"Storia di un corpo" di Daniel Pennac

Il mio primo appuntamento con Daniel Pennac risale al 1998 quando, a soli dodici anni, ho letto di nascosto Signori bambini non capendoci granché. Me ne avevano parlato a scuola riferendosi a lui come scrittore ed educatore, peccato si fossero dimenticati di precisare che titoli come Abbaiare stanca o l’intero ciclo di Malaussène sarebbero stati più adatti. La sola cosa che ho capito è che da bambini ritrovarsi adulti in un lampo è una cosa che fa proprio schifo e ho varcato la soglia dell’adolescenza con questa rabbia nei confronti di Pennac per avermi spoilerato il finale. Sentimentalmente corrotta sono entrata in quella che può definirsi una vera e propria relazione di amore/odio e mi sono occupata della sua intera produzione letteraria. Ho scoperto che a Belleville Pennac ci abita davvero, che la famiglia Malaussène non è altro che il racconto delle vite di persone che conosce. Arrivo così al 2012, anno in cui esce Storia di un corpo innamorata più che mai di Daniel. Ma curiosando alcune recensioni mi avvalgo del diritto di non leggere (citato dall’autore stesso in Come un romanzo) e aspetto che il mio corpo accetti di buon grado l’idea di essere sezionato non in una sala operatoria ma… in un libro! Tre anni dopo mi sento pronta, apro la prima pagina e lo finisco in una notte.

Storia di un corpo è a tutti gli effetti un diario, tenuto da un protagonista senza nome che, in realtà, è il corpo stesso. Da 12 anni, 11 mesi, 18 giorni una cronaca dettagliata di sensazioni fisiche ed esperienze di vita con un unico punto di vista: quello del corpo. Le emozioni? Non pervenute, non a caso nella prima pagina del diario troviamo proprio “Non avrò più paura” ripetuto per ben cinque volte. Ma perché, mio caro Pennac, che tanto critichi la fisicità come ormai mero bene di consumo, dargli così tanta importanza nel tuo libro? Forse perché in cuor tuo sai che l’unico modo per accedere a quella dimensione interiore è l’immaginazione, la stessa che trapela, pagina dopo pagina, leggendo di quel corpo, che vive, cresce e infine decade. Il corpo in effetti è davvero un elemento visibile da chiunque, le emozioni, un po’ meno. Ma nonostante questo, pagina dopo pagina, il dolore fisico nella mente del lettore diventa sofferenza mentale, l’orgasmo piena felicità, l’attesa delle analisi di controllo una angoscia viva che percuote il corpo stesso. Per tutto il romanzo abbiamo un richiamo continuo alla dimensione mentale, persino quando in preda al pericolo effettivo per il corpo, le emozioni scompaiono. Ma fino a qui niente di nuovo, potremmo volendo fare la stessa operazione con qualsiasi libro di stampo verista.

Quel che rende geniale Storia di un corpo è il suo essere Journal, elogiandone il titolo originale. Journal, diario quindi, ma non diario personale (“Non un diario intimo, figlia mia, sai quante riserve ho sul resoconto dei nostri mutevoli stati d’animo”) quanto diario di un viaggio, quello di una intera vita spartita con la sola cosa che resterà con noi dall’inizio alla fine: il nostro corpo. Diario in cui a ogni trasformazione fisiologica corrisponde un cambiamento emotivo, viaggio in cui, avvicinandosi alla meta, alla morte, il divario tra corpo e mente si fa sempre più sottile, fino a tornare là dove tutto era iniziato, a 12 anni, 11 mesi, 18 giorni e capire che non vi è nulla di cui aver paura.

Personalmente non leggevo un libro così soggettivo e al contempo impersonale da quando terminai L’identità di Milan Kundera. Le emozioni che proviamo, l’ammirare quanto il rifiutare il nostro corpo, appartengono a chiunque e accomunano l’essere umano rendendo tuttavia all’individuo la sua dimensione di singolo, per l’unicità che ogni corpo e ogni animo, per quanto identico, possiede.

Non sappiamo mai da dove il corpo ci sorprenderà” ci dice Pennac, l’importante è tenere bene a mente che lo farà e che, in quell’istante, ci sentiremo nell’unico modo in cui tutti ci vorremmo sentire: vivi.

Storia di un corpo, 2012 (Journal d'un corps), Feltrinelli Editore, Milano.

Illustrazione di Duccio Boscoli

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