Samurai in bicicletta

Qualche anno fa mi trovavo a Bologna e stavo inoltrando gli ordini del turno serale ai corrieri in bici quando iniziò a diluviare. La pioggia era veramente fitta ed era improbabile per loro riuscire a tornare a casa asciutti, nonostante tutte le precauzioni. In quello stesso periodo stavo leggendo l’Hagakure, il libro che trasmette l’antica saggezza dei samurai sotto forma di brevi aforismi. Uno di quegli aforismi in particolare mi sembrò particolarmente indicato per la situazione e lo mandai ai ragazzi. Recitava così:

"Si può imparare qualcosa da un temporale. Quando un acquazzone ci sorprende, cerchiamo di non bagnarci affrettando il passo, ma anche tentando di ripararci sotto i cornicioni ci inzuppiamo ugualmente. Se invece, sin dal principio, accettiamo di bagnarci eviteremo ogni incertezza e non per questo ci bagneremo di più. Tale consapevolezza si applica a tutte le cose."

Hagakure (1, 79).

L’Hagakure, come viene sottolineato dall’ultimo enunciato dell’aforisma in questione, è sì una raccolta di aforismi pensata per i samurai, ma è allo stesso tempo una filosofia di vita, intrisa di buddhismo zen, che può essere applicata ad ogni aspetto dell'esistenza. Continuando ad interessarmi a tali dottrine ho potuto notare quanti fossero i punti che potevano essere tranquillamente considerati di contatto tra la disciplina di un samurai e la filosofia di vita di un bike messenger.

Partiamo dal rapporto che il bike messenger ha con il suo strumento di lavoro: la sua bicicletta. La bicicletta è per il bike messenger quello che la spada katana è per un samurai. Il samurai smette di esistere nel 1876[1] quando una legge stabilì il divieto di portare la spada per chi non facesse parte del nuovo esercito imperiale giapponese. Attraverso questa legge ai samurai fu di fatto tolto il simbolo della loro stessa essenza. Il bike messenger smetterebbe di esistere dal momento in cui gli venisse tolta la bicicletta: di lui non rimarrebbe che un pedone.

Yagyu Munenori, autore dello scritto Heiho Kadensho, ci tramanda le tecniche e i principi su cui si basa la filosofia del suo clan. Fondamentale per i Yagyu è eliminare gli ostacoli mentali che impediscono di padroneggiare e trascendere le tecniche.

"Il praticante dovrà raggiungere uno stadio di concentrazione tale che la tecnica scomparirà, nel senso che non dovrà più pensare a che cosa fare, perché questo gli riuscirà del tutto spontaneo."

Che è esattamente quello che fa il bike messenger. Munenori scrive: "Una volta che avrai appreso alla perfezione le tecniche dedicandoti totalmente alla pratica, l’azione passerà attraverso le braccia, le gambe e il corpo, ma non la mente; non avrai più attaccamento alla pratica, ma non ti contrapporrai ad essa e potrai eseguire con destrezza qualsiasi tecnica."

Accelerazioni, frenate, schivate, l’infilarsi in un pertugio, percepire distintamente se si riuscirà a passare tra due auto oppure no, lanciarsi a destra o a sinistra, prendere decisioni in frazioni di secondo: questa è la tecnica del bike messenger. La mente non pensa, ci metterebbe troppo: il corpo reagisce agli stimoli visivi e uditivi molto prima che la mente pensi cosa è meglio fare. Cogliere le intenzioni dell’avversario è fondamentale per un samurai, prevedere i movimenti degli altri utenti della strada è fondamentale per il bike messenger. Entrambi avranno la vita salva se riescono in queste previsioni.

Anche Miyamoto Musashi, nella sua opera Gorin-no-sho, indaga la reazione che lega il samurai alla sua spada e scrive:

"I guerrieri devono avere cura delle proprie armi, conoscerne la ricchezza e addestrarsi all’uso. Questa è la Via del guerriero. La mancanza di abilità nell’uso delle armi, l’incapacità di sfruttarne tutte le possibilità rivelano un guerriero superficiale e poco esperto."

E io dico: i bike messenger devono avere cura della propria bicicletta. Una bicicletta, per quanto performante possa essere, se non viene pulita, oliata, ingrassata, perde la sua efficienza. La manutenzione della bici, come quella della lama della spada, risulta essenziale e non prescindibile.

Conoscere la ricchezza di una bicicletta vuol dire conoscerne le potenzialità: saper sfruttare al meglio i rapporti di cui dispone (se ne dispone), scegliere in base al territorio e all’uso che se ne vuole fare il rapporto se questo fosse unico. Decidere che tipo di bicicletta usare, che manubrio montare, che cerchioni utilizzare sono tutte variabili che se vengono prese in considerazione arricchiscono l’atto di andare in bicicletta.

Musashi scrive ancora: "Al principio tutte le cose sembrano difficili. L’arco è difficile da tendere, la spada è pesante da brandire, ma quando ti sei abituato a maneggiare l’arma, questa diventa un’estensione del tuo corpo."

Quando salii la prima volta sulla mia bici con il pignone fisso ebbi delle sensazioni contrastanti. Era stranissimo averci a che fare poiché non reagiva come mi aspettavo. Un amico mi disse: "La cosa bella delle bici a scatto fisso è che non sei tu sulla bici, ma tu sei la bici, anzi, siete una cosa sola. L’acceleratore sono le tue gambe, il freno anche. Non c’è più la differenza ciclista e bicicletta, uomo che agisce con un sistema frenante sul mezzo: si ha un tutt’uno, si è un tutt’uno. Con una bicicletta a ruota libera questa percezione non si ha, ma con una fissa è lampante. Non si capisce se la bicicletta sia un’estensione del corpo o viceversa."

Con le parole di Takuan Soho: "La mente non deve essere occupata dalla mano che sguaina la spada. Devi colpire e abbattere l’avversario, non accorgendoti neanche della mano che impugna la spada."

Inoltre “L’arma deve essere adeguata alle tue qualità e maneggevole” così come la bici deve essere della tua taglia e adeguata agli obiettivi che ti sei prefissato. C’è una taglia che dipende dalla tua altezza, dal tuo cavallo e una tipologia di bicicletta diversa a seconda di che cosa si vuole fare. Così come è inutile dare una spada molto lunga ad un samurai di bassa statura, così è inutile cercare di adattarsi ad una bicicletta troppo grande o troppo piccola: le prestazioni saranno inevitabilmente scadenti.

Riprendendo il discorso iniziale, che mi ha portato a scrivere questo breve articolo, il bike messenger deve possedere una capacità di resilienza enorme. Deve essere pronto a lavorare o a correre una competizione in condizioni climatiche brutali. Che piova o che ci sia il sole poco importa: i pacchi vanno consegnati e la gara va vinta. Chi si arrende ha perso due volte. I samurai e lo zen ci insegnano la responsabilità di generare gli eventi nella nostra esistenza. Ci insegnano il giusto approccio da avere nei confronti delle cadute, metaforiche e non. I turni o le gare sotto la pioggia, o quelli sotto il sole cocente; quelli sotto la neve o la grandine, quelli lunghi e sfibranti, quelli brevi ma estremamente intensi, quelli costellati di salite, sono tutte prove a cui viene sottoposto il nostro ciclista. E se pensasse ancora prima di iniziare a lavorare “non ce la faccio” non partirebbe nemmeno. Ma Yukio Mishima nel suo Lezioni spirituali per giovani samurai ci spiega come la nostra mente è uno strumento al nostro servizio; bisogna solo imparare ad usarlo nel modo giusto. Una canzone recita:

 

È la stessa mente

che fuorvia la mente;

non dimenticarti mai della mente.

 

 

Per cui invece di chiederci “Ce la farò?” chiediamoci direttamente “Come ce la posso fare?”. In questo modo si crea una molla per l’azione valida in qualsiasi frangente della vita. Chung-feng disse: ”Non prevedere la sconfitta”.

E quindi i bike messenger hanno lo spirito dei nobili guerrieri anche se magari non lo sanno, sono i samurai dei nostri tempi e ci farebbe bene prendere spunto da loro. Va da sé che il mio sia un paragone volutamente azzardato. I samurai rispettavano regole rigorose, erano guerrieri specializzati votati a ideali di lealtà, coraggio e integrità e pronti a morire in nome di questi. Andavano in guerra e morivano per difendere il loro signore. Quello che voglio dire è che i bike messenger affrontano la loro battaglia quotidiana con uno spirito simile a quello di un guerriero. Azzannano l'asfalto con le loro bici e, cascasse il mondo, consegnano sempre in maniera stoica o zen che sia. Anche loro rispettano regole rigorose, dette e non (come sostengo nel mio libro) e sono mossi da ideali ben delineati. Dunque quando li vediamo per strada, invece di suonare il clacson, dovremmo solo mostrare rispetto.

[1] Bushido. La via del guerriero, Feltrinelli, Milano 2013.

Veni, vidi, nici, e poi tinculano la bici.

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