La nuova frontiera del primo maggio: la festa del precariato

Il primo maggio lo vivo ogni anno con stati d'animo diversi, ma il concerto di Roma mi sta più o meno sempre sul cazzo; odio la retorica e le bandiere, e quando sono a braccetto sotto l'occhio vigile degli sponsor, a fatica trattengo i conati di vomito. Però va beh, so di essere esageratamente critico, mi sento legittimato dalla mia precarietà che ormai mi accompagna da quando ho quindici anni, cioè da quando ho cominciato a lavorare.

Studiare, bere e lavorare è sempre stato faticoso e, nonostante abbia passato ormai più della metà della mia vita lavorando, ho avuto un contratto di sei mesi solo quando lavoravo in fabbrica. Cosa dovrei festeggiare? E sì, in realtà la storia della ricorrenza è legata ai diritti dei lavoratori, ma io mai ho avuto questi privilegi, e poi oggi di che lavoro stiamo parlando? A maggior ragione, forse, andrebbe festeggiato con più veemenza? Basta scendere in piazza a cantare? Non credo c'entri qualcosa, però possibile che non riusciamo a gratificarci con il lavoro? Quanti sono veramente felici di quello che fanno? Per carità, non sono mica l'utopista che crede nella collettività che attraverso la fede in se stesso salva l'umanità. Famose na cantata. E na bevuta.

Ricordo l'anno scorso, fresco di operazione e senza soldi (bella la partita iva), a casa del direttore Andrea parliamo di quello che manca e quello che ci piacerebbe fare, trovare, avere, e insieme ad Ottavio, tra una birra e un whisky, partoriamo Nastorix. Proprio perché ubriachi, il giorno dopo cominciamo a darci da fare e raccogliere materiale fresco, con l'entusiasmo di un ubriaco alla fiera dello sconto al mini market. In breve tempo l'idea, il chupito di informazione, passa di bocca in bocca e si aggiunge Alessandro da Riccione per la prima rubrica del cinema. Poi il sito fa schifo, ve lo faccio io, ed ecco Alessio; le video interviste col cellulare fanno schifo, posso farle io? Benvenuto Paolo. E così via, piano piano ci siamo trasformati in una colorata redazione, un cocktail di generi diversi, amalgamati sotto un unico chupito. E alla salute. E tutti gratis. Lavoriamo a Nastorix gratis. Abbiamo laureati, giornalisti, critici, fotografi, autori, videomaker, tecnici, ubriachi. Possibile che dobbiamo farlo gratis? Ah! Idealisti del cazzo. Come se fosse colpa vostra, poi mica ce lo ha ordinato il dottore di chupitare online, noi, gli scarti del mondo del lavoro. Beati gli ubriachi perché saranno felici. Lavoro sette giorni su sette, ho due lavori, eppure galleggio nella melma; qualcuno dei nostri è senza casa, qualcuno senza lavoro, qualcuno addirittura senza niente da bere. Vi sembra giusto? E cosa dovrei festeggiare con la bottiglia vuota? Dovrei snocciolare i numeri della disoccupazione per sbugiardare il Presidente del Fonzie, dovrei approfondire cause ed effetti del nostro processo nazionale, ma anche internazionale, interno ed esterno; ma snocciolo le olive nel Martini e non capisco come arrivare a fine articolo parlando del primo maggio. Il maggio francese, il 68, De Andrè, quattro birre un mandolino e occupazione; l'erba del vicino è sempre la più buona, la marijuana sballa, e perde il nesso la festa senza il lavoro. Prima il dovere poi il piacere, ma chi decide il valore del dovere, la morale, lo svago legale e quello illegale? Siamo nella nuova frontiera del precariato, avanti popolo alla riscossa, il concertone! Il concertone! La festa dei lavoratori è ormai un lusso per pochi.

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