Quella strana notte sul treno da Vienna

"Oh ragazzi vi va di movimentare un po' questo mortorio di treno?". Guardai con riconoscenza il giovane che si era affacciato nella nostra cuccetta. Avevo diciotto anni e  stavo tornando dalla mia prima vacanza all'estero senza adulti. Viaggiavo con un amico della mia stessa età, un ragazzo gentile e introverso che non aveva mai vissuto in prima persona la ribellione adolescenziale ma aveva il pregio di non disapprovare né contrastare mai la mia di ribellione adolescenziale.
Il giovane che ci aveva invitati a movimentare quel mortorio di treno aveva soltanto qualche anno in più di noi  e diceva di avere erba e alcool a volontà. Era un'offerta che non potevo rifiutare: i cinque giorni a Vienna erano stati interessanti, ma troppo tranquilli per i miei gusti. Lo seguii, trovammo un paio di giovani disposti a festeggiare con noi in un'altra cuccetta, e ci sedemmo tutti insieme davanti alla porta del cesso a fumare canne e bere bottiglie di vino che i ragazzi avevano rubato quando il capotreno era distratto o faceva finta di esserlo. Uno dei ragazzi aveva due occhi molto scuri, sorridenti e caldi. Aveva la mia età e mi aveva detto che si sarebbe iscritto anche lui a filosofia in Statale, come me. Cominciammo a parlare di Nietzsche, mentre il treno correva sulle rotaie lasciando entrare una gradevole folata di aria fredda dal finestrino aperto. Finimmo per baciarci. L'alcool e l'erba alteravano il mio senso del tempo e dell'ambiente circostante, per cui non so dire come ci trovammo da soli, seduti per terra, io sulle sue gambe, la testa sulla sua spalla. Tutti gli altri erano spariti senza che me ne accorgessi. Eravamo rimasti noi due soli, con mezzo pacchetto di sigarette e una bottiglia di vino  semivuota. Era quasi mattina ma avevamo di meglio da fare che andare a dormire.
All'improvviso apparvero due donne. Non so se fossero imparentate o meno, ma sembravano una la proiezione dell'altra in due età diverse. La più giovane poteva avere trenta, trentacinque anni. La più vecchia poteva averne il doppio. Mi diedero l'impressione di essere la stessa persona in due periodi diversi della sua vita. Avevano entrambe i capelli molto lunghi e sciolti sulle spalle, solo che quelli della giovane erano nerissimi e quelli della vecchia completamente grigi. La giovane si guardava intorno nervosamente, mentre estraeva una sigaretta dal suo pacchetto.
"Tranquilla, qui si può fumare", le disse il mio ragazzo. C'era una puzza di fumo indescrivibile lì davanti ai cessi. La giovane ci guardò con simpatia e accese la sigaretta. Ne accendemmo una anche noi. La vecchia non fumava, ma ci osservava con aria amichevole. "Voi due usate il preservativo?", ci chiese a bruciapelo. Ridemmo imbarazzati. "E' importante il preservativo", ci informò la vecchia. "Siete così giovani. Sarebbe un bel guaio se vi capitasse un bambino proprio adesso. Avete ancora troppe cose da fare". La rassicurammo che non sarebbe capitato un bambino proprio adesso.
Intanto la giovane fumava, fissando il finestrino con aria assorta. Fumava lentamente. Si era seduta per terra. Gli occhi, rotondi e castani, le si erano riempiti progressivamente di lacrime. Il mio ragazzo me lo fece notare con una gomitata e uno sguardo. La abbracciai. "Cosa c'è, perché piangi?", le chiesi. La donna mi guardò un attimo, poi appoggiò la testa sulla mia spalla, e cominciò a singhiozzare senza ritegno. Il mio ragazzo mi guardava con timidezza e imbarazzo: gli dispiaceva, ma non sapeva come comportarsi. Continuava a baciarmi. Nonostante il suo evidente disagio, era sempre molto dolce. La vecchia, in piedi, ci osservava tutti con uno sguardo estremamente compassionevole senza dire una parola. Il treno continuava a correre sulle rotaie.
"Non è giusto", cominciò la donna più giovane, tra un singhiozzo e l'altro. "Aveva solo trentacinque anni. Non aveva mai avuto problemi di salute. Si era alzato quella mattina e mi aveva detto che aveva mal di testa". Mi abbracciò più forte. "Mi ha lasciata da sola con tre bambini piccoli. Non ha nemmeno finito la colazione. Non aveva mai avuto problemi di salute, aveva solo trentacinque anni".
L'aria che entrava dal finestrino ci scompigliava i capelli.  I volti delle due donne sotto quella tempesta di capelli sembravano due pallidi muri impotenti, ma di una fermezza quasi ferrea. "Mi dispiace molto", dissi alla donna più giovane baciandola sulla fronte. "Tu sei troppo giovane per capire", rispose lei. "Quanti anni hai?". "Diciotto". "Troppo pochi". Non dissi niente: in quel periodo mi piaceva parlare della mancanza del senso della vita, della morte e del suicidio. Ma ora, davanti a lei, ammutolivo. "Credi in dio?", mi chiese dopo un po'. "No". "Credo di non crederci nemmeno io. Non ho tutti i torti, vero?". La rassicurai: non aveva tutti i  torti.
Il mio ragazzo mi coccolava, la vecchia ci guardava come se l'intera vicenda le facesse molta pena ma non la riguardasse ormai più. Il treno correva.
Passammo un'ora lì insieme, forse di più, forse di meno. Il mio senso del tempo si era completamente annullato, in parte per le sostanze che avevo assunto, in parte per l'intensità di quel momento. Tornai alla mia cuccetta quando il sole era ormai spuntato, bagnando il treno di una flebile luce tremolante. "In bocca al lupo", ci augurarono le due donne. "Ci vediamo tra qualche settimana in Statale", mi disse il ragazzo dandomi un ultimo bacio.
Non rividi più nessuno. In Statale noi studenti di filosofia ci conoscevamo tutti, ma non incontrai mai quel ragazzo, né sentii parlare di lui. Rimasi un po' delusa all'inizio, ma poi non ci pensai più. Se lo vedessi ora non lo riconoscerei. Ho persino fantasticato di aver avuto una specie di allucinazione quella notte, o un sogno troppo realistico. Ma ormai non c'è più nessuno che possa darmene la certezza.

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