Rouge One: la post-Siria e il limbo autoriale di Gareth Edwards

Utopicamente, l’approccio ad un film richiederebbe un esercizio d’oblio. Lo sforzo di dimenticare recensioni, commenti, spoiler, persino le opere pregresse del regista. Ma avvicinarsi a questo spin-off di Star Wars con occhi freschi è difficile per chi, anche se per soli due film, ha seguito il percorso di Gareth Edwards, poiché pieni degli elementi contraddittori e mutualmente esclusivi che l’hanno caratterizzato.
Entrando in sala per assistere a Rouge One si verrà accompagnati da decine di dubbi su ciò che si andrà a vedere e in particolare ci si chiederà a quale versione di Edwards si dovrà assistere.
Quella di Monsters, il film indipendente che nel 2010 aveva, pur veicolando un messaggio stereotipato, guadagnato il plauso della critica e dei festival ponendosi in maniera originale ad un genere (a metà tra lo sci-fi e il monster movie) che tutt’oggi mostra un estremo bisogno di idee nuove? Oppure quella di Godzilla, un prodotto che sfruttando l’appeal del lucertolone orientale avrebbe dovuto definitivamente segnare – e segnerà nonostante tutto – il ritorno dei mostri giganti sullo schermo (i vari Pacific Rim, King Kong ecc.), ma che ha trovato nella tecnica pseudo-autoriale di Edwards e nella sua indole moraleggiante un ostacolo goffo, talvolta irritante, alla riuscita del film, troppo serio per essere un blockbuster, troppo vuoto e ripetitivo per rappresentare un’alternativa di classe a Michael Bay?
Un difettoso giocattolo per adulti che ha posto un dubbio tutt'ora irrisolto: preso atto che Edwards sembra volersi porre domande esistenziali e trattare tematiche come la fede, l'intervento dell'uomo nel progredire del pianeta, il rapporto tra consanguinei ecc., è realmente dotato di uno sguardo talmente atipico da portare lo spettatore a porsi le stesse domande? E, se sì, le domande che Edwards si pone sono davvero così interessanti?

Rouge One è la conferma di una vaghezza stilistica che non riesce a imporre Edwards come un autore, ma che è al contempo così ricca di spunti affascinanti da suggerire allo spettatore di non abbandonare il regista degradandolo a puro mestierante.
Certo, la richiesta della Disney di rigirare una grossa porzione delle scene per renderle scevre di quel tono “eccessivamente” cupo (può mai una visione essere eccessiva?) che le caratterizzava può – e non poco – aver influenzato la riuscita finale del progetto, coadiuvata dall’abbandono di Alexander Desplat alla colonna sonora, a cui è subentrato Michael Giacchino (famoso per temi maggiormente “ariosi” e cristallini rispetto al compositore francese).
La sperimentazione sarebbe un obbligo per un film che si è proposto non come un continuo della saga ma come un suo parallelo e che quindi dovrebbe godere di una maggior libertà creativa, ma le logiche interne alle Major e in particolare alla Disney non sono una novità di cui sorprendersi, e sebbene si potrebbe auspicare una minor invadenza della produzione durante l'atto artistico, non si può accusare con forza eccessiva una casa di produzione che tenta di rimanere fedele a uno standard qualitativo, a un target ben definito ed a un pubblico fidelizzatosi ormai da anni.
Ci si può domandare piuttosto della sensatezza del percorso di Edwards, nato con un film in cui controllava la gran parte degli apparati tecnici e terminato presto alla direzione (con riserva) di prodotti per un mercato di massa, patrocinati da grandi case di produzione alla ricerca prima di tutto di un ritorno sicuro in termini di incassi e da sempre tacciate di ingabbiare l’estro registico.
Se l’autore (?) britannico sta provando a cambiare le logiche del mercato dall’interno, non lo sta facendo con abbastanza convinzione o con abbastanza talento, ma questo lo potranno dire solo gli anni.

Peccato, peccato perché questo spin-off vive di momenti estetici di rara poesia rispetto ai capitoli I-II-III & VII e di un’originalità non tanto nella strutturazione dei personaggi, quanto del contesto sociale in cui essi sono inseriti, esplicitamente ricavato dal panorama internazionale attuale. Per cui l'Alleanza Ribelle è dilaniata da lotte interne, utilizza metodi di sovversione terroristici e brutali, con tanto di cappucci neri, bombe, minacce, strumenti di tortura, il tutto splendidamente inserito in un ambientazione che è prima post-siriana, tra multiculturalismo, polvere, rovine, macerie e echi della devastazione di Aleppo e nel finale post-vietnamita, con palme, spiagge e foreste che sembrano tratte da Apocalypse Now. Ambientazioni e scenari tanto forti però, nel momento in cui solo accennati e mai contestualizzati o sviscerati, altro non fanno che ferire l’occhio, promettendogli un’estetica-etica potenziale della quale viene rapidamente privato.
Peccato, peccato perché i character design degli esseri che popolano i vari pianeti della galassia sono molto più accattivanti di quelli dello scialbo sequel di Abrams (The Force Awaken), gli effetti speciali notevoli e le citazioni ben dosate e ben inquadrate (un po’ eccessive quelle da Interstellar).
Peccato, perché tutti i personaggi – eccetto i protagonisti – sono dotati di peculiarità interessanti, ma mai supportate da quell’introspezione psicologica che sarebbe vitale per rendere il prodotto un film autoriale e non un ibrido imprecisato, e che senza di essa risultano meri sfoggi kitsch (le difficoltà respiratorie di Saw Gerrera, la fede cieca nella forza di Chirrut Ymwe, il rapporto tra Galen Erso e la figlia).
Peccato perché la CGI con la quale vengono riportati in vita la Principessa Leila e il Governatore Tarkin, per quanto sublime, non è altro che un’evitabile appendice capace di suscitare ilarità. Peccato anche per la triste comparsata di Darth Veder, stridente, non in linea col personaggio (riscattata solo in parte dal gran finale).
Peccato per i troppi tempi morti, evidenziati da dialoghi scarni, inutili, vacui e che richiederebbero una maggior abilità nella costruzione dei rapporti tra i personaggi, dote non concessa al film e che, per forza di cose, non può non entrare in contrasto con la seriosità delle scelte registiche.
Peccato infine per una trama non all’altezza, edulcorata, spenta, che fatica a raggiungere picchi d’interesse e che annoia anche nelle parti più concitate.
Quel che resta è solo un film in potenza, come era stato per Godzilla prima di lui, con molte idee estetiche e uno stile supportato solo a metà, probabilmente vittima delle scelte produttive sopracitate, ma che non può essere valutato sulla fiducia.
Insomma, peccato.

P.S: peccato anche per il doppiaggio italiano, raramente così deficitario.

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