Il peso dell'anima collettiva

Ne abbiamo sentito parlare tutti: sabato 3 giugno, mentre si disputava la finale di Champions League, intorno alle 22:15, tra circa trentamila tifosi di tutte le età radunati in piazza San Carlo nel centro di Torino si è scatenato l'inferno. Il bilancio è ad oggi di 1.527 feriti di cui almeno 10 gravi. Importante sottolineare che a distanza di ormai tre giorni non si conosce ancora la causa effettiva che ha acceso la miccia del fuggi-fuggi generale. Il procuratore di Torino, Armando Spataro, ha dichiarato che "attualmente non ci sono ne indagati ne ipotesi di reato" e, cosa ancor più grave visto l'altissimo numero di feriti per tagli e contusioni, il questore Angelo Sanna si sbilancia dichiarando che l'ordinanza anti-vetro "è stata dichiarata incostituzionale".

Prima di proporvi l'intervento di una delle persone coinvolte, iniziamo a prendere spunto dalla letteratura psicologica e sociologica, provando ad analizzare l'evento da un punto di vista teorico.

Innanzitutto è bene ricordare che il panico è uno stato mentale alterato, più forte della paura, che si avvicina all'ipnosi e pertanto porta l'individuo ad agire in modo incontrollato, basandosi sul concetto animale di risposta con le reazioni di combattimento, fuga, mimetismo/immobilismo (incapacità di agire, muoversi, pensare). Il panico collettivo (nella letteratura una sottoclasse dei collective behavior, quindi un comportamento collettivo) è “una paura collettiva intensa, scatenata dalla percezione di un pericolo reale o immaginario, caratterizzato dalla regressione delle coscienze ad un livello primitivo e gregario e che si traduce in un comportamento di fuga disperata ma anche in altri comportamenti (come il dimenarsi in tutte le direzioni, sparare all’impazzata e la siderazione collettiva); il panico aggrava il pericolo, accresce il numero delle vittime e crea disorganizzazione sociale” (L. Crocq, 1986).

Partendo da questa definizione, è ora importante fare luce su alcuni dei punti chiave contenuti nella stessa. Per prima cosa ci chiediamo cosa può generare il panico collettivo? Come ci suggerisce Crocq, la percezione di un pericolo, che di per se però non è sufficiente a scatenare la paura cieca della folla. Generalmente la nascita del panico collettivo segue tre step ben distinti: si passa dall'inquietudine iniziale infondata, al momento di shock vero e proprio e quindi alla fuga. Ovviamente, nel caso di Torino, bisogna valutare alcuni fattori fondamentali: predisponenti, facilitanti scatenanti.
I fattori predisponenti sono quelli relativi alla composizione della folla: in questo caso persone accomunate da un interesse, da alcuni valori, cariche di tensione e stress emotivo per via del match (l'ansia stessa è annoverata da studi recenti come fattore importante), concentrate sulle dinamiche del gioco e non sul circostante. In questo senso entrano in gioco i fattori scatenanti: un petardo, una transenna caduta, le grida o le voci dei vicini, la folla che si muove velocemente. Facilitati da un ambiente sfavorevole (calca, buio, confusione acustica etc.) tutti questi fattori hanno generato una paura collettiva che è sfociata nel panico generale.

Senza addentrarsi nelle componenti neurologiche e biologiche che accomunano tutti gli individui, la Psicologia delle folle di Gustave Le Bon definisce in questi termini il panico come frutto di un'anima collettiva delle folle che, unito alle più recenti teorie di psicologia sociale di emulazione, suggestione ed imitazione, porta a dover considerare la moltitudine nel momento del panico come un unico individuo irrazionale. A questo punto, pur mantenendo le tre risposte allo shock di Crocq, a Torino c'è stata probabilmente una tendenza generale verso la fuga, generata probabilmente dallo spazio aperto della piazza e dal movimento di massa delle persone.
Come se non bastasse, viviamo ormai in un clima di terrore generale – la stessa sera a Londra sono avvenuti due attentati rivendicati dall'IS – che fa che sedimentare nella nostra coscienza collettiva un perenne stato di allarme, il quale ha sicuramente influenzato il sentimento d'allarme di coloro che si trovavano in piazza San Carlo.

Concludendo e lasciandovi all'intervento, riprendiamo l'ultimo concetto di Crocq relativo alla disorganizzazione e disgregazione sociale, ma servono poche parole per affrontare questo passaggio: quante ore sono passate prima che comparissero dei meme satirici sulla tragedia? Ricordiamoci che siamo lo stesso gruppo di persone ad aver criticato aspramente le vignette di Charlie Hebdo perché andavano a toccare qualcosa che, appunto, dopo le vicende di Torino sembra essersi disgregato.

Ci parla Niccolò Borghetti, 27 anni, lecchese:

"io, mio fratello ed amici abbiamo deciso di andare a Torino a vedere la finale in piazza San Carlo. Siamo arrivati a metà pomeriggio, la piazza era già piena per metà. All'ingresso ci hanno invitati a lasciare il vetro all'esterno, ma i controllo di borse e zaini erano sommari. Alle otto la piazza era già completamente piena al punto che risultava impossibile muoversi. C'erano tanti venditori abusivi di bevande tra cui birre in vetro.
Alle 22.15
(orario in cui si è generato il caos n.d.a.) eravamo a metà tra la statua e il porticato lungo a destra guardando verso lo schermo. Poco dopo, alla nostra sinistra , abbiamo cominciato a sentire un rumore crescente e, in concomitanza, uno spostamento d'aria. Dalla stesso lato, in pochi istanti  le persone hanno iniziato a spingerci e venirci addosso, spostandoci contro il porticato.
Nel mentre ho notato molte persone spinte a terra e calpestate. A un certo punto io e altri ragazzi abbiamo provato a spingere verso la parte opposta, nel tentativo di calmare la ressa. Urlavamo a tutti di stare fermi.
Sono tornato verso il centro della piazza, che nel frattempo si era svuotata: tutta la gente si è spostata sui lati e nelle vie laterali. Sono intervenuti vigili del fuoco, ambulanze e polizia a soccorrere gli innumerevoli feriti.
È passata più di un'ora prima che ritrovassi mio fratello e alcuni dei miei amici, e per altri anche di più. Poiché nessuno di noi si era fatto male in modo rilevante siamo tornati a casa. Dopo questa esperienza mi sento di dire solo una cosa: dobbiamo affrontare il terrore cercando di continuare a vivere la nostra vita come facevamo prima di questa inconscia fobia collettiva".


Per approfondire alcuni episodi di panico collettivo passati alla storia vi rimando alla trasmissione radio con la riproposizione del romanzo di fantascienza "La guerra dei mondi" che gettò nel 1938 gli Stati Uniti nel panico per una notte" ed alla tragedia del Riverfront Coliseum di Cincinnati durante un concerto degli Who, dove se all'inizio tra il pubblico c'è stato un comportamento di mutuo aiuto, in seguito la disorganizzazione (forse, come a Torino) ha fatto sì che pur di salvarsi il singolo si distaccasse dalla massa tornando ad essere "individuale".

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