Pusher III: il cinema in ghiaccio

Pusher III è un film scritto e pensato come una fiaba. Le tinte sono quelle raggelanti dei fratelli Grimm, il bianco, il nero e il rosso della tetra china di Biancaneve, i temi e la risoluzione della trama assomigliano invece più al cinismo incantato di Andersen. La giornata di Milo è segnata da tutti gli stilemi che potrebbero contraddistinguere una fiaba moderna: un re debole, una principessa viziata, un matrimonio, un regno, quello dello spaccio, con le sue logiche e i vari titoli nobiliari, gli antagonisti che vogliono far crollare il re e sgretolare il suo impero, il paesaggio incantato del neon, mai così freddo e glaciale. Si vede anche una mela che è in realtà avvelenata, la partita di Ecstasy che gli viene fornita ma che è un inganno, un sacchetto pieno di caramelle.

Un solo giorno. La vita di Milo si riassume in un giorno e una notte, dalla mattina all’alba. Un giorno in cui i preparativi per il compleanno di una giovane donna, la figlia Milena, sconvolgono ogni piano di un uomo-museo incapace di reinventarsi, di affrontare il futuro di una Copenaghen a lui inedita, sempre più globalizzata e soggetta ad immigrazione, la quale attraverso lo scontro generazionale lo invita a farsi da parte. “Guardati, stai invecchiando. Se vuoi sopravvivere devi trattare con la nuova generazione, se non vuoi uscire dal giro” gli consiglia Mohammed – suo sottoposto, nonché uno dei tanti antagonisti con cui dovrà battersi, ma Milo fallisce in ogni tentativo di cambiamento, riprendendo a fumare dopo un lungo periodo di astinenza, nel tentativo di smerciare una qualità di stupefacenti (l’MDMA) che non ha mai trattato prima. Il vecchio è destinato a morire per lasciare spazio al nuovo. Non c’è un bene o un male, è semplicemente così.

Pusher III è un film del nuovo contro il vecchio, di un marito contro un padre, dello straniero contro il nativo, della nuova leva dello spaccio di Copenaghen contro quella vecchia, del tempo di un passato intero contro quello del giorno presente, e anche se la trama sullo sfondo non si discosta troppo da quello che è il plot del primo capitolo – un conflitto standard, un momento critico, un elemento caotico che perturba la tranquillità e la stabilità dei personaggi – i toni dell‘opera che fino ad oggi chiude la saga (“fino ad oggi” perché Refn non ha mai smentito la possibilità di riaprire le linee narrative e lasciare spazio a un ulteriore sequel) si differenzia da entrambi i lavori precedenti e al contempo li riassume.

Refn riformula le questioni che si poneva sul rapporto genitore/figlio all’interno di una cornice relazionale (la tragicomica riunione di famiglia per il compleanno di Milena che con la sua eccentricità sembra ricalcare quella di Festen - Festa in famiglia (1998) di Thomas Vinterberg) e una narrativa (l’intreccio thriller che invece stentava in Pusher - Sangue sulle mie mani), riprendendo il percorso intrapreso con Fear X e concentrandosi unicamente, esistenzialisticamente, sull’uomo.

La trilogia di Pusher è un percorso verso l’implosione. Sempre più intimista, sempre più rivolta al suo cuore. Col succedersi dei capitoli Refn elimina il superfluo, riduce i personaggi, restringe il campo. Passa lentamente dalla carrellata orizzontale di Frank che scappa dalla polizia nel primo film, alle indagini dei primi piani sul viscido corpo di Milo; vuole entrare nella sua gola, vedere con l’occhio della telecamera la depressione della nicotina, della dipendenza da cocaina, cercare un’ultima volta dentro ai suoi occhi il viso della moglie morta. Vuole liquefare strutture e sovrastrutture per lasciare in mostra il solo corpo, l’uomo cadavere dentro stanze e locali sempre più piccoli (il ristorante dove il protagonista deve sorvegliare una giovane ragazza in balia di due protettori, lo studiolo dove fuma del crack, la cucina straripante di cibo), l’essere che invecchia e viene dragato dalle sue emozioni, in altre parole, privato dell’anima.

Milo è invecchiato, è lontano dall’individuo altero e imperioso di Pusher, il boss che si dimostrava inflessibile anche di fronte all’amico più stretto. E’ taciturno, insicuro, scende a compromessi, tratta con ragazzi più giovani di lui, ma nelle sue vene ancora scorre il sangue della malavita, sepolto sotto i dubbi che lo divorano e l’amore che non si sente corrispondere da Milena. Quando però vede la mano della ragazza sequestrata – una ragazza che compie gli anni lo stesso giorno della figlia e la sostituisce nel suo cuore, più indifesa, più bisognosa di protezione – corrodersi sotto l’acqua bollente aperta dall’albanese dopo il suo tentativo di fuga, l’anziano boss viene spinto ad un ultimo grande atto di umanità (che il pubblico poteva evincere anche nella prima opera, attraverso il suo carattere amichevole e il suo tentativo di riappacificazione con Frank). Ma ogni atto d’amore nel mondo di Refn corrisponde ad altrettanti atti di violenza.

Indi per cui, dopo aver recuperato la ragazza che si era precipitata fuori dalla porta approfittando del malessere del polacco, Milo entra in colluttazione col malvivente, agguanta un martello, lo colpisce alla tempia e riversa sul suo corpo le tirannie della figlia, il fantasma di una moglie morta, le tensioni di un cosmo che non può più essere quello di un uomo stanco e disincantato. Abbatte il corpo, ma poi il corpo deve sparire, e la soluzione all’acqua bollente non può che essere il ghiaccio; e di ghiaccio in Pusher III ce n’è molto, fa molto freddo, e non solo per l’atteggiamento indisponente di Milena – che con le ultime tre lettere del nome ruba la virilità al padre (Milo) e lo asservisce al suo cospetto, sebbene egli tenti di esaudire i suoi desideri e le dimostri un amore sincero con i regali e i discorsi pubblici e l’impegno per la preparazione della cena – né solo a causa dell’arroganza di Mike, il suo compagno, indolente nei confronti di Milo e alle sue richieste di una collaborazione in ambito “lavorativo”. E’ l’aria funerea. La cappa di fumo. Il deprimente candore dei ritrovi dei narcotici anonimi. C’è molto ghiaccio perché il neon lo materializza nell’aria, nel ristorante di Radovan – lo scagnozzo di Milo, che dopo le vicende con Frank descritte in Pusher ha abbandonato l’attività per intraprendere una nuova vita -, nella cella frigorifera dove i due uomini portano il corpo del polacco che ricattava Milo perché possa essere eliminato.

La verità è che a quella catena non c’è il corpo di una persona, ma il corpo in quanto corpo, multi-faccia, involucro. Il corpo di Milo che viene sviscerato durante la pellicola, nell’intimo delle sue scelte (la droga), negli affetti famigliari (il rapporto con la figlia), nel suo stesso lavoro (il tranello che gli viene inflitto). E allora Milo trita gli organi con cura, fa sgocciolare il sangue, tasta il cadavere per assicurarsi della qualità del processo, perde ogni speranza, accoglie in seno la delusione e la disperazione. Torna a casa dalla figlia, “mancava solo la mamma” annuncia lei, si avvicina alla piscina, tocca lo zippo che Clint Eastwood in Gran Torino (2008) fingeva fosse una pistola, così da poter essere ucciso da una gang di orientali, ma Milo quello zippo lo estrae e si accende una sigaretta, cosa ne sarà di lui, del suo impero e della sue fragilità, non è molto importante, perché Milo, come la trilogia di Pusher, per ora, non ha più niente da dire.

Refn trae le conclusioni del suo vecchio cinema e ne fa un commiato, lo mette in ghiaccio fino a quando non sarà pronto per essere scongelato.

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