Il Risorgimento (1815-1870) ed "Il Gattopardo" (1963)

Il termine Risorgimento indica il processo storico grazie al quale l'Italia ha conseguito la propria unità territoriale, istituzionale e governativa. I libri ne indicano la conclusione nella Breccia di Porta Pia (20 settembre 1870): si racconta che, a quel punto, Vittorio Emanuele II - da nove anni "per grazia di Dio e per volontà della Nazione Re d’Italia" - abbia esclamato: “Non resta che tirarmi un colpo di pistola; per il resto della vita non avrò più nulla da prendere.” Fino ai nostri giorni, differenti generazioni di autorevoli intellettuali, studiosi e filosofi si sono periodicamente interrogati in proposito: il Regno Sabaudo è nato da un desiderio ideale di unità politica o da una volontà di espansione territoriale? I moti insurrezionali sono stati spontanei o alimentati ad arte per dar luogo ad una colonizzazione militare? Quanto i plebisciti sono stati liberi e consapevoli?

Nel 1963 la vittoria della Palma d’Oro al Festival di Cannes ha permesso a “Il Gattopardo” (*) di offrire un importante contributo al dibattito che si era riacceso dopo la pubblicazione dell’omonimo romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. La regia di questo capolavoro, infatti, costituisce una via di mezzo tra l’origine aristocratica e la visione comunista di Luchino Visconti: non a caso, la stupenda sceneggiatura mette a confronto le figure del nobile Fabrizio di Salina (il quale, dopo lo sbarco di Giuseppe Garibaldi in Sicilia, osserva con distacco la fine del mondo in cui ha vissuto) e del nipote Tancredi di Falconeri (combattente garibaldino): il primo comprende con lucidità come la nuova situazione politica comporti l’inevitabile declino dell’aristocrazia, a causa della sua imminente contaminazione con gli amministratori ed i latifondisti in ascesa; il secondo tenta di far volgere gli eventi a proprio vantaggio rappresentando quell’atavica caratteristica meridionale di adattamento a chiunque governi. Una sorta di passaggio di consegne tra vecchio e nuovo, in cui Visconti sembra preferire il passato, le situazioni perdute, per le quali mostra di nutrire una melanconica nostalgia; l’opposto di quanto prova nei confronti del connubio tra la nuova borghesia e la declinante aristocrazia, che ha cambiato la società dal XIX secolo in poi. Così, mentre il Principe Fabrizio rifiuta la proposta di essere nominato Senatore del nuovo Regno, Tancredi s'innamora di Angelica Sedara (figlia del Sindaco Calogero, borghese di origini umili, poco istruito e divenuto ricco grazie alla politica), anche per portare nuova liquidità nelle esauste casse di famiglia. Alle frasi del nipote tipo “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”, lo zio risponde con “E dopo sarà diverso, ma peggiore,”, oppure con “In Sicilia non importa far male o bene: il peccato che noi siciliani non perdoniamo mai è semplicemente quello di fare,” o con “Noi fummo i gattopardi, i leoni. Chi ci sostituirà saranno gli sciacalli, le iene. E tutti quanti, gattopardi, leoni, sciacalli e pecore, continueremo a crederci il sale della terra.” Il suggello di questa visione è costituito dal grande ballo finale, a cui Luchino Visconti assegna un significato profondo ed inequivocabile: nel corso del suo svolgimento (circa un terzo del film) ogni particolare, anche il più piccolo, ha il sapore della morte: sia fisica, quella del Principe prima di tutto, sia sociale, quella dell’aristocrazia. Gli ambienti eleganti e sontuosi del Palazzo Gangi a Palermo rappresentano le vestigia di un glorioso passato ed accolgono inermi l'ingresso dei nuovi protagonisti avidi, mediocri, addirittura meschini: il millantatore Colonnello Pallavicini, l’affarista Calogero Sedara; non ultimo, il cinico nipote Tancredi che, dopo aver combattuto al fianco dei garibaldini, si schiera con i nuovi vincitori. Una conferma ulteriore per il Principe della fine degli ideali morali ed estetici del suo mondo.

Alla volontà del produttore Goffredo Lombardo di non voler vedere sullo schermo battaglie sanguinose, Visconti obbedisce trasformando gli scontri in spettacolari scene di massa (foto sopra), la cui resa è di certo influenzata dai quadri di pittori come Michele Cammarano, Giovanni Fattori (foto sotto), Domenico e Girolamo Induno. Avendo essi stessi combattuto come volontari, hanno lasciato tele di grandi dimensioni (presenti ancora oggi nei musei e nelle sale dei nostri più celebri palazzi istituzionali), attente a celebrare più gli aspetti realistici, ideali, popolari, che quelli militari.

Comunque sia, il firmatario del presente articolo, senza alcun intento riduttivo, si permette di considerare che, sia il libro, sia il film, hanno goduto di un gran vantaggio: quello del “senno del poi” degli Autori. A suo parere, non sembra storicamente credibile una figura come quella del Principe Fabrizio di Salina nella Sicilia del 1860, epoca ben lontana dall’informazione completa e dalla conoscenza in tempo reale di avvenimenti che venivano decisi altrove. Se risulta funzionale a fornire motivi di riflessione durante la lettura del romanzo o la visione della pellicola, ben diverso è il discorso sulla sua collocazione nella realtà del XIX secolo.

Il dibattito è ancora lontano dallo spegnersi, anche perché alle legittime questioni sollevate di volta in volta da studiosi, intellettuali e filosofi, si contrappongono versioni opposte e contrarie. Avrà o no avuto ragione Antonio Gramsci nel definire il Risorgimento una “rivoluzione passiva”? Ai posteri l’ardua sentenza, nonostante sembri chiaro che il momento di tali posteri non sia ancora arrivato.

Altri film sul tema: “Nel nome del popolo sovrano” (1990) di Luigi Magni, “Noi credevamo” (2010) di Mario Martone.

(*) “Il Gattopardo” - Regia di: Luchino Visconti. Cast: Burt Lancaster, Claudia Cardinale, Alain Delon, Paolo Stoppa, Rina Morelli, Romolo Valli, Ivo Garrani. Sceneggiatura: Suso Cecchi D’Amico, Pasquale Festa Campanile, Luchino Visconti. Fotografia: Giuseppe Rotunno. Musiche: Nino Rota. Costumi: Piero Tosi. Genere: drammatico-storico. Durata: 187 minuti (205, versione estesa).

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