Quintorigo, le fiamme di Monterey tra archi e sax

Provate a immaginare quante cover band esistono in Italia, e provate a ricordare quante volte siete rimasti delusi da queste ultime.

Continuiamo con gli esempi, mettiamo che siete dei virtuosi della chitarra, e attenti conoscitori di Jimi Hendrix, sapete fare ogni suo pezzo fino all’ultimo bending e distorsione di suono, ma comunque sapete che qualche cosa non funziona: sarà perché sono passati quasi 50 anni da Monterey, o sarà che in qualche modo una copia, per quanto fedele o rielaborata in modo creativa, non sarà mai come l’originale. Ora immaginiamo di dover fare i brani di Jimi Hendrix senza utilizzare lo strumento che lo contraddistingue: la chitarra, e senza i due elementi chiave che accompagnavano il genio di Seattle: la batteria e il basso elettrico. Impossibile, inimmaginabile, pura pazzia.

I Quintorigo, band romagnola, ci hanno creduto, hanno creato quello che in poche righe sembrava l’impresa impossibile, il "giro del mondo in 80 giorni" della musica.

Per il settantesimo anniversario dalla nascita dell’eclettico Hendrix, i Quintorigo creano un album all’avanguardia: Quintorigo Experience (Metro Music Network, 2012). Un album ambizioso che ripercorre la storia dell’artista in 14 tracce storiche, con l’aiuto di ospiti d’eccezione come Vincenzo Vasi, Michele Francesconi e Eric Mingus, figlio del celebre Charles Mingus.

Al Circolo di Mariano Comense abbiamo avuto la possibilità di assistere al live di questo progetto.

Tutto è sistemato a dovere sul palco, anche se sopra le nostre teste si forma un gigantesco punto di domanda: violino, violoncello, contrabbasso e sax: fanno Hendrix? Come è possibile? A guardar bene sembra di dover attendere un concerto Jazz o classico. Come può da questa insolita formazione uscire l’estetica del Genio degli anni 60?

Ogni dubbio viene cancellato con le prime note scaturite dagli archi e dal fiato.

Nella grande sala del Circolo, il silenzio è dovuto. Hendrix è con noi che dirige Valentino Bianchi (sax), Gionata Costa (violoncello), Andrea Costa (violino), Stefano Ricci (contrabbasso) e ad omaggio della voce Moris Pradella. Pura magia.

I colori, gli assolo, l’atmosfera è quella di quegli anni, nostalgico e nuovo, violento e armonioso. Moris, l’anima “black” del complesso, ha una voce che accompagna dolce e piena le varie canzoni, con dei vocalizzi blues antichi che vibrano in tutta la sala. Le complicate armonie si spostano con eleganza da uno strumento all’altro, utilizzando in maniera impeccabile gli stessi effetti che usava il musicista statunitense.

Il gruppo passa in rassegna una gran quantità di pezzi storici: Foxy Lady, Voodoo Child, Fire, Purple Haze, solo per citarne alcuni, il tutto abbellito da parti recitate e video storici proiettati sul palco.

Experience in tutti sensi, perché è l’unica cosa che si può dire dopo averli sentiti: “è stata un’esperienza!”. I Quintorigo, mostrano di sapere mettere a frutto le loro conoscenze accademiche, dopo splendidi album del passato come Rospo (Universal, 1999) e Grigio (Universal,2000), e un progetto similare con Quinto-Play Mingus del 2008, centrano il bersaglio ancora una volta, creando un poetico connubio di suoni e sperimentazioni.

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