"Seminario sui luoghi comuni" di Francesco Pacifico - quando il furto nobilita l'anima (dello scrittore)

[La voce narrante di seguito è un personaggio fittizio, così come tutti gli altri personaggi che interagiscono nel breve intreccio che segue. Gli episodi sono frutto della mia fantasia, senza alcun legame con la realtà, pertanto rilassatevi e godete di questo chupito. Se è la prima volta che vi imbattete in questa rubrica e vi appassiona la parte romanzata, vi invitiamo a seguirla dal suo primo capitolo che potete trovare qui]

Voglio prendere un libro per Virginia, aveva detto Adriano alla sua ragazza durante quel weekend insieme a Roma. Così, mentre sua sorella pensava di aprire il portone e uscire nell’ingresso, lui spulciava una grossa libreria alla caccia di qualcosa che le potesse piacere.

No no niente romanzi, lei ha un progetto... aveva ammiccato quando Eva aveva preso in mano l’ultimo best-seller di narrativa gialla svedese. Lei legge saggi.
La ricerca aveva dato i suoi frutti anche prima del previsto.
La casa editrice romana minimum fax finora ha sempre prodotto testi interessanti. Il Seminario sui luoghi comuni dell’altrettanto romano Francesco Pacifico non fa eccezione.

Scrittore su minima&moralia, blog di minimun fax appunto, dedicato agli approfondimenti culturali, Pacifico teneva una rubrica i quali articoli, poi selezionati e revisionati, sarebbero diventati questo libro dal titolo omonimo.

Dava forma pubblica a un’occupazione che portava avanti personalmente da dieci anni prima: ricopiare pagine di romanzi amati.

Pubblicava un “brano del giorno” da un certo libro, commentava contestualizzando, individuando il tema e riportando le sue impressioni e poi lanciava tutto nell’etere, con l’idea di lasciare ai lettori qualcosa di valore di cui potessero fare “una cover aggiornata ai tempi”.

Chi scrive o tenta di scrivere ha avuto almeno una volta (più di una, e dai) la tentazione di crearsi un arsenale di brani già pronti, perfetti, amati, e provare la furbesca sensazione di averli scritti di proprio pugno, perché di proprio pugno li si è copiati.

La frase precedente ha un che di sinistro, vero? Dà l’impressione di un’occupazione da ladri, da plagiatori, da mediocri personalità senza fantasia e senza il coraggio di avventurarsi nel mondo della creatività scritta usando la propria voce. Lo stesso Pacifico intelligentemente lo ammette: sì, l’ho fatto. “Non è un canone di classici, ma un elenco di persone derubate” scrive.

Eppure, altrettanto intelligentemente, ci fa capire come sia un furto che non si merita una punizione (un delitto senza bisogno di castigo, per restare nell’ambito letterario e infilare una pessima battuta che non sono riuscita a tenere per me).

Tecnicamente, non si tratterebbe nemmeno di un furto, a patto di rispettare in ogni caso la legge del “Tu potrai desiderare la scrittura d’altri, ma non commetterai plagio”.

Perché questo? Pacifico spiega. Per suonare bene la melodia che più o meno hai in testa, ti serve uno strumento buono, giusto? I bei libri sono la foresta che fornisce il legno per il tuo strumento. Dopo aver trascritto un brano bellissimo di un classico non diventerai automaticamente un grande scrittore. Ma la prossima volta che starai per tornare a “le tue frasi abborracciate”, magari “le dita possono cominciare a indispettirsi” perché da quell’operazione di trascrizione, da quel furto letterario “qualcosa viene trattenuto, e continuando a rubare dai classici ricopiando belle pagine magari la tua scrittura migliora”.

Pacifico chiarisce poi che non è nemmeno “obbligatorio” rubare dai classici famosi. L’esempio che riporta è fantastico, perché la pensiamo allo stesso modo: se Gogol’ è famoso per Le anime morte, è dall’incipit de La prospettiva Nevskij (da i suoi Racconti di Pietroburgo) che è davvero meritevole rubare.

Questo per spiegare a grandi linee la sua idea, esposta chiaramente nell’introduzione. Poi seguono i brani: in una collezione completa e scelta, la merce rubata ci viene esposta, con il cartellino con il nome del proprietario derubato e con un commento a ciò che ha significato quella merce per lo scrittore-ladro tanto da volersene impossessare.

Quindi qui entriamo in una dimensione diversa: ci lasciamo alle spalle l’idea del furto e cominciamo ad esaminare i diamanti del bottino. Capote, Nabokov, Gadda, Proust, Kafka, George Eliotbenedetto Middlemarch, che gioia trovarti! - Boccaccio, Svevo… insomma, roba di prima qualità.

Ogni brano affronta un particolare aspetto della vita, come è compito e impeto naturale della letteratura fare. I commenti del Robin Hood di questo piccolo testo (perché se dobbiamo parlare di furto, è chiaramente rubare ai ricchi per dare ai poveri) sono interessanti e importanti ma non tanto per la loro forma quanto per il significato, ovvero inquadrano secondo una visione soggettiva il brano in questione. Questo può esserci di aiuto, lui adesso è anche il nostro esperto di preziosi e armato di monocolo ci sta dando una sua valutazione. Ma quello che veramente succede – e quello che è davvero l’intento – è farci innamorare (o schifare, perché no?) della merce rubata stessa. Mostrandoci i riflessi di luce di un certo diamante, possiamo ammirarlo tanto da volerne ancora, oppure decidere che no, non ci interessa poi così tanto, oppure ascoltando la valutazione possiamo gridare “Ma se vale almeno venti volte tanto!” sbattendo il pugno sul tavolo.

Un atto d’amore per la bellezza della letteratura e per la sua arte, con il più che nobile intento di, se non proprio formare scrittori migliori, almeno far scoprire e forse innamorare dei grandi che ci sono stati.

Dimenticavo: anche se non voleste diventare scrittori, copiare brani che vi sono piaciuti li fa cementare nel cervello e nella memoria, vi obbliga a rifletterci sopra e in ogni caso durante l’operazione di copiatura permette di assaporarli parola per parola.

È un regalo che si possono fare tutti, anche chi volesse “soltanto” leggere.

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