Sapori e colori sotto il sole di Giava

Entrammo in quel chioschetto per caso un giorno, perché era l'unico vuoto e noi eravamo affamati e volevamo essere serviti in fretta. Era un'unica, minuscola stanzetta con un paio di tavoli, qualche sedia, un cucinino rudimentale e una sporca tenda rattoppata che separava il locale da un'altra angusta cameretta del cui interno si intravedeva il lembo di un lenzuolo e un angolo di materasso. Era un quartiere non turistico di Jogyakarta: in giro si vedevano solo bambini indonesiani e i loro giovanissimi genitori.
La donna che lavorava nel chioschetto poteva avere al massimo trent'anni. Era graziosa e timida, e non parlava una parola d'inglese. Indicammo due piatti sul menù esposto, senza sapere minimamente che cosa fossero: quello che ci importava era riempirci lo stomaco il più in fretta possibile e riprendere il nostro giro. La donna prese le pentole e si mise maldestramente ai fornelli. Le mani le tremavano, ogni tanto ci lanciava occhiate umili e sorridenti, come se volesse scusarsi della sua poca dimestichezza. Una bambina scalza di circa due anni, dai capelli arruffati e i vestitini logori, ci fissava senza parlare da un gradino. Ogni tanto raccoglieva da terra un sasso, un pezzo di plastica, un bastoncino, e ci giocava. Poi lo gettava e ci osservava di nuovo. "E' sua figlia?", chiese il mio amico coreano in inglese alla donna. La donna arrossì. "No English", balbettò, e si rimise a cucinare.
Dopo venti minuti di attesa ci servì un pasto quasi immangiabile: tofu cotto male che galleggiava sull'olio, un piatto di vermicelli acquosi, molli e senza sapore. Il coreano ed io ingoiammo tutto con eroica fatica, mentre la donna, sorridendo, ci guardava con ansia. "Very good, delicious", mentii alzando il pollice. La donna guardò la mia mano e il viso le si illuminò di gioia. Il mio amico assentì. "Lo finisci tu il tofu?", mi chiese. "No, sono piena, mangialo tu". "Sono pieno anch'io". Io leggevo sul suo viso che era disgustato, e lui leggeva la stessa espressione sul mio. Entrambi sapevamo cosa pensava l'altro ma nessuno aveva il coraggio di formulare il crudele pensiero a voce alta: quella roba faceva schifo. La donna e la bambina che ci fissavano con tanta angoscia e speranza ci facevano tenerezza. "Facciamo a metà", proposi. Il mio amico accettò il compromesso.
Tornammo la sera, e il giorno dopo. Eravamo sempre gli unici clienti, e la donna ci accoglieva senza parlare con un sorriso pieno di estasiato stupore. La qualità del cibo non migliorò affatto, ma la donna cominciò a muoversi tra i fornelli con un po' più di sicurezza, perché noi le sorridevamo sempre. La bambina era sempre a giocare sul suo gradino, con i piedi perennemente scalzi. "Ma si farà male, si taglierà tutti i piedini", osservò subito il coreano. Non erano molti i bambini che andavano in giro con le scarpe in quella zona, a essere sinceri. A volte anche gli adulti avevano i piedi nudi. "Anche i suoi giocattoli sono pericolosi", disse il mio amico notando la scheggia di vetro che la bimba si rigirava nella mano. La madre le lanciava occhiate ansiose mentre ci serviva un altro piatto impresentabile. Voleva che sua figlia ricambiasse l'interesse che il mio amico mostrava nei suoi confronti e gli sorridesse, se non altro per gratitudine. Ma la piccola era troppo timida, e quando la donna provava a farla avvicinare a noi scoppiava in un pianto disperato e correva a nascondersi dietro la tenda.
Il mio amico l'ultimo giorno voleva comprarle delle scarpine. Poi ci ricordammo dell'indifferenza dignitosa e offesa con cui una volta un uomo infreddolito aveva rifiutato una coperta che gli avevamo offerto, e lasciammo perdere. Del resto, le scarpine le sarebbero andate bene al massimo per qualche mese soltanto. Alla fine le comprò una scatola di pennarelli e un album per disegnare. Al mio amico i bambini erano sempre piaciuti, io li tolleravo a malapena, ma a vederli giocare solo con i sassi si stringeva il cuore anche a me.
La madre comprese immediatamente che ce ne stavamo andando per sempre quando il coreano quel giorno le diede il regalo per la figlia. Le si inumidirono gli occhi, corse a svegliare la bambina che dormiva nel locale dietro la tenda e ci indicò, mormorandole incomprensibili frasi in Bahasa. La bambina ci sorrise per la prima volta, stringendo e accarezzando il suo inaspettato tesoro. Un giovane che lavorava nella piccola officina meccanica accanto le strappò i pennarelli di mano e ridendo se li nascose dietro la schiena. La bambina scoppiò in un pianto fragoroso che si estinse solo quando il ragazzo le restituì il suo nuovo giocattolo dandole un'affettuosa carezza sulla testolina arruffata. "Bye, bye, thanks, bye", ci salutarono insieme sorridendo la bambina, l'uomo e la donna, quando ci alzammo dal tavolo. Questa è l'ultima immagine di Jogyakarta che mi è rimasta impressa: una bambina di due anni, scalza e scarmigliata su una strada polverosa, che stringe una scatola di pennarelli colorati al petto e saluta scuotendo una minuscola manina sotto il sole bollente di Giava.


Illustrazione di Alone 

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