Restiamo umani

La redazione e gli autori di Nastorix esprimono il proprio cordoglio e la propria solidarietà verso le famiglie delle vittime e la città di Parigi intera, dopo gli sconcertanti fatti appena accaduti. Come gruppo coeso di un magazine culturale la nostra attenzione verte sull'importanza del silenzio, unico vero strumento di rispetto nei confronti del dolore. Condanniamo quindi l'uso della violenza verbale come atto generalista e qualunquista. Invitiamo tutti a riflettere se il terrorismo si combatta con “altrettanto terrorismo”Infine, vogliamo promuovere l'utilizzo dell'hashtag - creato dai giovani musulmani - #‎notinmyname‬, al fine di dissociarci da ogni violenza fisica e verbale e rispettare le differenze e la libertà di tutti e prima di tutto.

Restiamo umani:

Nel momento in cui, io e lo staff di Nastorix, abbiamo deciso di dire la nostra sugli avvenimenti del 13 novembre a Parigi mi sono passati mille e più cose e concetti che vorrei dire all’interno di un articolo, adesso che è l' 1:13 di notte ho capito che l’unico modo per raccontarvi cosa personalmente ho provato in quel momento è raccontarvi come ho vissuto la notte del 13 novembre, per non riempire un articolo di dati o citazioni altrui.
Alle 23:00 circa di venerdì 13 novembre sono sul divano, guardo programmi in streaming aspettando che arrivi il sonno. Pochi minuti dopo mi chiama mia madre, mi dice che a Parigi è successo un casino: vari attentati in tutta la città e uno al teatro dove proprio quella sera suonavano gli Eagles of Death Metal, gruppo che ho seguito nella data di Milano per un articolo del mio giornale, mia madre prosegue e mi dice: “Andrea al concerto degli Eagles of Death Metal, la band di cui hai scritto!” Per quanto può sembrare che la cosa sia sconnessa, mia madre, dicendomi queste parole con un tono preoccupato, mi lascia un po’ perplesso, solo dopo riuscirò a capire perché continua a ribadirmi il concetto: “la band di cui hai scritto!”.
La telefonata finisce, io giro subito su SkyTg24, neanche il tempo di sentire due o tre parole, e la mia mente fa un salto importante: la sorella di un mio caro amico vive a Parigi; è in questo momento che mi agito, scrivo un messaggio sconnesso al mio caro amico, mentre con l’altra mano faccio passare in rassegna tutti i post di Facebook, nella speranza di trovare un: “Sto bene, non preoccupatevi per me. C.”
In pochi secondi mi arriva la risposta: “Si, sta bene… però al momento e ferma in un bar e non riesce a tornare a casa… Grazie Andre”.
Dopo questa risposta, mi calmo e inizio a pensare, penso a Charlie Hebdo, alle torri gemelle, alla religione, alla politica, ai social; penso ad ogni cosa, mentre inizio a sentire una profonda tristezza. E per quanto mi guardo in giro, leggendo nella rete, non vedo parole tristi, di paura o empatiche… tutto mi sembra freddo e distaccato. Molti inneggiano alla vendetta, altri danno la colpa a un popolo/etnia diversa dalla nostra. C’è chi dice bombardiamoli e chi chiama feccia, merda, parassiti, persone che non ha mai visto in faccia, persone con cui non ha mai condiviso né un sorriso né una tristezza. Addirittura il portavoce di un gruppo politico di colore verde (quel colore che viene accostato alla speranza) dichiara cordoglio per la città in ginocchio, seguito da ben 4 righe di parole orribili e violente. Continuo a scorrere le pagine, ogni persona sembra voler dire la sua, sembra aver trovato le proprie parole, e io mi sento l’unico a non riuscire ad articolare un concetto: ogni cosa che vorrei dire mi sembra fuori luogo.
Non capisco, leggo: bombardiamo l’Isis, come se l’Isis fosse una città o un Paese. Penso che siamo ormai in uno stato così confusionale che se gli altri Stati decidessero di dichiarare guerra alla mafia, paradossalmente, a tutti verrebbe in mente di bombardare l’Italia, come se tutti noi rappresentassimo la mala vita. Insomma sono confuso, come sono confuse la maggior parte delle persone.
Ho paura, paura che non ci sia una cura al male, da ateo mi sento vicino alle parole di Don Gallo che tempo fa dichiarava: “Se ciascuno di noi riconosce la sua appartenenza a questa comunità, senza nessuna distinzione di razza, di religione, di sesso, superando tutte le discriminazioni allora diventiamo veramente uomini e camminiamo insieme verso l’obiettivo comune di una civiltà che, grazie all’impegno personale, rendiamo a misura d’uomo”. Insomma non capisco più niente.
Decido di andare a dormire e solo pochi minuti prima di addormentarmi capisco le parole di mia madre: “gli Eagles of Death Metal Andrea! la band di cui hai scritto!” Insomma quello che mia madre mi diceva preoccupata al telefona era: “Andrea, a quel concerto potevi esserci tu”.

ANDREA GHIRELLI, DIRETTORE NASTORIX

Penso di non avere i requisiti necessari per un'analisi dettagliata degli avvenimenti. Troppo complessa la situazione mediorientale, troppo efferati i crimini di venerdì sera, troppi i vicoli oscuri della politica occidentale.
In quanto autore e, soprattutto, in quanto ventunenne, non posso quindi arrogarmi il diritto di millantare alcuna verità o proporre soluzioni drastiche; questo è un compito che dovrebbe spettare ai politici.
Posso però, prima come essere umano e solo successivamente come studioso di comunicazione, porre l'accento sulla dimensione emotiva e mediatica non tanto dei fatti, quanto delle parole. Parole. Parole che ho trovato superflue, arroganti, di pessimo gusto. Quelle parole delle quali conoscenza è per De Lillo necessaria al fine di comprendere se stessi e, io aggiungo, per la comprensione di ciò che ci accade attorno. Non si può conoscere qualcosa se non la si sa nominare. E ciò che non si può nominare lo si teme.
Pasolini, durante una nota intervista sui medium di massa, affermava che qualsiasi parola proferita dal video "cola dall'alto" e "assume posizione autoritaria". Con queste frasi focalizzava il proprio discorso sul potere che il media, non solo televisivo, ma nel suo senso più ampio, esercita sull'opinione pubblica, sul senso comune e, più in generale, sull'individuo ignorante, non con accezione dispregiativa, ma etimologica.
Da questa posizione emerge il mio bisogno, e profondo desiderio, di non perpetrare disinformazione di alcun tipo, astenendomi dal commento sui fatti o da qualsiasi parere personale, che assumerebbe una declinazione cattedratica che non mi pertiene. Una posizione che dovrebbe essere abbracciata da tutti quei politici e giornalisti che, ignari, o coscientemente disinteressati, delle conseguenze che porterà la strumentalizzazione della paura e del dolore da essi attuata, hanno vomitato titoli e proclami all'insegna del qualunquismo e del fanatismo. Un processo di fomentazione dell'odio di massa che in uno vero stato di giustizia sarebbe accomunato alla circonvenzione di incapace. Mi appello quindi alla capacità di discernimento dei lettori e, in particolar modo, ma con flebili speranze, alla coscienza di politici e personaggi mediatici, che possano rispettare l'arte del silenzio, ovvero la manifestazione dell'ego remissivo che si inginocchia all'altare del dolore.
PIETRO LAFIANDRA, AUTORE CINEMA E CINEMA SHOT

Che dire, siamo i soliti egoisti. Finché le ingiustizie, lo schiavismo, i massacri, le bombe sono lontani, ci nascondiamo dietro una preghiera (forse) o un commiato, il solito minuto di silenzio o la giornata della memoria; poi un bel rutto, una grattata di culo, Canile 5 o quel viscido che non sa mai che tempo fa, giusto per abbracciare due populismi opposti, e festa finita. Ora che i culi che saltano sono i nostri, l'umanità è sotto attacco. Nel mio piccolo, nel mio intimo, vivo costantemente una guerra interiore e una ribellione quotidiana che mi porta ansia, crisi di panico, stress, vuoto e senso di impotenza. Lavoro, leggo, vivo, e niente non riesco a trovare un angolo di pace, un luogo in cui riconoscere me stesso in un gruppo più esteso che non siano le persone contate che mi circondano. La realtà è una cosa, la verità è quello che ci raccontano, che ci raccontiamo. Vi presento Nastorix. Oltre non mi spingo, sono ormai spoglio dinanzi a voi, quindi mi limito a riportare una poesia contro la guerra, Trilussa l'autore.

LA NINNA NANNA DE LA GUERRA (1914)

Ninna nanna, nanna ninna,
er pupetto vò la zinna:
dormi, dormi, cocco bello,
sennò chiamo Farfarello
Farfarello e Gujermone
che se mette a pecorone,
Gujermone e Ceccopeppe
che se regge co le zeppe,
co le zeppe d'un impero
mezzo giallo e mezzo nero.

Ninna nanna, pija sonno
ché se dormi nun vedrai
tante infamie e tanti guai
che succedeno ner monno
fra le spade e li fucili
de li popoli civili
Ninna nanna, tu nun senti
li sospiri e li lamenti
de la gente che se scanna
per un matto che commanna;

che se scanna e che s'ammazza
a vantaggio de la razza
o a vantaggio d'una fede
per un Dio che nun se vede,
ma che serve da riparo
ar Sovrano macellaro.
Chè quer covo d'assassini
che c'insanguina la terra
sa benone che la guerra
è un gran giro de quatrini
che prepara le risorse
pe li ladri de le Borse.

Fa la ninna, cocco bello,
finchè dura sto macello:
fa la ninna, chè domani
rivedremo li sovrani
che se scambieno la stima
boni amichi come prima.
So cuggini e fra parenti
nun se fanno comprimenti:
torneranno più cordiali
li rapporti personali.

E riuniti fra de loro
senza l'ombra d'un rimorso,
ce faranno un ber discorso
su la Pace e sul Lavoro
pe quer popolo cojone
risparmiato dar cannone!
GIONNI BULGARI, AUTORE DI CHUPITI D'ANNATA

La prima cosa che ho detto a tutta la redazione, sabato mattina è stato: non so se lunedì riuscirò a parlare dei fatti di Parigi, sono troppo scossa. Una parola scelta a caso, per far capire il mio stato di turbamento e preoccupazione. Una parola scelta apposta per trasmettere quello che il mio corpo stava sentendo: brividi ovunque.
Il mio corpo non trema soltanto. Il mio corpo resta immobile, la mia mente scansa: la sola cosa che riesco a fare è aggiornare la pagina de Le Monde per capire cosa è successo davvero. Nessuno ha una risposta. Tutti ce l'hanno. Facebook e la tv italiana mi riempiono ancor più di ansia. Decido di uscire, ma anche al bar non trovo sollievo, anzi scambiando due parole con una amica che si occupa della questione mediorientale, torno a casa in quello strano stato psicologico di panico.
Mi fermo, decido di fermarmi. La ragione deve averla vinta anche questa volta, mi dico, e non quella ragione di chi si rincorre per trovare una spiegazione, una logica, un movente. No, quella ragione la lascio ai tuttologi.
La ragione che mi serve in questo momento è di capire, capire me stessa. In questi momenti penso sempre a Calvino che scrisse che "la conoscenza del prossimo ha questo di speciale: passa necessariamente attraverso la conoscenza di se stesso".
Rifletto dunque su cosa mi terrorizza di tutto quel che sta succedendo. Ho forse paura che la prossima volta che andrò a sentire un concerto qualcuno mi farà fuori? No. Temo forse che questo caos mediatico e digitale peggiori drasticamente le cose? Nemmeno. Mi angoscia l'idea che scoppi una guerra vera e propria? Mai e poi mai, con le armi contemporanee se volessero ci farebbero fuori tutti in un batter di ciglia.
Ecco. Questo mi fa paura: il non potervi vedere negli occhi. Non ho potuto guardare negli occhi i milioni di morti che in questi anni la guerra, questa guerra, ha lasciato sul suo cammino. Non sono riuscita a scorgere il rossore di anni di pianto nelle ciglia dei sopravvissuti. Non ho potuto osservare lo sguardo freddo di chi questa guerra l'ha decisa, né di chi l'ha finanziata, né tantomeno il sangue, la rabbia e le lacrime negli occhi di chi l'ha combattuta. Non mi è nemmeno dato di guardare negli occhi quella divinità in cui tanto credo. E se non mi fido molto del cliché che vuole gli occhi come lo specchio dell'anima, quantomeno sono fortemente convinta che uno sguardo, da sempre, valga più di mille parole.
É ormai domenica sera,  i miei occhi hanno visto abbastanza e, al contempo, non hanno visto niente.
"Una corsa degli occhi negli occhi a scoprire che invece è soltanto un riposo del vento, un odiare a metà." Fabrizio De André - Disamistade
CECILIA PENELOPE ZAMBELLI, AUTRICE ATTUALITÁ E LIBRI

Leave a reply

*