QUESTO RAGAZZO PREVEDE IL FUTURO!

La mia collega cinese, Jane, mi lancia uno sguardo allarmato. "Merda, sta arrivando". Una formosa donna bionda sui trentacinque anni, avvolta in un abito di seta che la fa assomigliare a una grassa bambola, entra in hotel seguita da un bambino sui dieci anni. "La conosci?", mi chiede Jane. Scuoto la testa. "E' una russa, è pazza come un cavallo. E' stata ospite qui quando è arrivata a Montreal e si è affezionata a Enissa. Così ogni tanto spunta qua, si ubriaca e mette in piedi un casino che tutte le volte torno a casa con un mal di testa atroce. Non capisco come fa Enissa a tollerarlo".

La donna mi guarda con ostilità. "Dov'è la tua capa?" Enissa fa capolino dal ristorante dell'hotel. "Katja, che bello vederti. Vuoi una zuppa?" "Ma certo!", esplode la voce allegra di Katja, mentre Jane si porta una mano alle tempie. "Vieni a servire, della reception si occupa Jane", ordina Enissa. Di solito è Jane ad aiutare nel ristorante, mentre io rimango in reception, ma il disgusto della mia collega è talmente evidente che non dev'essere sfuggito nemmeno a una persona abitualmente ottusa come la mia principale.

Quando le porgo la sua ciotola di zuppa, Katja ha già attaccato il bicchiere di vino, trangugiandolo come se fosse acqua. "E tu da dove arrivi?", mi chiede a bruciapelo. "Sono italiana". Katja scoppia in una sguaiata risata. "Italiana? Ahaha, noi vi mangiamo, noi ci mangiamo voi italiani e anche i i vostri patetici amici tedeschi. L'Unione Europea è un tappeto di briciole per la Russia!" La mia principale, iraniana, evita diplomaticamente di commentare, nonostante i ripetuti tentativi di Katja di coinvolgerla nel suo concitato monologo. "Diglielo, Enissa, noi ci puliamo il culo con l'America e l'Europa. Iran, Russia e Cina domineranno il globo!" Jane, dalla reception, mi lancia uno sguardo desolato, facendomi capire che in quel momento rinuncerebbe volentieri a essere cinese.

Il figlio di dieci anni, accanto a lei, sorseggia pensosamente la sua zuppa. Il suo sguardo vuoto e stranamente calmo non è quello di un bambino, ma quello di un adulto che contempla rassegnato un suo triste mondo interiore, misterioso e invisibile. "Presto scoppierà una guerra", riflette a voce alta. Katja tace improvvisamente e lo fissa con attenzione, come se si fosse accorta soltanto ora della sua presenza. "E dicci, Vlad, chi vincerà?" "La Russia", risponde lui senza esitare. "Questo bambino è un profeta", commenta la madre orgogliosa, versandosi altro vino. "Questo ragazzo non è come gli altri. Ha doti divinatorie. Prevede il futuro. Bisogna ascoltarlo". Vlad continua a deglutire silenziosamente la sua zuppa. "Mi ha dato un sacco di ottimi consigli sugli uomini", continua Katja. "Cos'è che mi dici sempre, amore?" Vlad alza gli occhi dal piatto e ci guarda. I suoi tranquilli occhi verdi rivelano una consapevolezza che stona con il suo volto imberbe e infantile. "Dico che devi smetterla di concederti a tutti subito. Altrimenti gli uomini ti usano e poi ti dimenticano. E poi tu soffri". Enissa annuisce. "E' molto saggio il tuo ragazzo". "Non è come gli altri, l'ho detto. Ha dei poteri soprannaturali. Tutto quello che dice si avvera, prevede il futuro".

Dopo la zuppa, Katja divora un'abbondante porzione di kebab. Ordina una seconda bottiglia di vino e ne trangugia la metà in dieci minuti. Enissa mi fa segno di dare il cambio a Jane, che si sta preparando ad andare a casa con un'espressione sofferente e sollevata allo stesso tempo. "Spero che non ti venga mal di testa", mi sussurra. Mentre esce, sento una squillante voce di soprano intonare una nota opera lirica italiana. "Ha studiato musica", mi spiega Enissa. "Verso la fine della seconda bottiglia di vino comincia sempre a cantare". "Credevo che l'Italia fosse un tappeto di briciole per la Russia", non posso fare a meno di osservare malignamente quando ritiro i piatti di Katja. "Sì, ma cantate bene lo stesso", ribatte lei, fissandomi con uno sguardo sempre più annebbiato e sfuggente. "Siete patetici almeno quanto i vostri merdosi alleati tedeschi, ma avete buon gusto".

Seguendo l'esempio di Jane, decido di posizionarmi in reception, lontana dal tavolo su cui si sta accartocciando in modo sempre più innaturale la grottesca figura imbellettata di Katja. Vlad mi segue. Parliamo per venti minuti di argomenti banali e convenzionali in maniera cauta e pacata, e proprio per questo l'impressione che ho, di nuovo, è quella di interagire con un adulto inspiegabilmente imprigionato in un corpo troppo giovane per lui. E' una sensazione dolorosa e affascinante insieme. All'improvviso sentiamo un urlo dal ristorante, seguito da una cascata di singhiozzi. Vlad alza gli occhi al cielo. "La terza bottiglia. Ci siamo. La crisi isterica".

Katja si trascina faticosamente in reception e porge al bambino il suo telefono. "Digli di non venire. Diglielo tu. Digli. Di. Non. Venire". Vlad prende il telefono. "Jack, lascia perdere. La mamma ha bevuto di nuovo e insomma, adesso è un po'... emotiva. Insomma, non è il caso che tu venga, veramente. Prenderemo un taxi". Ascolta con pazienza quello che sembra essere un discorso lungo e complicato. "Te lo chiedo per favore, Jack. Non è proprio il momento". Katja è abbandonata su una poltrona e piange disperatamente. Il bambino mette il telefono nella sua borsetta. "Sta arrivando. Ovviamente fa di testa sua, non gliene frega niente". Katja emette un grido lancinante che mi fa capire immediatamente l'origine dei mal di testa di Jane e la sua voglia di andarsene a casa il prima possibile, anche se questo significa essere pagata di meno, cosa per lei normalmente inammissibile.

Un quarto d'ora dopo un uomo molto tatuato spinge con violenza la porta d'ingresso. "Sono Jack. Dov'è la mia donna che la devo portare via?" "Vattene", riesce ad articolare con immensa fatica il donnone rovesciato sulla poltrona. L'uomo fa come se non l'avesse sentita. Mentre la solleva sulle sue braccia muscolose mi lancia un'occhiata maliziosa. "Sei un gran pezzo di figa pure tu, però", ammicca. Ora faccio io come se non l'avessi sentito. Vlad raccoglie con cura la borsa della madre. "Adesso andiamo, mettiamola a letto e tu lasciala stare per favore, la vedi com'è", ammonisce pacatamente l'uomo. "Ok, ok", ride Jack, dandogli una pacca sulla testa, come fa un adulto con un bambino che ha appena detto qualcosa di sciocco e divertente.

Quando escono, il silenzio in hotel è improvvisamente irreale, inusuale, brusco. E' come se avessi dimenticato il silenzio e mi stupissi per la prima volta della sua esistenza. "Ci ha lasciato qua un bel po' di soldi", si compiace Enissa dopo qualche minuto. "Tieni, questa è la tua parte", sorride allungandomi una mancia straordinariamente generosa.

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