Reato di tortura Italia

Reato di tortura: il caso Italia

Mercoledì la Camera dei deputati ha inserito il reato di tortura nel codice penale. I nuovi articoli 613 bis e 613 ter prevedono pene che vanno dai 4 ai 10 anni di reclusione per chi “con violenza o minaccia ovvero con violazione dei propri obblighi di protezione, di cura o di assistenza, intenzionalmente cagiona ad una persona a lui affidata, o comunque sottoposta alla sua autorità, vigilanza o custodia, acute sofferenze fisiche o psichiche al fine di ottenere, da essa o da un terzo, informazioni o dichiarazioni o di infliggere una punizione o di vincere una resistenza, ovvero in ragione dell’appartenenza etnica, dell’orientamento sessuale o delle opinioni politiche o religiose”.

Gli stessi articoli prevedono poi pene maggiori nel caso in cui sia un pubblico ufficiale a compiere atti di tortura, portandole fino a 12 anni di reclusione. Si passa a 30 anni se la tortura provoca la morte accidentale della vittima, l’ergastolo se l’omicidio è intenzionale. Si punisce infine anche chi istiga un pubblico ufficiale a commettere tortura.

Un percorso d’approvazione travagliato

Il disegno di legge per il reato di tortura è arrivato in commissione al Senato nel 2013 ma viene approvato solo nel 2014. Nell’aprile del 2015 viene poi approvato anche dalla Camera con qualche modifica, allungando di nuovo l’iter legislativo rispendendo il disegno al Senato per un’altra approvazione avvenuta solo nel maggio scorso. Ma il testo divenuto legge la settimana scorsa ha una storia lunga 30 anni.

Nel 1984 l’ONU approvò la Convenzione contro la tortura con la quale gli stati aderenti si obbligavano a rispettare una serie di principi base dei diritti umani, prevedendo anche di approvare delle norme specifiche contro il reato di tortura, in particolar modo quello compiuto da pubblici ufficiali.

Le critiche alla nuova legge sul reato di tortura

Lo scarto temporale con cui il nostro paese si è dotato di una normativa civile contro la tortura non è l’unico problema, il quale sta anzi nella differenza di contenuti ed obiettivi rispetto alla Convenzione ONU del 1984. Questa infatti pone l’attenzione sull’attore della tortura individuandone uno di preciso, il funzionario pubblico. Questa scelta mostra come l’intento delle Nazioni Unite fosse quello di mettere fine all’utilizzo della tortura come strumento in mano ai servitori dello stato.

Questa concezione identifica la tortura come “reato proprio”, applicabile ovvero solo a determinate categorie di individui come gli appartenenti alle forze dell’ordine. Quello che invece fa la norma ora in vigore nel nostro paese è considerare invece il reato di tortura come un “reato comune” applicabile a qualsiasi comportamento violento tra privati cittadini. Questo tradisce la Convenzione ONU contro la tortura, rinnegandone la funzione preventiva contro gli abusi di potere, e proiettando anche qualche spettro di incostituzionalità.

Secondo punto della nuova norma ad essere criticato da associazioni come Amnesty International e Antigone sta in un dettaglio grammaticale. I due nuovi articoli del codice penale infatti prevede che il reato si verifichi in caso di “violenze e minacce” e con “fatto commesso mediante più condotte”. L’uso del plurale fa correre il rischio concreto che il giudice, trovandosi davanti ad un caso singolo di tortura, non potrà definirlo come tale, non applicando quindi la normativa ad hoc.

Ultimo punto critico sta invece nella verificabilità dei traumi psichici causati dalle torture, cosa difficile da fare soprattutto se, come avviene in Italia, il processo per uno specifico reato avviene anni dopo che il trauma è stato subito.

La tortura continua

La legge, rinnegata anche dal primo firmatario Luigi Manconi del PD, delude quindi proprio le aspettative di quei cittadini che proprio dalle forze dell’ordine hanno subito violenze ascrivibili alla tortura. Mi riferisco qui ai fatti della scuola Diaz al G8 di Genova, per la quale tra l’altro il nostro paese è stato condannato dalla stessa Corte Europea dei Diritti umani.

Leave a reply

*