Refn e la neon-violenza

Può capitare che, scorrendo i film in programmazione, il lettore abbia un sussulto eccitato, una scossa in quell'elettrocardiogramma piatto che è il palinsesto cinematografico del multisala.
Quel sussulto ha un nome: The Neon Demon (Il demone al neon).
Quel sussulto ha un creatore: Nicolas Winding Refn.
E per chi si imbattesse per la prima volta in un’opera del genio di Copenaghen, il titolo potrebbe risultare spiazzante o quanto meno enigmatico. Eppure sembra condurre al conclusivo manifesto artistico di un autore che del neon ha fatto vita.
Nei suoi thriller, volti a penetrare nella malavita scandinava (Pusher) o nell'anima di carcerati e disagiati (Bronson-Fear X) il regista ha alternato all'euforia violenta della periferia danese delle lunghe stasi riflessive, alla continua ricerca di un barlume d’umanità e speranza nel mezzo del degrado. Un umanità che, tra omicidi e pestaggi punitivi, fa dell’abuso di martelli, coltelli e corpi nudi, a volte accarezzati con la delicatezza dell’amante, altre sventrati con l’irruenza del macellaio, la propria ragion d’essere, vedendo sfiorire le possibilità di qualsiasi riscatto ad ogni inquadratura. In apparenza, almeno.
Ma dopo i fischi ricevuti per Solo Dio Perdona e le annesse critiche verso un millantato autocompiacimento, che cosa ne sarà del film in uscita?

Con l’annuncio di inizio riprese (nei primi giorni d'Aprile), sembra d’obbligo una piccola retrospettiva su uno dei cineasti più controversi degli ultimi anni. Facciamo un po’ di chiarezza.

Led. Silenzio. Iper violenza. Sensualità.
Nel panorama artistico del nuovo millennio, Nicolas Winding Refn è forse quello che, tra tutti, più si è avvicinato alla perfetta rappresentazione dell’estetica post-moderna. Il bene e il male come meri punti di vista. L’umanità nel degrado. L’arte fine a se stessa.
Dalla trilogia di Pusher (1996-2004 e 2005) e la telecamera a spalla, a Solo dio perdona (2013) e i piani fissi di una Bangkok onirica, l’autore si è sempre contraddistinto per la creazione di veri e propri scenari psichedelici, senza mai trascurare cultura classica e una latente indole citazionista. Giunto agli occhi del pubblico mainstream con Drive (2011) e la vittoria della palma d’oro per miglior regia al festival di Cannes, si è imposto prepotentemente nell'immaginario collettivo come un regista di culto.
Grazie a location squisitamente erotiche, a una fotografia magniloquente e ad una sapiente alternanza tra simbolismo e il più brutale realismo, ogni film, ogni sequenza, ogni frame, hanno reso di Refn un vero e proprio burattinaio dello spazio, che sia architettonico o mentale.

Raffinando i suoi gusti, per horror e b-movie, con il lavoro di commesso in una videoteca (ricorda forse un certo Quentin Tarantino?) il giovane cineasta rinuncerà agli studi all'accademia cinematografica di Copenaghen per dedicarsi, a soli venticinque anni, alle riprese del suo primo lungometraggio: Pusher. Primo capitolo della fortunatissima saga.
Daltonico sin dalla nascita (incredibile per un artista che farà del colore la punta di diamante della sua classe stilistica) e vittima di un disagio “nerd”, riscontrabile anche in molti dei suoi tratti somatici, emergerà come una personalità ambigua e discussa.

Dimostrando da subito una forte consapevolezza dei propri mezzi

“Non sono il miglior regista del mondo, sono solo il migliore nel fare il tipo di film che faccio" (dichiarazione di Refn in un'intervista)

la poetica del regista si caratterizza per un sapiente uso della cinepresa, tra stasi ed euforia, e per l’uso smodato delle luci al neon che pervadono ogni pellicola, plasmando lo spazio attorno al personaggio. Una vera e propria ossessione che ha fatto di Refn un light designer 2.0., fautore di trame visive a sfondo soft-porn.

Ed è proprio qui che il manifesto artistico si rivela al mondo in tutta la sua violenta delicatezza. Se le radici scandinave hanno reso quasi d’obbligo l’abuso di violenza come modus vivendi dei suoi personaggi, è nello sfavillante rosso delle luci, profondo come quel rosso di Ingmar Bergman in Sussurri e grida (1972), con il quale condivide le origini nordiche, che il dolore della Danimarca "refniana" prende vita e muore in un continuo ciclo. A intermittenza, come uno strobo.
Non c’è bisogno di parole nel porpora di Pusher 3, né nel rosa anni 80’ di Drive. Non è il fisico di Tom Hardy in Bronson (2008) a dimostrarne la brutalità e l’irruenza, ma il colore che rende il suo sguardo violento. Non è lo stato catatonico di Ryan Gosling in Solo Dio Perdona ad urlarne l’impotenza edipica nei confronti della madre dispotica, ma lo sfondo placido e agghiacciante.
Ad ogni inquadratura, sono gli stessi colori a parlarci, come dolorosi emissari a flash, agenti patogeni capaci di comunicare ciò che dei protagonisti, avvolti da un perenne silenzio, non sono in grado di fare.

Come Hitchcock prima di lui, Refn proclamerà la supremazia del visivo sul dialogo. Della composizione del quadro sull'interpretazione. Delle pesature compositive sulla sceneggiatura. Un pensiero del quale contorni sono segnati dal ritratto del neon come essenza della contemporaneità, come fonte espressiva e di dialogo, archè dei sogni e delle paure di una generazione incapace di comunicare. Un demone al neon. Appunto.

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