Robert Zemeckis: l'uomo che ha incastrato il futuro

Il 21 Ottobre cadeva quello che su social networks e media è stato definito più volte come “l’inizio del futuro”, un simpatico omaggio alla saga di “Back To the future” e, più in particolare, a i protagonisti Doc e Marty che, a bordo dell’ormai celeberrima De Lorean, approdavano nell’ipotetico 2015 proprio in quel giorno. Un futuro eccentrico e allucinogeno, caratterizzato da una molteplicità di colori desaturati, mode improbabili, grandi insegne pubblicitarie e skateboard volanti, dove la tecnologia sembra aver fatto enormi passi avanti solo sugli oggetti più futili.
Il presente pare ancora dissimile dallo scenario, tra l’utopia e la distopia, descritto nel secondo capitolo della saga, se non che la moda è ancor più ridicola e l’"overboard" è solo un prototipo. La rappresentazione del futuro di Robert Zemeckis è eccentrica, goffa e ironica, forse ancor più proiettata in avanti rispetto ai tempi, ma il genio di questo autore non si è limitato a alla sola trasposizione del proprio immaginario futuristico, si è invece attivato per concretizzarlo, renderlo possibile e plasmarlo, lasciando tracce di sé e della sua proiezione mentale non solo in quest’unica opera, bensì disseminando il proprio percorso con pillole avanguardistiche, citazioni e contaminazioni che ne faranno uno dei registi più moderni per diverse generazioni, in grado di unire il piacere di una visione leggera a prodotti dall’indiscussa qualità.
Zemeckis ha avuto il merito di saper rigenerare continuamente il proprio cinema, e il proprio modus operandi, avvalendosi delle più odierne tecnologie, sperimentando e costruendo, osando prima di tutti gli altri.
Sarà nel 1988 che il regista, dopo il grande successo di Romancing the stone/All’inseguimento della pietra verde (1984) e, appunto, il primo capitolo di Back to the future/Ritorno al futuro (1985), produrrà un troppo spesso dimenticato gioiello del cinema moderno, quel Who framed Roger Rabbit/Chi ha incastrato Roger Rabbit che tematizzerà concettualmente la futura fusione tra cinema reale e d’animazione, nonché le moderne  tecniche di motion capture e la costruzione di live action in a Computer-Animated Movie, del quale sarà precursore (indovinate un po’?) proprio lo stesso Zemeckis, in particolare con Polar Express(2004). Who framed Roger Rabbit è una pietra miliare del cinema che può essere letta, ancor prima del capolavoro della Pixar Toy Story (1995), come una metafora del passaggio dall’analogico al digitale, e i rancori dell’ispettore protagonista Valiant nei confronti del mondo di Toontown/Cartoonia, sembrano presagire il futuro risentimento nei confronti del cinema animato da parte del segmento di critica, addetti ai lavori e cinefili che si batte per un maggior uso di tecniche analogiche.
Ma la potenza registica di Zemeckis non esaurirà la sua forza certo qui, perché, nel corso degli anni, si farà produttrice di grandissimi capolavori, spesso frutto del sodalizio con l’attore premio oscar Tom Hanks.
Con la commovente epopea di Forrest Gump, uno dei personaggi più celebri della storia del cinema, Zemeckis arriverà alla manipolazione di filmati realmente esistenti così da permettere all’attore/personaggio di stringere la mano a J. F. Kennedy e incontrare John Lennon, sempre grazie alle tecniche di CGI che porteranno al film la statuetta per “Migliori effetti speciali” e che rivoluzioneranno il modo di produrre e, soprattutto, di post-produrre le pellicole cinematografiche.
Successivamente, Cast Away (2000), per il quale Hanks vinse il Golden Globe come: miglior attore, sarà una versione moderna dell’opera di Daniel Defoe, pluri-candidata agli Accademy Awards.
Infine il già citato Polar Express, chiuderà, almeno momentaneamente, la collaborazione tra i due.
A non concludersi sarà però l’opera del regista che, mai pago di stupire per confezionamento del prodotto ed effetti speciali (da citare in tal senso anche le contorsioni dei corpi in decadenza di Death becomes her (1992), horror grottesco sull’importanza della mortalità con Maryl Streep e Bruce Willis), tra il 2007 e il 2009, produrrà altri due film in 3D: il primo, Beowulf, criticato e controverso, ma comunque un valido incasso al botteghino, riprende le immortali gesta del grande guerriero dei Geati, personalità sfrontata e valorosa; il secondo, a Christmas Carol, mai dovutamente osannato, si avvale, nuovamente, della motion capture per riprendere movenze e gestualità di un incredibile Jim Carrey, intento a prestare il volto ai tre fantasmi del Natale dell’opera dickensiana, costituendo un’opera che, da sola, ha dato senso all’adozione del 3D, spesso abusato e bistrattato, segno di una precisa idea di estetica e di un indole apertamente rivoluzionaria, seppur confinata all’interno dei meccanismi hollywoodiani che, attraverso gli studios, concedono a Zemeckis elevati budgets, permettendo ad un autore costantemente rivolto al futuro di mettere in scena le proprie visioni sul cinema e la propria idea di cambiamento, senza dover mai tornare indietro.

illustrazione di: Sean Murphy

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