Quando arrestarono il mio stalker

Yang era follemente innamorato di me. Si era innamorato di me semplicemente perché io parlavo con chiunque, e quindi parlavo anche con lui. Yang era obeso, introverso, e aveva un’espressione che molti giudicavano ebete. Quindi nessuna ragazza, di nessuna nazionalità, in nessuna circostanza, gli rivolgeva mai la parola. Il fatto che io mi fossi interessata a lui, come in realtà mi interessavo a qualunque altra persona, gli aveva fatto pensare che io fossi speciale. Siccome si era convinto, come quasi tutti gli esseri umani del resto, che l’amore della sua vita sarebbe stato speciale, la conclusione del suo ragionamento era stata logica, lineare: io ero l’amore della sua vita.

Avevamo viaggiato insieme per un paio di mesi perché io, dopo avergli spiegato più volte nella maniera più diretta possibile che non provavo niente per lui, avevo deciso di concentrarmi solo sugli aspetti positivi della sua personalità: il suo notevole talento artistico, il suo altruismo e la sua tolleranza, per creare quella che ingenuamente speravo sarebbe diventata una fruttuosa amicizia. Ero colpevole di aver ignorato i lati controversi del suo carattere, certamente: il fatto che una mattina all’alba si era buttato nel fiume di Brisbane, in Australia, e poi si era presentato ai piedi del mio letto in ostello, bagnato fradicio, sostenendo di aver tentato il suicidio per me e di non essere riuscito malauguratamente a realizzare il suo proposito perché, nonostante tutto, galleggiava invece di annegare, perdendo passaporto e carta di credito nell’impresa. Un'altra volta mi aveva svegliata in piena notte a Sydney per informarmi concitatamente che aveva sentito un francese dire a tutti che ero una troia, per poi scoprire che la ex ragazza del francese si chiamava come me, ed era lei la troia, non io, che peraltro non avevo mai scambiato una parola con lui. Oppure il fatto che compariva nel ristorante in cui lavoravo alle sette del mattino e ci restava fino alla chiusura: era il nostro miglior cliente e il mio capo lo adorava. Ma anche l’avermi presentato un contratto redatto di suo pugno e firmato, in cui si impegnava solennemente a non importunarmi più e a non fiatare se non interpellato dalla sottoscritta, in cambio della mia “gentile considerazione”. O l’aver sbraitato nel centro di Vientiane, accecato dalla gelosia, che fumare oppio con dei ragazzi italiani che avevo appena conosciuto era una cosa riprovevole, dimenticando nell'euforia del momento che assumere droghe in Laos è un reato talmente grave che avrebbe potuto costarci diversi anni di galera o comunque una multa molto consistente, se solo uno dei passanti ci avesse denunciati.

Quando, esasperata dalla sua insistenza, decisi di eliminarlo dalla mia vita, Yang giocò d’astuzia: prima contattò tutti i miei amici dicendo loro che ero nei guai e non volevo dirlo per colpa del mio maledetto orgoglio, ma avevo davvero bisogno di aiuto e quindi lui doveva assolutamente sapere dov’ero per aiutarmi nonostante il mio maledetto orgoglio. I miei amici si rifiutarono di dargli informazioni, sapendo che in realtà me la stavo spassando alla grande in Nuova Zelanda, che avevo rotto con lui e certamente non ero nei guai. Poi cominciò a spiare i miei nuovi amici sui social network e venne così a sapere che mi trovavo in Nuova Zelanda. Passò due mesi a Auckland, passeggiando per la strada principale e sperando di vedermi passare di lì, finché scoprì che in realtà ero ad Arthur's Pass.

Si presentò nel ristorante in cui lavoravo proprio pochi giorni prima che me ne andassi, ansimante, con gli occhi strabuzzati, la bocca spalancata e le braccia tese mentre servivo un cliente. Corsi in cucina e il mio capo, che non nutriva per lui la stessa simpatia dell’altro mio capo a Sydney perché Yang non aveva mai acquistato niente nel suo locale, uscì, gli diede un pugno e chiamò il poliziotto del villaggio. Il fatto è che ad Arthur’s Pass la cosa peggiore in assoluto che poteva capitare era investire una pecora, e quindi la gente del posto non faceva altro che sognare che succedesse qualcosa di eclatante per sfogare anni e anni di noia repressa. Considerato questo, probabilmente quello non fu il più bel quarto d’ora della vita di Yang: il mio capo mi disse solo che era stato rimpatriato in Corea e persuaso a non cercarmi mai più. Il giorno successivo il nostro ristorante diventò la meta prediletta di tutti i cittadini di Arthur’s Pass, che con la scusa della colazione erano venuti appositamente per conoscere i minimi dettagli della straordinaria vicenda: fu la giornata economicamente più fruttuosa di sempre, e sono certa che nella sua maniera burbera e rozza anche il mio capo finì per voler bene a Yang, un po’ come l’altro mio capo di Sydney.

Qualche giorno dopo ricevetti un’email di Yang che parlava di “terribile equivoco” e di “amore incompreso”, con particolare riferimento al fatto che, data la mia giovane età, ancora non mi rendevo conto di essere speciale e di conseguenza di amarlo. Decisi di non rispondere all’email né a quelle che seguirono, che del resto giravano bene o male tutte intorno allo stesso argomento. Yang continuò a scrivermi per anni, accettando il mio silenzio come una “fase comprensibile e necessaria” della maturazione dei miei sentimenti per lui, e rispondendo a tono ai miei occasionali fidanzati che a volte gli scrivevano messaggi minacciosi. Soltanto negli ultimi due anni Yang ha smesso di contattarmi, prendendo atto, forse, che alla fine la storia dell’amore speciale è una balla clamorosa a cui molti fanno solo finta di credere, oppure, molto più probabilmente, che non sono poi così tanto speciale come gli ero sembrata all'inizio, in fondo.

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