Ragazza lettone con piercing

A Varsavia il fantasma di mia zia era l'asfalto grigio della città, le foto in bianco e nero del quartiere ebraico distrutto dalla guerra, la grande piazza dello Stare Miasto in cui il freddo si addensava in gomitoli aguzzi che mi rotolavano sulle spalle facendomi piangere di pena e di solitudine. La sua assenza gridava: questo è il primo sabato della tua vita senza che il suo cuore batta, questa è la prima domenica della tua vita senza che lei respiri. E ne seguiranno molti, ma molti altri. A Varsavia avevo soffocato il vuoto con tanto alcool e con la chiassosa allegria dell'amico spagnolo che mi aveva ospitata e dei suoi compagni.

Avevo incontrato una ex collega di lavoro lituana a Vilnius, che mi aveva mostrato il suo paese e mi aveva dato un passaggio in macchina fino a Riga, Lettonia. A Riga avevo camminato per ore senza sosta per le strade, fino all'esaurimento fisico, annullandomi nell'architettura e nei suoni della città, perché il fantasma appena morto di mia zia mi aveva seguita fino a lì, dove non era mai stata ma dove avrebbe voluto essere, forse, se solo avesse avuto più tempo. Per un'ora intera avevo ascoltato una suonatrice di organo in una chiesa vuota e fredda, che ricordava una conchiglia rovesciata, e quel suono umido di incenso mi aveva fatto pensare a un immenso oceano insensato.

In ostello a Riga avevo conosciuto degli italiani. Era tanto tempo che non parlavo italiano e il suono della mia lingua madre mi rassicurava. Avevo parlato con russi, indiani e turchi, per non sentire il fantasma di mia zia che parlava una lingua fatta di spifferi e di ombre. Ma il suono dell'italiano era dolce come una carezza totalmente inaspettata.

Era notte fonda e parlavamo, continuavamo a parlare, in quell'ostello che era diventato una pozzanghera gravida di luci smorzate e di silenzio. Bevevamo té e sussurravamo in italiano. Il fantasma di mia zia era sempre lì, incastrato in quella concavità d'ombra, il mio cuore era sempre più gonfio della sua assenza, e parlavamo. Sapevo che presto avrei baciato uno di quei ragazzi italiani, e sapevo che il fantasma di mia zia si sarebbe temporaneamente spento quando l'avessi baciato, e questo mi bastava.

"Avevo un cane e mi è morto", disse a un certo punto uno degli italiani, in inglese. La bionda ragazza lettone della reception si girò. Aveva vent'anni, un piercing al labbro e un'aria frivola e lasciva. Avevamo scherzato sul fatto che il suo piercing avrebbe potuto incastrarsi in luoghi decisamente inappropriati. "Qual è il problema?", chiese. "Dispiace, dispiace molto quando qualcuno muore, è doloroso", risposi, mentre il mio cuore si gonfiava come una spugna bollente e sentivo un calore insopportabile fino alla gola e brividi di freddo sulla schiena. Il fantasma di mia zia si stava rianimando.

"Morire è una responsabilità che abbiamo tutti, tutti dobbiamo accettare le nostre responsabilità", ribattè la ragazza lettone. Il ragazzo italiano che avrei baciato ed io ci guardammo. "Non la facevo così filosofa", commentò lui in italiano, e ridemmo insieme. La ragazza lettone ovviamente non ci capiva. "Nasciamo e abbiamo un po' di tempo da passare qui, chi più chi meno. Poi però dobbiamo morire, per fare spazio ad altri affinché anche loro possano avere il loro tempo da passare qui. E' inevitabile". "E' un punto di vista interessante", commentai. "Va accettato, per forza. Succederà a me e succederà a voi, dobbiamo lasciare spazio agli altri come altri hanno lasciato spazio a noi, questa è la nostra responsabilità", concluse la ragazza, prima di seguire in bagno, gongolando di gioia, uno dei ragazzi italiani che ci provava con lei.

Tornò il silenzio. Bevvi un ultimo sorso di té ormai freddo, mentre mi preparavo a baciare l'unico ragazzo che era rimasto con me. Immaginai un mondo in cui nessuno muore e pensai allo spazio del nostro pianeta. Cercai di pensare allo spazio dell'universo ma mi persi quasi subito. Il fantasma di mia zia si fece tiepido e cominciò a trasformarsi in un ricordo morbido e segreto, quasi piacevole. Baciai e abbracciai il ragazzo con tutta la dolcezza di cui ero capace. Quella notte credo di essere stata riconoscente alla sconosciuta ragazza lettone con il piercing sul labbro.

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