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Referendum in Turchia: è cambiato qualcosa?

Domenica 18 Aprile, mentre stavate festeggiando la Pasqua addentando un agnello, si è tenuto il referendum in Turchia per accogliere o respingere le riforme costituzionali proposte dal Presidente Erdogan.

48 milioni di turchi hanno infatti espresso il loro parere riguardo il referendum che cambia l’assetto istituzionale turco, modificando non poco i rapporti di forza tra istituzioni e tra stato e società.

Referendum in Turchia: risultati e conseguenze

Il 51,4% dei votanti si è espresso a favore, portando la Turchia ad essere uno stato a sistema presidenziale come gli USA. Proprio come negli States, ora anche in Turchia non si avrà più un Presidente super partes con ruolo di garanzia (vedi il PdR Italiano) ma ci sarà invece una figura che accentrerà gran parte del potere esecutivo. Le funzioni di capo del governo verranno assorbite dal Presidente, il quale quindi perderà le sua funzione di garante ma diverrà invece una figura politicamente attiva e schierata, non a caso eletta insieme al parlamento.

Forti critiche arrivano anche nei confronti dello sbilanciamento nel rapporto tra potere giudiziario e potere esecutivo. Questo, attraverso appunto il Presidente, potrà nominare 12 dei 15 giudici della Corte Costituzionale e 6 dei 13 membri del Consiglio dei Giudici e dei Pubblici Ministeri, il corrispettivo turco del CSM italiano.

Fin qui non ci sarebbe nulla da ridire se non che l’opposizione turca, contraria al referendum voluto da Erdogan, abbia denunciato irregolarità nelle votazioni. Il CHP, il principale partito d’opposizione, ha infatti richiesto formalmente l’annullamento del referendum forte del giudizio espresso dall’OSCE. Secondo l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa sarebbero infatti 2 milioni e mezzo le schede elettorali sospette. Numero questo che mette in forte dubbio l’esito del referendum, approvato infatti con uno scarto di un milione e 300 mila voti.

Ratifica di un potere di fatto

Ma viste le vicende degli ultimi anni ed in particolare degli ultimi mesi successivi al fallito colpo di Stato in Turchia, questo referendum sembra più che altro essere una ratifica di un potere che già di fatto è nelle mani del Presidente Erdogan.

Dopo aver ricoperto per due mandati la carica di Primo Ministro, Erdogan si è fatto eleggere Presidente, facendo lentamente scivolare la Turchia fuori dalla condizione di democrazia. A partire dal tentato golpe dell’estate scorsa più di 100 giornalisti sono stati arrestati ed intere tv chiuse o riconvertite, vuoi perché accusati di essere vicini al PKK, vuoi perché fiancheggiatori di Fethullah Gülen, oppositore di Erdogan accusato di aver organizzato il colpo di Stato, o peggio ancora perché accusati di diffondere “notizie false o esagerate allo scopo di creare il panico nel pubblico”.

E’ lo stato di emergenza voluto dal governo turco dopo il fallito golpe ad aver reso possibili e legali questi provvedimenti antidemocratici. Non contento, il governo di Erdogan ha poi deciso ieri di prorogarlo per altri tre mesi.

Lo scivolamento della Turchia fuori dai principi e dalle prassi democratiche è quindi ormai evidente, ma ciò che preoccupa di più l’Europa non sembrano essere i principi ed i diritti umani, ma il consolidarsi della figura di Erdogan come unico interlocutore possibile, quindi unico argine tra milioni di migranti ed i confini europei. Erdogan, forte ora della vittoria referendaria, potrebbe cercare di ottenere qualcosa di più rispetto ai 6 miliardi di euro già ottenuti attraverso l’accordo sui migranti.

Gli USA non sembrano però meno opportunisti: il Presidente Trump si è infatti congratulato con Erdogan della vittoria. E’ infatti nell’interesse americano avere come alleata la Turchia, attore importante nella guerra in Siria. Dal canto suo Erdogan apprezza le avances di un Presidente USA che, a differenza di Obama, non sembra preoccuparsi tanto dei diritti e delle rivendicazioni dei curdi e del PKK.

Dal voto turco di domenica esce non solo un paese ma un popolo diviso. La Turchia divisa tra le grandi città, come Istanbul ed Ankara, contrarie alla riforma costituzionale, e le campagne dove invece ha vinto il richiamo presidenziale. Divisi sembrano essere anche i turchi residenti in Europa, i quali hanno per la maggior parte seguito il fascino di una Turchia più forte nei rapporti con l’Unione Europea, pur vivendo e godendo delle libertà che l’Unione Europea offre.

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