Pusher: il paesaggio umano

Da uno schermo nero partono, prepotenti, dei tamburi.
I titoli id testa.
Subentra una chitarra, si accendono dei riflettori teatrali dalla luce tenue che a intermittenza presentano dei personaggi: sono Frank, Vic, Tonny, Milo, Radovan: la metonimia del mondo della droga danese. Le luci si accendono su di loro, ma il volto rimane seminascosto nell’ombra.

I riflettori si spengono e si riaccendono, presentano un nuovo cinema, magari non ancora un cinema nuovo, col suo ingenuo citazionismo musicale (il poster dei White Zombie) e cinematografico (il poster di Mad Ma e di Bruce Lee) e uno stile di ripresa ancora non del tutto caratteristico, seppur già maturo per un autore di ventisei anni.

Grazie ad una cinepresa ondeggiante che, seguendolo o precedendolo, mantiene il fuoco sulle azioni e sul volto di Frank (spacciatore di droghe pesanti alle dipendenze di Milo, il boss-cheff che gestisce la maggior parte del giro di droga della periferia) e delle persone che incontra - e sebbene il panorama di Copenaghen sia relegato sullo sfondo da inquadrature mai stabili e spesso estremamente ravvicinate agli attori - l’essenza di Pusher - L’inizio è il paesaggio, sotto due diverse accezioni.

Per cominciare, quello della città, dei suoi luoghi e del suo neon, e in seguito quello delle azioni in primo piano, della rappresentazione della fauna umana che restituisce una fedele trasposizione della malavita danese degli anni ’90.

Nel primo livello si colloca quindi il paesaggio della Copenaghen periferica. Canali, bettole, tuguri, rovine, ristoranti decadenti.
Tutto questo emerge alle spalle di Frank. I luoghi del suo declino in una settimana (la narrazione è divisa giorno per giorno) sono luoghi irrimediabilmente poveri. La casa della madre è un buco con una stanza, un tavolo e poco più. I parcheggi e le strade sono deserte, la popolazione va stanata perché si nasconde tra le macerie di edifici senza intonaco, polverosi e cancerogeni. C’è un senso di umidità nel ristorante di Milo, un’idea di perenne lerciume, di conserve scadenti e prodotti andati a male, un’aria di claustrofobia nella palestra dove il protagonista va a rapinare un conoscente.

Negli appartamenti ci sono siringhe, residui di cocaina, lacci emostatici. La desolazione del fumo.

Le stanze sembrano implodere, gli oggetti sommergono il loro regno entropico.
Il neon è in tutto: fuori dalle discoteche, dentro alle discoteche, tra il vapore delle macchine del fumo nella pista da ballo, nelle insegne dei supermercati.
E davanti al neon emerge il secondo paesaggio, quello della malavita, impressionato attraverso una storia semplice, viscerale, un intreccio neanche troppo studiato, ma che nasconde momenti di disperata brutalità e sparuti attimi di quello che sarà il futuro cinema del regista (la scena in cui Vic si buca nel bagno mentre Frank fuma una sigaretta sdraiato sul divano, accompagnata da un tema musicale leggiadro, predice molte future inquadrature di Fear X, Drive, The Neon Demon ecc.).
Il mondo di Pusher è una vasca per pesci rossi, una bolla di vetro, o forse di plastica perché indistruttibile, che estrania dalla realtà comune, che sviscera con un sottile velo di apatia una quotidianità malata, con leggi e logiche proprie. E’ la stessa vasca dei pesci che Frank e Tonny indicano mentre mangiano al ristorante. Battono il dito sulla superficie, dialogano con i pesci, ma nessuna risposta. Il mondo della periferia danese è impenetrabile e incomprensibile. La polizia può poco o nulla per fermare il circolo vizioso (e virtuoso) di spaccio e regolazione dei conti.
La volgarità del sesso è in ogni cosa. Nella prostituzione, nei discorsi, negli insulti. Tutti diffidano di tutti. Gli amici non sono amici. Quando Frank viene catturato dalla polizia durante uno vendita in macchina, la prima persona che accusa di infedeltà è l’uomo che fino a qualche giorno addietro chiamava amico, col quale importunava le ragazze in discoteca, pranzava e simulava scene di lotta e accoltellamenti: Tonny, che viene picchiato con pugni, schiaffi, calci, sedie e mazze, senza avere la possibilità di difendersi. Né col corpo, né con le parole.
Frank a sua volta è vittima di questa regola perversa. Milo lo tratta come un figlio o come un fratello. Gli porge le sue ultime “pietanze” culinarie (immangiabili manicaretti di sua invenzione) perché possa assaggiarle ed esporgli una sua opinione, ma lui vuole solo parlare di affari. Il capo gli chiede aiuto per trascinare il frigorifero comprato per la figlia fuori dal ristorante, lo dileggia affettuosamente, lo presenta a parenti, amici. Sembra una grande famiglia felice. Ma quando l'affare che il “migliore amico” aveva organizzato – così lo definisce Milo – si rivela una truffa o un raggiro o un errore fatale, egli non è pronto a credere alle sue parole. Al giuramento di non averlo denunciato ai poliziotti. All’ammissione di aver perso interamente la partita che gli aveva fornito, lasciata cadere in acqua perché la polizia non potesse sequestrarla. Milo se ne disinteressa. Non vuole ascoltare alcuna motivazione. “Se non mi restituisci i soldi ti spezzo le gambe e non potrai più camminare” gli dice al telefono in una delle loro ultime conversazioni.

Il mondo di Pusher è instabile. Il minimo intoppo, la più piccola contraddizione, possono scatenare le reazioni violente di uomini euforici, misogini, ipertesi. Non esistono legami solidi. Nulla che non possa essere spezzato in nome del profitto o della salvaguardia dell’onore. I forti si dimostrano deboli. I deboli si dimostrano vincenti.

Frank deve affrontare le conseguenze del suo errore, uno sbaglio commesso in un mondo che non perdona nulla a nessuno. Si è preso un rischio. Ha accettato di smerciare un’ingente quantità di droga ad un uomo che ha conosciuto in prigione, aumentando i prezzi a proprio piacimento (da 700 a 900 corone al grammo), dando una parola e poi ritraendola. Si è dimostrato goffo, maldestro, non attento ai minimi particolari.
Egli non è in grado di minacciare con forza i disgraziati tossicodipendenti che affollano il suburbio di Copenaghen per recuperare i soldi che deve a Milo. Neanche quando accompagnato da Radovan, il violento strozzino della famiglia del boss, riesce a convincere un eroinomane omosessuale che gli deve dei soldi a fare un colpo in banca per lui, anzi, i due gli lasciano il tempo di imbracciare un’arma da fuoco e spararsi dritto in bocca, perdendo la possibilità di recuperare anche un solo centesimo. L'unica soluzione resta la minaccia: ricatta una sua sottoposta, che egli stesso non vuole pagare, e la obbliga a restituirgli la merce rimasta invenduta; questa ha però fatto recapitare il pacco ad Amsterdam senza consultarsi con lui e i soldi non sono ancora disponibili se non addirittura persi per sempre. Frank E’ un uomo smarrito, che non riesce a gestire i vari aspetti di una vita centrifuga e confusionaria, talmente tachicardica da indurlo a prendere la macchina e a correre per le strade e bussare alle porte di tutti i suoi conoscenti pur di racimolare qualche speranza. Si vede persino costretto a tornare mestamente dalla madre che non vede da giorni e per chiederle i soldi utili per saldare il debito; ha bisogno di duecentomila corone, ma la donna può regalargliene solo poche migliaia (sono tutto quello che ha), accettate da Frank prima di andarsene in maniera brusca.

Senza padre, con una madre che schiva, abbandonato dalla sua famiglia mafiosa, perso dal suo unico amico, l’unica persona alla quale continua a donare attenzioni è Vic, la prostituta che riempie di regali e con la quale non vuole fare sesso perché non sopporta “la fica a pagamento” e perché non riesce a non trattarla come una figlia, regalandole uno scimmione di peluche all’inizio del film che vagamente gli assomiglia (tanto che la ragazza, dopo che l’uomo ha rifiutato un suo bacio dice “voglio portarmelo a letto”), e un capo d’abbigliamento nel finale, quandanche avrebbe avuto più bisogno di preservare ogni spicciolo. Quando la situazione sembra essere precipitata definitivamente Frank si lancia in promesse alla ragazza; promesse di una fuga e di una nuova vita insieme alle quali la donna non può che guardare con entusiasmo, disgustata dal proprio lavoro e dalle prospettive di vita che Copenaghen le offre. Ma nel momento in cui l’uomo in cui riponeva la sua fiducia (tutte le dinamiche relazionali in Pusher si fondano sulla fiducia e la sua rottura della stessa) trova il modo di recuperare i soldi che porrebbero fine al suo alterco con Milo, nel frattempo sfociato in violenza, la ragazza vede uccisi i suoi sogni e decide di rubare all'amante il panetto che avvolge i soldi, lasciandolo solo al centro della strada notturna.

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