Quello che le donne (non) dicono

Ieri tutti hanno festeggiato la Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne. Sì, avete letto bene, festeggiato.
Mi ero ripromessa di non tornare sull'argomento, anche perché credevo di aver scritto abbastanza in questo articolo di luglio. Purtroppo ieri, quasi l'intera popolazione di Facebook si è come accodata al trend topic del momento: quindi hanno tutti dimenticato la Siria, Bruxelles, Parigi, la Turchia e sono diventati degli attivismi del femminismo per ventiquattr'ore.

Il tutto mi è saltato all'occhio "grazie" a un mio (ormai ex) amico su Facebook che un paio di giorni fa ha condiviso la foto di una donna, con il burqa, con una frase che intimava a strapparle il velo di dosso, anche con la forza, poiché se vive in Italia deve rispettare la "nostra" legge; poi ieri, un'altra donna, questa volta con un livido in faccia, con la solita frase banale "se la riduci così non sei forte, sei una merda".
Sarà quindi che non ho mai visto tutta questa solidarietà verso le donne nel popolo maschile, che di solito, sempre parlando per trends, segue molto più l'#escile al momento. Può anche darsi che io abbia tristemente notato solo una patina di ipocrisia in tutti quegli status. Oppure perché ho assistito all'ormai inevitabile divagare del fenomeno della polemica sterile da social network. Dissidi, insulti e scenate proprio in una delle giornate che, questa violenza, cercano di arginarla.

Alla fine, forse, più semplicemente da donna so esattamente cosa significa essere donna oggi, in occidente. Non solo ho personalmente subito violenza fisica da parte del mio ex fidanzato (eppure ieri me ne sono stata zitta su Facebook, provando solo un senso di dolore privato per quelle che, a differenza mia, non hanno o non hanno avuto un'alternativa), ma vivo anche la mia quotidianità lavorativa e familiare con quei limiti che mi impone il mio "essere donna".

Quindi, per rispettare quella che è stata la Giornata mondiale contro la violenza sulle donne per il valore che deve e dovrà avere sempre, qui come in ogni parte del mondo, scelgo di non parlare. Quello l'hanno ampiamente già fatto molti e molte di voi ieri. Ma non mi chiudo in quel silenzio che alimenta troppo spesso l'ormai noto circolo di omertà che si costruisce attorno agli abusi subiti.
Perché se proprio vogliamo spendere due parole, prima di farlo a vuoto, ricordiamoci che, linguisticamente, la violenza altro non è che il generale abuso della forza (rappresentata anche da sole parole, o da sevizie morali, minacce, ricatti), come mezzo di costrizione, di oppressione, per obbligare cioè altri ad agire o a cedere contro la propria volontà.
In conclusione, lascio  quindi parlare chi, per davvero, questa violenza l'ha subita e che, anche se in forma anonima, decide di regalare qualche parola a Nastorix e, perché no, al mondo intero, per far capire cosa vivano le donne vittime di violenza in senso lato.

Valeria, 28 anni. Vive a Milano, dove studia e lavora.

Ringraziandoti innanzitutto per aver deciso di intervenire su un tema così delicato, vorrei chiederti qualcosa di te. Raccontaci pure a ruota libera come hai vissuto la tua esperienza di donna vittima di violenza. 

È un dolore avere il ricordo di certe esperienze, però credo possa essere d’aiuto a qualcun altro per comprendere che, alcune situazioni, non sono e NON devono essere concepite come ‘nella norma’. Cercherò di non essere troppo prolissa, permettimi solo di descrivere al meglio quei punti che sento essere cruciali.
I primi ricordi risalgono a quando avevo 4 anni. Sono cresciuta in un ambiente tirannico e caotico ma ne ho preso davvero coscienza soltanto alla fine dell’adolescenza, probabilmente. E soltanto adesso, da persona ‘adulta’, comprendo che ci sono una miriade di comportamenti riconducibili alla violenza sulle donne.
Mia madre proviene da una piccolo paese nell'entroterra siciliano ed è emigrata in un altrettanto piccolo centro della pianura padana, dove ha iniziato a fare dei lavori molto duri per una ragazzina di 12 anni. Quando ha conosciuto mio padre, credo abbia visto una scappatoia sia affettiva che materiale, dalla vita che stava conducendo con i genitori. Penso tutto sia iniziato col divieto imposto da mio padre a mia madre, che l'ha obbligata a lasciare il lavoro dopo il primo figlio, e con esso si è sviluppata anche una sorta di ossessione sul modo in cui si truccava il viso e si vestiva. Poi è arrivato il monito di non ricevere troppo spesso i suoi familiari in casa, soprattutto della sorella, in quanto separata dal primo marito e quindi ‘indegna’. Probabilmente l’ipotesi di mio padre era che potesse farlo anche mia madre, e questo lo terrorizzava. Ogni litigio era un percorso di rabbia cieca che comprendeva schiaffi, mani sul collo e lancio di oggetti.
Il ricordo più tenero che conservo, in un certo senso, è di come una volta, io e mia sorella, ci siamo abbracciate terrorizzate durante un litigio intenso. Ma la maggior parte di queste esperienze le ho vissute da sola, nell’indifferenza dei miei stessi familiari. Sembra che le mie sorelle abbiano accettato tutto, come fosse un modello familiare.  Ovvio, duro, tuttavia uno tra i tanti esistenti. Anche loro hanno più o meno seguito lo stesso iter di crescita personale di mia madre: nessun interesse formativo particolare, immediata ricerca di un lavoro a cui hanno fatto repentinamente seguito il matrimonio con uomini maschilisti, poi figli e vita da casalinga.
Le condizioni di famiglie come la mia, a volte tendono a risolversi, altre a culminare con un atto definitivo.
Io non so bene che piega abbia preso la mia, so solo che gli atti più violenti risalgono agli ultimi 7 anni e se non avessi avuto determinate persone vicino, forse sarebbero esplosi in situazioni veramente gravi. Io non sono mai stata picchiata, ebbene vi chiederete: allora che razza di violenza ho subito? Provate a vivere costantemente con una persona che cerca di far perdere ogni qualità a vostra madre, insultandola, cercando di strangolarla. Che punta una pistola a voi, agli altri componenti della famiglia, a se stesso. Che vi costringe puntualmente a chiedere aiuto nel cuore della notte e poi vi minaccia con ancor più aggressività, per paura che lo raccontiate in giro. Provate a crescere con una persona ossessiva, che ripete ogni giorno alla sua donna che è ignorante e come deve vestirsi, quando e come deve parlare e i bisogni che deve avere, la allontana dalla sua famiglia. Provate a convincere vostra madre che tutto questo è sbagliato e sentitevi rispondere che dovete farvi gli affari vostri, che non vi riguarda, di non provare più a reagire, a raccontarlo a qualcuno di esterno, che tutto quello che lei subisce è ‘per amore dei figli’. Insomma, sentitevi anche dare la colpa.

Avrai sicuramente vissuto un conflitto interiore, ma in tutto questo, hai cercato il supporto di qualcuno? Che risposte hai ottenuto?

Ho cercato l’aiuto di fidanzati e di amici fidati. Non avendo l’automobile a disposizione, a volte ho dovuto addirittura chiedere di portarmi via con una pistola al seguito. Perché io non abbia mai chiamato la polizia, ancora non lo so. Forse sapevo che quella era la vita che aveva accettato mia madre e ho voluto lasciargliela. E che, dopotutto, finchè non ci scappa il morto, la giustizia fa sempre molto poco in questi casi. Non prendere provvedimenti più seri, comunque, non è stato giusto per me stessa. Non lo consiglierei e non lo rifarei, data la pericolosità delle situazioni vissute e al dolore che ti lasciano dentro.
Per me stessa però, quando ho riconosciuto il problema, mi sono rivolta ad un terapeuta. La psicoterapia mi ha aiutata molto, soprattutto a riconoscere il problema e dargli la dovuta gravità. Ho quantomeno scoperto per ora che, questa violenza, mi ha imposto degli schemi mentali che mi hanno portata negli anni a varie emozioni, altalenanti tra la rabbia, la repulsione e lo scoraggiamento.

Come si vive in seguito ad aver subito violenza?

Portandosi nel cuore tanta angoscia, dolore e una forte insicurezza.

Cosa pensi del fervore di ieri sui social network in cui in molti hanno avuto parole in difesa delle donne nella giornata mondiale contro la violenza?

Penso che le donne meritino più di una giornata casuale, magari creata da uomini bisbetici, in cui si ricorda che schiaffi, accoltellamenti e costrizioni sessuali non devono essere applicati sul gentil sesso, come poi su nessuno.
Ci tengo inoltre a precisare per chi legge che, la violenza, comprende tanti modi di agire e non sempre sono espliciti: l’amico o l'amica che vi costringe a fare delle cose in cambio di affetto, il padre padrone che vi mantiene e quindi impone qualsiasi cosa, il ragazzo che vi tratta da poco di buono e vi dice come dovete vestirvi o quando e come dovete parlare.
E poi, la larga sfera del sesso, anche all'interno di una relazione consolidata. Ad esempio penso a quelle volte in cui abbiamo l’impressione che l'altro insista per fare sesso anche se gli abbiamo detto chiaramente che non ci va o che non è il momento. Oppure situazioni che portano ad un atto sessuale aggressivo e spiacevole (tranne ovviamente nei casi in cui entrambi siano consenzienti). Per non parlare della sempre più viva e problematica richiesta di favori sessuali come fossero merce di scambio.
Tutte queste situazioni e similari non vanno mai bene. Non sono mai giuste. Questo però non lo diranno in molti, anzi. Come si è notato da ieri, per i più la violenza è solo fisica. Ci tengo a sottolinearlo e avrei altre esperienze personali come queste da raccontarvi, per oggi credo vada bene così. Spero che il mio racconto possa risultare utile per far capire ad alcune giovani donne che non devono accettare tutto e alle meno giovani che non è giusto sacrificare i propri figli, solo perché loro hanno scelto di essere infelici.

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