Respublica Coast to Coast by Scvdo - Reportage

In un anno di gare se ne fanno moltissime e di tutti i generi. Alcune le si aspettano con ansia, altre vorresti che non arrivassero mai. Alcune ti rimangono stampate nella memoria per tutta la vita, altre vorresti solo dimenticarle. E poi ci sono quelle immancabili: quelle che segni sul calendario e per le quali prendi le ferie. Quelle per cui fai il conto alla rovescia. Quelle che quando arrivano fanno sembrare la giornata una festa. Per me, una di queste gare, è l'evento organizzato dalla crew Scvdo di Genova: la Respublica. Per chi ancora non li conoscesse ne parlavo diffusamente in un reportage uscito per Jona Editore.

È il terzo anno consecutivo che partecipo alla loro gara annuale, senza che le mie aspettative fossero mai frustrate. E anche quest'anno hanno saputo ideare una formula assolutamente nuova e fuori dal comune. Innanzitutto la gara, nonostante fosse aperta ad ogni tipologia di bicicletta, ammetteva, per potersi classificare, solo ed esclusivamente bici fisse e senza freni. In secondo luogo, a differenza degli anni passati, non si trattava di un anello con partenza e traguardo a Genova, ma di una gara in linea con partenza da Sestri Levante e arrivo a Genova, seguendo la celeberrima Via Aurelia. Questo implicava non enormi salite come gli anni passati, bensì un saliscendi continuo, ma piuttosto veloce. Non volendo osare troppo visti i risultati dell'anno scorso in cui ho dovuto più volte scendere dalla bici a causa delle percentuali di pendenza, opto per il mio rapporto preferito di sempre: un 48-17 ideale sia per essere agile sulle leggere salite, sia per avere il controllo della bici in discesa e infine per i moltissimi punti di skid offerti. Per il resto cerco di portarmi meno cose possibili: faccio in quattro e quattr'otto uno zaino con un ricambio, gli attrezzi, qualche integratore e sono pronto a partire.

Il 30 marzo la sveglia suona presto perché mi serviranno più di quattro ore per arrivare a Sestri Levante. A colazione il mio corpo riceve, come prima di ogni gara, dei segnali che sarà un giorno importante: le dosi di carboidrati vengono gonfiate a dismisura rispetto ad un giorno di allenamento normale. Ingurgito sostanzialmente tutto quello che mi passa per le mani e, dopo essermi vestito, corro a prendere il treno. Decido di correre con la maglia di ACT420, gruppo di ciclisti urbani torinesi e non, di cui faccio parte ormai da anni. Sul treno, dopo il cambio a Genova, salgono diversi miei cari amici e mi sento già più tranquillo: con loro il divertimento è assicurato.

 

Arriviamo quindi a Sestri Levante e ci rechiamo tutti insieme a punto di partenza della gara. La giornata fortunatamente è meravigliosa: in cielo non c'è una nuvola e la temperatura è perfetta. Al sole fa caldo e all'ombra vengono i brividi perché tira un vento leggero. Decido di correre in maniche corte e pantaloncini, immaginando che, a causa dello sforzo, mi sarebbe venuto un caldo tremendo se avessi indossato qualsiasi altra cosa. Parlando con gli altri mi trovo subito d'accordo con J.Jack che chi mi legge conoscerà già: dare il 100% durante tutta la gara con l'obiettivo di arrivare più in alto possibile nella classifica. Decido quindi di cercare di stargli dietro e fare la gara con lui. Sulla linea di partenza inoltre noto con mio enorme stupore esserci anche i miei amici spagnoli, conosciuti l'anno scorso al CIMB di Valencia. Le partenze e gli arrivi di queste gare sono sempre una festa: si rivedono persone conosciute ovunque, in un tempo non meglio precisato del passato. Sulla spiaggia dove siamo posizionati per partire arrivano infatti anche vecchi amici da Bologna, Milano e da tutto il resto d'Italia e d'Europa. Stiamo ancora ridendo e scherzando quando veniamo posizionati dagli organizzatori lungo una fila, pronti a scattare verso le biciclette e partire.

La tensione è alta, ma si scioglie non appena esplode il petardo che dà il via alla gara. Vedo J.Jack schizzare avanti e andare in testa. Cerco di fare altrettanto ma un gruppetto di persone si frappone fra me e lui. La partenza è intensissima perché, pur di non perdere il gruppo di testa, tengo un ritmo decisamente superiore alle mie possibilità. Riesco comunque a giocarmela bene e a rimanere attaccato al gruppo per tutto il primo tratto in pianura.

 

 

 

 

Arriviamo quindi alla prima salita e lì il gruppo inizia a sfilacciarsi. L'esperienza mi ha insegnato che le salite bisogna farle al proprio ritmo per non esplodere e quindi, incurante del fatto che i primi iniziassero ad allontanarsi, inizio la scalata cercando di stare appena sotto il mio livello di soglia. Inevitabilmente si formano nuovi gruppi e io mi ritrovo ad affrontare la salita con due spagnoli. Abbiamo grossomodo lo stesso ritmo quindi ne approfittiamo dandoci i cambi e indicandoci a vicenda la strada. Ci buttiamo in una piccola e fresca galleria in cui la strada spiana e, sbucandone fuori, ci appare il primo check point. L'odore di copertoni bruciati è pungente. Il check è posizionato dopo qualche metro di discesa e ha costretto i più a degli skid improvvisi, me compreso. Da lì parte la discesa: non è scoscesa quindi mi ci butto tranquillamente, riuscendo a controllare la bici senza problemi. Supero un altro paio di persone e, sempre con uno spagnolo al seguito, facciamo un tratto di pianura, passiamo dal secondo check e iniziamo la seconda salita. Sono ringalluzzito perché sento che le gambe stanno reggendo perfettamente allo sforzo e sto dosando bene le energie. E contemporaneamente supero brandelli del gruppo di testa che si sono staccati a causa della fatica. La ciliegina sulla torta arriva nel momento in cui alle mie spalle sopraggiunge Marco. Mio grandissimo amico, mio compagno di squadra e grandissimo scalatore, il quel momento diventa la mia locomotiva. Mi si piazza davanti e io mi metto in scia: è lui a dettare i ritmo in salita e a tagliare il vento in discesa. In quel momento sono seriamente convinto che insieme avremmo raggiunto il gruppo di testa.

Distanziamo gli spagnoli che erano con me e continuiamo a guadagnare terreno. Vedo la fine dell'ennesima salita divorata senza difficoltà, quando, all'improvviso, sento qualcosa che non va. La bici si fa più pesante e sento le vibrazioni del cerchione a contatto con l'asfalto arrivarmi dritte nella schiena: ho forato.

Il morale scende a terra come la camera d'aria. Accosto e vedo che Marco si ferma con me. Lui è fuori classifica perché ha deciso, per prudenza, di tenere il freno, e quindi non è interessato alla posizione di arrivo ma solo al godersi la giornata. Per quanto siamo rapidi nel sostituire la camera d'aria, ci superano moltissime persone, Le vedo passare, dopo averle superate io in salita con grande sforzo, inerme. Appena finisco di riparare chiedo a Marco se secondo lui abbiamo abbastanza tempo per riprendere il gruppo che stavamo inseguendo prima della foratura. La sua risposta è un secco no. Rimonto in sella e, inevitabilmente, le prime pedalate sono svogliate e senza scopo. Tuttavia mi balena un pensiero nella mente: già durante l'ultima gara la testa mi aveva abbandonato, e me lo sono rimproverato per settimane. Non poteva finire così anche questa volta. Ricomincio a pedalare con più grinta e, sentendo rispondere bene le gambe, riacquisto entusiasmo. L'entusiasmo è la benzina, l'energia che mi smuove. Dopo qualche minuto mi ritrovo a spingere sui pedali come se mi stessi contendendo la prima posizione. Ci buttiamo giù nella discesa e dopo qualche curva vediamo un ragazzo a terra, la sua bici scaraventata di lato e un capannello di persone ad assisterlo. Scopriremo più tardi che il ragazzo aveva sganciato per sbaglio la scarpa dal pedale e, non riuscendo a rallentare, era andato a schiantarsi contro il guardrail. Marco decide di fermarsi con le altre persone ad assistere il malcapitato, mentre io proseguo.

Recupero un paio di posizioni nelle salite e discese successive e me ne contendo altrettante sull'ultimo rettilineo. Il cellulare mi segnala che il traguardo è vicinissimo. Vedo il molo dell'arrivo, ma un cancelletto mi separa da esso. I ragazzi con cui ero si fiondano in una direzione alternativa, ma anche se li avessi seguiti sarei arrivato dopo di loro. Decido di tentare il tutto per tutto: lancio la bici al di là del cancello e poi scavalco. Finalmente nulla mi separa più dal traguardo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L'arrivo è una festa: ci sono birre dappertutto, musica e persone che chiacchierano di come è stata la gara. Corro dai miei compagni di squadra a chiedere com'è andata. J.Jack ha concluso quinto che, per quanto mi riguarda, in una gara così, è un'ottimo risultato. Io scopro di averla chiusa ventiseiesimo su cinquantadue: e quasi mi sembra un buon risultato pure quello. Ma nell'arco di qualche minuto mi rendo conto che la questione non è quella, non gira intorno ai numeri e alle posizioni. C'è chi è felice anche solo di averla terminata e chi di avervi preso parte; chi è felice per i paesaggi che ha visto e chi degli amici ritrovati. Assistiamo alle premiazioni in un clima di gioia e spossatezza. Vediamo al quarto posto Elia Veca, campione in carica spodestato, anche a causa di un infortunio che gli ha impedito di pedalare per qualche tempo. Al terzo posto Eric Scaggiante, al secondo German, direttamente da Barcellona. E infine, al primo posto, Alessandro Bruzza che, dopo il secondo posto dell'anno scorso, si riappropria del titolo che si era già conquistato nel 2017.

 

 

Il podio femminile vede invece al quarto posto Henky da Bologna. Al terzo Carlota, un'amica di J.Jack alla sua prima gara. Al secondo posto la mia compagna di squadra Stefania e al primo l'intramontabile Emma di UBM.

 

 

A quel punto, per coronare la giornata, viene tirato fuori il premio più ambito: il vassoio con la focaccia e la pizza e, davanti a quello, a nessuno importa più nulla della propria posizione d'arrivo, ma inizia subito un'altra gara, la più importante, a chi si accaparra più tranci.

E così, al tramontare del sole, dopo una giornata meravigliosa e ricca di emozioni, mi infilo una felpa per far fronte alla fresca brezza salmastra e, con quella malinconia tipica di quando finisce una festa e bisogna salutare gli invitati, mi avvio verso la stazione, senza più spazio per l'insoddisfazione.

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