“Perfetti Sconosciuti”

La commedia di Paolo Genovese ha il merito di aver incassato nel primo week-end di programmazione quasi 3.3 milioni di Euro, divenendo la più vista in Italia e superando il TarantinianoThe Hateful Eight”, di cui abbiamo già scritto sette giorni fa. Affinché il pubblico possa identificarsi al meglio con i protagonisti, la vicenda è ambientata in una cornice apparentemente calda e ben conosciuta: la classica cena con gli amici. Sin da subito, infatti, appare chiaro come il fine principale della pellicola non sia solo evidenziare quella falsità e quell’ipocrisia dei rapporti umani, ma anche offrire ad ogni spettatore qualche interessante spunto di riflessione. La bravura di Genovese consiste nell’aver plasmato una storia tradizionale in un prodotto davvero piacevole che invita a porsi qualche domanda sul ruolo della tecnologia nella nostra vita quotidiana: è opportuno, ad esempio, che lo smartphone sia il compagno fedele, il custode dei segreti, l’elemento in grado di scardinare la vita pubblica e privata delle persone?

Il cast è formato da volti molto noti ed altrettanto bravi del nostro panorama cinematografico. Katia Smutniak, Marco Giallini, Anna Foglietta e Valerio Mastandrea vestono i panni di due coppie di mezza età, più o meno in crisi, ognuna con i propri problemi: i primi invitano a casa gli altri, gli amici. Ad essi vanno aggiunti Alba Rohrwacher ed Edoardo Leo, i due classici sposi novelli; e Giuseppe Battiston è il tipico uomo che, dopo il divorzio, sembra non riuscire a dare una nuova direzione alla propria vita, nè sul lato sentimentale, nè su quello lavorativo. Durante la cena, la padrona di casa propone di posizionare sul tavolo ogni cellulare e di rivelare ad alta voce il contenuto delle comunicazioni che arriveranno. Nonostante qualche esitazione e perplessità, nessuno si astiene: così, in pochi minuti l’atmosfera cambia, diventa tesa e, a tratti, meschina, perché quello che avrebbe dovuto essere un gioco si trasforma nella rivelazione dei segreti di ognuno.

La pellicola diverte - con maggior forza nella prima parte -  per la goliardica macedonia di toni comici, tragicomici e melodrammatici, nonché di situazioni a tratti paradossali come equivoci, fraintendimenti e colpi di scena. Il ritmo giusto consente agli spettatori di ridere e di valutare temi importanti come l’amore, il tradimento, i sensi di colpa, l’omofobia e la solitudine, quella provata anche vicino agli altri. Perfettamente calzante la citazione iniziale di Gabriel Garcia Màrquez: “Ognuno di noi ha tre vite: una vita pubblica, una vita privata e una vita segreta.

Consigliato a: chi ha già apprezzato film dissacranti come “Parenti serpenti” (1993), “I nostri ragazzi” (2014) e “Il nome del figlio” (2015). Voto: 6,5.

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