"I segreti di Istanbul" - Corrado Augias riflette, spiega e si meraviglia

[La voce narrante di seguito è un personaggio fittizio, così come tutti gli altri personaggi che interagiscono nel breve intreccio che segue. Gli episodi sono frutto della mia fantasia, senza alcun legame con la realtà, pertanto rilassatevi e godete di questo chupito. Se è la prima volta che vi imbattete in questa rubrica e vi appassiona la parte romanzata, vi invitiamo a seguirla dal suo primo capitolo che potete trovare qui]

Non c’era molto da dire. Voleva sentire. Voleva sentire il sole sulla pelle, il profumo dell’aria, del sale, delle spezie. Voleva i colori, i sapori, i suoni. Il risveglio dei sensi. Voleva l’estate.

Era stata accontentata, l’estate era lì. Peccato che per un’agorafobica, estate significhi un appartamento con l’aria condizionata accesa al massimo e un terrazzo, conquistato con estrema fatica e solo per un paio d’ore al mattino – mai da sola poi, specifichiamo – dal quale guardare il colore dei palazzi, sentire i suoni, i sapori e i chiamiamoli profumi della città arrostita.
Le sue notti erano inquiete, non solo per colpa del caldo. Sentiva una pulsione fisica di Vita, frustrata poi continuamente dai tentativi pratici di conquistarsene un pezzetto. E poi ci si era pure messo l’ultimo saggio che stava leggendo, un po’ per masochismo forse, per alimentare i suoi sogni colorati e dolorosi. Un saggio in apparenza molto “tranquillo”, ma che nella sua fantasia eccitata provocava contorti viaggi mentali. Un saggio che iniziava con una citazione in francese – ancora più esotico – che cantava la meraviglia di una città…

I segreti di Istanbul è l’ultimo libro di Corrado Augias, giornalista, scrittore e conduttore televisivo. È l’ultimo anche di una “serie” di saggi sui “segreti” di varie città, Londra, New York, Parigi, Roma, e l’Italia in generale. Ciò che differenzia questo testo dai precedenti è qualcosa che lui stesso dichiara: la sua mancanza di “cittadinanza”.

Cosmopolita, è nato a Roma, vive parte dell’anno a Parigi, conosce Londra e lì vi abita parte della sua famiglia, ha vissuto a lungo a New York. Tutti luoghi dove prima o poi si è sentito a casa, e ne ha così raccontato. Tutto l’Occidente, se vogliamo. Con Istanbul si è letteralmente e metaforicamente spostato a Oriente.

A Istanbul è stato uno straniero che cercava di cogliere lo spirito stambuliota, ha vissuto così le sue meraviglie per poi riportarle a noi in questo libro senza aver avuto la possibilità di razionalizzarle troppo, senza avere il tempo (né la possibilità) di fare anche di Istanbul la sua “casa”. Inoltre, come già detto, qui non è più Occidente. O meglio, ne è l’ultimo avamposto, se vogliamo. Augias scrive che la luna, quello spicchio che fa poi parte della bandiera turca, è, e al tempo stesso non è, la stessa luna che vediamo noi; che il porto della città, così vivo, è, e al tempo stesso non è, lo stesso tipo di porto di quelli che conosciamo. Ne attribuisce il motivo alla presenza degli elementi del pittoresco e soprattutto dell’esotismo, che per quanto, scrive, sia stato banalizzato dall’avvento del turismo di massa occidentale, è sempre presente e non potrà mai venire cancellato.

Ci sono tutti gli ingredienti per un racconto più che un saggio, di una fiaba bizantina (per l’appunto), colorata e profumata, ma che in realtà non si discosta mai dalla Storia. La fiaba di una città che come la nostra Roma è stata la capitale di un Impero, e che come la nostra Roma porta con sé i segni del tempo e dei (tanti) popoli che l’hanno conquistata e vissuta, ma in modo stratificato, senza mai far perdere traccia delle epoche più antiche.

Sempre posizionato topograficamente e temporalmente, il racconto ha tuttavia, abbiamo detto, una vita che non è quella tipica di un classico saggio. Santa Sofia è una cattedrale, ma viene raccontata come verrà raccontata nei capitoli successivi, per esempio, la vita di Teodora e Irene, imperatrici misteriose e terribili, figure interessanti nella loro femminilità quasi destabilizzante. L’Orient Express è un treno, ma porta con sé un fascino che ha conquistato la fantasia di un’infinità di persone, forse maggiormente occidentali, con il suo percorso meravigliosamente lungo e variegato tra due continenti, teatro non solo di delitti immaginari come ci ha abituato Agatha Christie, ma anche di una storia d’amore poco nota, melodrammatica, teatrale quasi, eppure assolutamente reale. Poi le Crociate, Sebastopoli, Florence Nightingale e il suo pioneristico prima, e indispensabile poi, sistema di cura dei feriti durante la guerra di Crimea – altro evento, per esempio, che trasformerà l’immagine degli occidentali del territorio – e altro ancora.

Al tema più scottante, che forse qualcuno si aspetta di trovare sviluppato, viene dedicato in realtà non più di una pagina. La dittatura di Erdoğan non viene però liquidata né sottovalutata in quelle pur poche parole, e non è ovviamente un caso che se ne parli nel capitolo finale, intitolato, guarda caso, “Tramonto sul Bosforo”.

Ma Augias lo aveva in qualche modo già spiegato: raccontando tutte le dominazioni e i governi della città, aveva riportato come la Turchia non avesse mai veramente vissuto una vera "democrazia partecipata". Ecco quindi il collegamento di tutto un racconto, di una città di misteri e fascino, con la sua pesante attualità.
Un racconto che riesce nel suo scopo.

 

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