa male, molto male. Fa quasi venir voglia di uscire dalla sala, in preda alla nausea. Questa non è la mia umanità. Il mondo vero è un’altra cosa. Ma se la mia umanità fosse solo una rappresentazione ideale? (scrivo questa frase mentre chiudo il file della mia tesi Nicolas Winding Refn e la neonviolenza, che nelle prime 500 righe vede ripetere per quattro volte il termine “vomito”, per tre volte “stupro” e per due volte “auto escissione del clitoride”; quindi le opzioni sono due: o sono uno scrittore molto poco fantasioso, oppure il film è in grado di turbare profondamente).

Perfetti sconosciuti rifiuta i toni cupi che gli calzerebbero a pennello e lo renderebbero un qualcosa di già visto, e si propone come commedia alleniana, se non che risulta in grado di sorprendere molto più dell’ultimo Woody Allen. Perché da Allen già si sa cosa aspettarsi. Un’ora e venti di autoironia sul mondo ebraico. Cinismo tagliante. Demenzialità aulica e grandi dialoghi.
Da Paolo Genovese questo non se lo aspetta nessuno. Dall’autore de La banda dei Babbi Natale e Tutta colpa di Freud sarebbe lecito aspettarsi una commedia godibile, sicuramente sopra il livello medio a cui (purtroppo) lo spettatore nostrano è stato abituato, ma comunque un prodotto chiuso, da sabato sera passato in compagnia di una ragazza noiosa. Quel tipo di ragazza che hai troppa paura di portare a vedere The Tree of Life di Malick ma che al contempo non vuoi portare al pensiero che tu sia un perfetto idiota per averle proposto un film di Ruffini. (Sinceramente, forse sarebbero state scelte migliori, perché alla fine delle proiezione prenderete il suo smartphone di soppiatto e lo spaccarete per terra urlando “finché non smetti di sentire il tuo ex con me hai chiuso”, e lei risponderà “ma io neanche ce l’ho un ex, e comunque non ci penso già più” (l’autore, oltre a sottolineare l’insensatezza sintattica e comunicativa della frase vi invita a diffidare delle sue parole. Ci pensa ancora, mi dispiace)).
Insomma, nessuno se lo aspettava eppure lo ha fatto. E mentre l’universo culturale si inchina (giustamente) di fronte a Lo chiamavano Jeeg Robot e all’interpretazione di Marinelli, Perfetti sconosciuti passa in secondo piano, nonostante la vittoria del David di Donatello come miglior film. E passa in secondo piano, perché si fa fatica ad ammettere che Genovese, con uno stile pacato e gandhianamente rispettoso delle coronarie del pubblico in sala, si è reso artefice di un prodotto forte come sarebbe forte un lungometraggio di Lars Von Trier. Per fare male egli non ha bisogno di sangue, new born porn in stile A Serbian Film o di mostrarci il mondo crudo e inospitale di Tarantino. Lo fa all’italiana. E, ogni tanto, questo è ancora un punto di merito. Sembra che ce lo si dimentichi troppo facilmente.
Certo, l’autore romano non è un virtuoso della cinepresa, né un fine scrittore (e a vedere l’alto numero di co-autori della sceneggiatura sembra che non si interessi neanche eccessivamente alla pre-produzione). Sicuramente, il plot risente dell’influenza di Cena tra amici e della sua compagine italiana Il nome del figlio. Sì, nel complesso non è un Fellini nè un Antonioni, ma è giusto analizzare i meriti di un’operetta forte, dal successo meritato e che riesce a parlare, con un certo grado di incolpevole approssimazione, a diversi tipi di pubblico.
La storia la sanno tutti. Un normale ritrovo tra amici diventa lo scenario per un gioco ansiogeno: leggere pubblicamente i messaggi che arriveranno durante la sera e rispondere alle chiamate col vivavoce attivato.
Esclusi i meriti di confezionamento del prodotto-Genovese non è Bergman, ma la sua capacità di estraniarsi dalla scena per lasciare spazio alla sola narrazione è lodevole e girare un film di più di un’ora e trenta, ambientato quasi interamente nella stessa stanza è prova in cui recentemente si sono cimentati solo Polanski e pochi altri-a colpire sono le conseguenze iperboliche a cui giunge la pellicola. Conseguenze che potranno forse straniare, ma che trovano giustificazione nella resa grottesca dei personaggi, squallidi e incredibili (nel senso di talmente “non veri” da risultare plausibili) come sono grottesche, squallide e incredibili le loro azioni. O meglio, le loro potenziali azioni, che nascono e si esauriscono (a volte) nella “scatola nera” dello smartphone. Elemento fondante di un’opera che, seppur non dimentica del suo essere intrattenimento e non trattato sociologico, riesce a dire molto sulla vigliaccheria, l’infedeltà e il rapporto marito/moglie.
Il cellulare è solo uno strumento catartico, motore dell’azione, capace di mettere in luce le dinamiche relazionali di coppie allo sbando. E’ un’agente patogeno che porta risentimento e paure (il solo “pensare il gioco” è sintomo di una sfiducia, apparentemente giusta, nell’altro, non solo come partner ma come individuo). Le tensioni, quelle più ovvie e quelle celate, emergono nel corso del film. Le coppie si scambiano sguardi (Valerio Mastrandrea e Marco Giallini sono performers eccezionali) che non si scambierebbero in circostanze quotidiane perché disabituate a guardarsi negli occhi, in cerca di evasione, di una scappatoia dalla routine che non lascia spazio ad una progettazione, ad una costruzione, condivisa.
Chi per sua natura, chi condotto dagli eventi, tutti i personaggi tradiscono.
Piccoli o grandi tradimenti, attuati per mezzo di sotterfugi e infantilismi, coperti con mezzi ipocriti e causanti una vergogna mai celata. Omosessualità, chat erotiche, foto piccanti. Non manca nulla in questa parabola ascendente come figura retorica, discendente come rappresentazione dell’uomo e in quanto elemento di disillusione nello spettatore, sempre più disgustato, atterrito e, si spera, autocritico.
La speranza è che a restare impresso nella mente del pubblico sia una tragicommedia equilibrata, significativa ed emozionante e di cui l’Italia aveva un grande bisogno, oltre a un insegnamento squisito nel suo completo rifiuto di moralismo, pronunciato da Rocco, il più anziano e il più saggio del gruppo, che nello spiegare la sua avversione al gioco non fa appello ad alcuna dignità o ad alcun banalissimo concetto di privacy ma si impone con due sole parole sincere, auto consapevoli:
siamo frangibili.

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