“Stonewall”

Sorprende parzialmente questa svolta nella filmografia del regista, sceneggiatore e produttore - di origine tedesca - Roland Emmerich. Da sempre interessato, sia al genere catastrofico, sia all’utilizzo di grandiosi e molteplici effetti speciali, “Stonewall” rappresenta un allargamento chiaro dei suoi interessi lavorativi. Famoso, infatti, per aver diretto “Indipendence Day” (1996), “Godzilla” (1998), “The day after tomorrow” (2004), “2012” (2009), ma pure “Stargate” (1994), “Il Patriota” (2000), “10.000 A.C.” (2008) e “Sotto assedio” (2013), la pellicola sembra diretta per essere la più personalmente autentica di Emmerich. In poco più di due ore, egli racconta i moti avvenuti nel 1969, a New York, presso il bar Stonewall Inn. Pur con qualche limite, è un esempio di quando il cinema assume lo stesso valore di un documentario o di un affresco storico, in grado di far percepire allo spettatore, anche giovane, il clima, le tensioni, le paure e l’arretratezza della società degli uomini di appena 47 anni fa.

Nella caldissima estate del 1969 - quella in cui scompare prematuramente l’attrice Judy Garland, considerata per antonomasia un’icona gay, grazie ad una sua celebre fotografia scattata nel 1957 - New York è il palcoscenico dell’ennesima retata ai danni degli omosessuali, visti dalle forze dell’ordine come malati, reietti e bisognosi di cure psichiatriche. Così, migliaia di omosessuali reagiscono con forza e si ribellano alle loro prepotenze, facendo nascere il movimento per i diritti LGBT. Se per il regista quei poliziotti incarnano l'intolleranza, la violenza fisica e la discriminazione, il mondo gay diviene la bandiera della libertà individuale e sessuale. E’ bene ricordare, infatti, che omosessuali, lesbiche, transessuali e drag queen, finirono sulle prime pagine dei giornali e sui telegiornali degli U.S.A. dopo aver scatenato l'inferno per quattro notti consecutive.

Il film ha aperto la recente edizione del Torino Gay & Lesbian Film Festival, dopo aver ricevuto molte critiche dalla stampa americana ed aver incassato ben poco. L’accusa più diffusa è quella di aver preferito il ricorso a personaggi di fantasia e di aver lasciato sullo sfondo, sia il clima della metropoli e del bar che presta il nome al titolo del lungometraggio, sia la profondità del trionfo ottenuta da una comunità all'epoca completamente emarginata. Forse il regista e lo sceneggiatore, entrambi dichiarati, hanno voluto giocare sul sicuro e restare sul binario del blockbuster, ma, nonostante questo, a parere di chi scrive, “Stonewall” piacerà anche senza entusiasmare. Tenero e carino il personaggio del britannico Jeremy Irvine, ancora bravi Jonathan Rhys-Meyers e Ron Perlman.

Consigliato: ai curiosi della storia che non viene narrata sui libri di scuola, ai giovani che vogliono sapere di chi sia figlia la battaglia politica - attualissima in Italia - delle Unioni Civili, ai meno giovani che vogliono ricordare anni davvero molto diversi dagli attuali. Voto: 6,5.

Leave a reply

*