Ritorno all'assurdo: la nuova Twin Peaks

Ecco che anche quest’anno giunge al termine. Com’è usuale, può essere il momento per voltarsi indietro a guardarlo tutto intero. Cosa vi è piaciuto, e non vi è piaciuto, di questo 2017? Tranquilli, non ho intenzione di stilare l’ennesima classifica di film, libri o quant’altro. Come al solito quando una trovata originale diviene un imperativo morale produce infine solo noia (pare che una delle riviste fondatrici dei “Best Of”, il LA Weekly, non se la passi troppo bene, come spiegato qui. LO vogliamo prendere come un segnale, che dite?).

Senza volere neppure distinguermi troppo dal mucchio mi limito quindi ad una segnalazione, per chi se la fosse persa, a proposito della più importante ripresa cinematografica dell’anno. Che come avrete notato, fra remake, spin-off e sequel, quest’anno c’hanno dato dentro parecchio. Sto parlando di Twin Peaks: Il Ritorno, uscita da noi in primavera, prodotta da Showtime, ideata e sceneggiata da Mark Frost e David Lynch, con la regia, a differenza delle vecchie stagioni, interamente in mano a quest’ultimo.

La seconda ed ultima stagione della serie tv considerata da molti come la grande precorritrice delle series odierne (molto cinematografiche, poco telenovelas), ci aveva lasciati nel 1991 proprio con un “ci rivedremo fra 25 anni”, e così all’incirca è stato.

Che dire? Rituffarsi nell’universo lynchiano è roba da matti. Complice la lunghezza della serie (18 ep. da 60 minuti), o meglio le libertà che il grande regista si è preso di conseguenza, risulta sicuramente un bello sforzo. Perché la prima cosa chiara a tutti a partire dai primi episodi è di avere davanti a sé qualcosa che appartiene a un altro mondo rispetto alle serie a cui ci siamo tutti abituati. E questo è al tempo stesso il primo grande merito di Lynch: l’essere stato doppiamente innovatore, con lo stesso prodotto e a distanza di un quarto di secolo, del genere seriale. Tanto più che egli è sempre stato un alieno per il cinema, considerato dai più come pesante o indigeribile, una cosa buona solo per i critici e i cinefili più imbruttiti. E sicuramente l’effetto che ha fatto ai molti, soprattutto a coloro che hanno visto le prime due stagioni solo in occasione dell’uscita della terza, è stato sempre quello: tipo “non si capisce un cazzo..sta roba da intellettuali”. E in effetti spesso non si capisce un cazzo. E la cosa fa proprio incazzare.

Eppure chi ha visto i film di Lynch sa che quella è la sua cifra narrativa, che è stato tra gli autori che ha esplorato maggiormente l’effetto disturbante che provoca la non-comprensione. E qui la cosa è sistematica, annunciata (com’è stato fatto notare da molti) a partire dall’indimenticabile sigla iniziale con tutta quella nebbia a circondare Twin Peaks. Io mi sono sempre detto che per apprezzarlo bisogna accogliere appieno questa sua proposta, e non stare a menarla troppo con la trama (d'altronde è lui stesso ad innervosirsi quando i giornalisti gli chiedono lumi in quel senso), ma godere dell’effetto perturbante che è in grado magistralmente di produrre in ogni suo film. E quest’effetto per me è sempre stato sbalorditivo, anni luce dai semplici meccanismi di un ripassato Pennywise, o di una noiosa American Horror Story, che seppure esteticamente curati (il primo) o gravidi di buone idee (penso all’ultima stagione della seconda), non riescono però a innovare di un millimetro il meccanismo che dovrebbe generare, nell’immediato della fruizione, i sentimenti negativi di paura, tensione e angoscia, quella suspence sempre così prevedibile e telefonata. Se inoltre si considera la scelta del regista di affidarsi praticamente agli stessi effetti speciali dei primi anni Novanta, il distacco risulta davvero incolmabile, sottolineando pure come la corsa hollywoodiana alla qualità e all’effetto visivo sempre più stupefacente è nulla senza la ciccia (l’idea) sotto.

Per chi ancora non l’ha vista, in questa nuova stagione troverà quindi persone che come lampadine mal funzionanti si vedono sparire a intermittenza fino a spegnersi, voci modificate e malamente distorte, l’utilizzo dei doppi, la velocizzazione e il rallentamento delle scene. La storia pullula poi di figure ributtanti o bizzarre, come zombie di provincia in camicia a quadri, jeans e doppietta alla mano che si alternano ad esseri amorfi e mostruosi così simili al terribile bambino di Eraserhead. Anche lo svolgimento della storia lungo le puntate è ai limiti dell’assurdo, totalmente privo di linearità, con un ritmo del tutto incostante, scene che normalmente sarebbero di chiusura poste al principio di una puntata, dialoghi con tempi lunghissimi, certe volte risicati, quasi assenti, che si svolgono spesso in ambienti cupi e stretti, angusti.

Quanto detto fin’ora vi ha più che altro fatto passare la voglia di vederla? Invece la consiglio proprio, giusto giusto in queste settimane, approfittando dell’atmosfera surreale delle feste natalizie, di cenoni, auguri, regali e tutta quella ritualità che dopo alcuni calici di spumante vi apparirà altrettanto assurda. Vedrete che non sarà poi così difficile accostare una qualche lontana zia seduta lì fra la mostarda e il vitel tonnè, alla Signora Ceppo o magari a Sarah Palmer.

Si avrà comunque il gran piacere di ritrovare Dale Cooper invecchiato e duplicato (trasfigurato) diverse volte, scoprire il viso della tanto amata Diane, cui il primo si rivolgeva nelle vecchie stagioni inviando meticolosamente i resoconti investigativi da Twin Peaks sull’omicidio di Laura Palmer, che ovviamente troveremo in grande forma, e potremo perfino vedere il grande Angelo Badalamenti suonare il piano. E ancora, avremo il piacere di gustarci quell’umanità minuta degli abitanti della provincia americana, agenti di polizia locale che del fascino maschio tutto azione e raziocinio non hanno manco un unghia (a ricordare molto, e forse ispirare, i Coen), psichiatri riciclatisi come radiofonisti apocalittico-populisti, agenti dell’FBI che si danno ormai esclusivamente al paranormale. Confidando nel fatto che è lì, nella vita di provincia, così marginale rispetto alle grandi città (pure presenti in alcuni momenti) dove si svolgono le storie più curiose, covate nella quotidianità di vite tanto normali quanto assurde. E anche i nuovi personaggi non sono da meno, alcuni molto più famosi di altri, come lo splendido Harry Dean Stanton (grande compagno del regista) nel suo ultimo ruolo prima di morire, che con la sua corporatura così singolare, alta e fragile, sembra così alieno al piccolo mondo di violenza che lo circonda, e per questo così forte. Un scelta meravigliosa è quella di utilizzare ampiamente il Bang Bang Bar, altrimenti noto come Roadhouse, il pub dalle atmosfere fumose che già nelle scorse stagioni era stato il punto di incontro fra i personaggi principali, che qui compare quasi verso la fine di ogni puntata ospitando sul palco alcune band realmente esistenti (è lo stesso Lynch a fare da direttore del suono dell’intera produzione), fra le quali spiccano Chromatics, Cactus Blossom, Nine Inch Nails, Au Revoir Simone, Eddie Vedder, Rebekah Del Rio.

Infine se come abbiamo detto, con David Lynch salta parzialmente la necessità della coerenza narrativa, si può pure dire (senza troppi problemi di spoiler) che dovete aspettarvi un finale da far gelare il sangue, a livelli mai raggiunti nemmeno nelle vecchie stagioni. Che in qualche modo vuole chiudere il cerchio, nell’assurdità di un cerchio senza forma, in un lunghissimo viaggio in macchina di ritorno verso Twin Peaks, per tentare di risistemare tutto, alle origini del male.

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