STORIA DI UNA CICATRICE

Una delle cose che odiavo di più da piccola era attraversare il cortile di notte, specie in inverno. Il mio senso di vulnerabilità raggiunge il suo picco massimo di notte, rendendomi propensa alla malinconia e a volte persino alla disperazione. Ero in quelle condizioni mentre viaggiavo in pullman verso Danzica, reduce da una relazione di un mese e mezzo, totalmente insensata, con un collega di lavoro francese, verso il quale ora nutrivo soltanto uno sporadico e pungente risentimento. La strada da Cracovia era lunga, molto lunga, e inizialmente avevo cercato di appisolarmi per tamponare i pensieri inquinati e dolorosi che mi dominavano. Poi, da Torun in poi, il pullman si era riempito, e una grassa signora polacca si era seduta accanto a me. Avevo cominciato a borbottare a bassa voce, per farle credere che fossi pazza e quindi indurla a sedersi altrove non appena il bus si fosse un po' svuotato. Aveva funzionato a meraviglia: la corpulenta signora si era precipitata sul primo posto disponibile lasciandomi sola con il mio malessere per tutto il resto del viaggio.

Mi lasciai trascinare dai miei pensieri in giro per Danzica, da mattina fino a tarda sera, sentendomi assente e sciocca come un pioppo sbattuto qua e là dal vento. Mi fermai più volte a fissare il fiume di Danzica, con i riflessi opachi e leggeri delle vecchie case che oscillavano sull'acqua, come schegge di carta colorata che continuavano a infrangersi. Più volte passai sullo stesso ponte, cercando di convincere me stessa di vivere in un tempo molto anteriore alla mia nascita, giusto per intrattenere per un po' i miei pensieri con fantasie innocue e piacevolmente frivole. Decisi di bere due lunghi e lenti calici di birra a cena, dopo aver scelto accuratamente il tavolo più vicino alla sponda del fiume, in un ristorante dall'aspetto confortevole, per poter continuare con calma i miei futili vagheggiamenti mentre osservavo le armoniose coreografie di luce sull'acqua.

Acquistai altre birre in un piccolo negozio, tornando verso l'ostello, birre scure, dalla gradazione alcolica molto alta, per essere sicura di affogare i miei pensieri almeno per quella notte e per poterle condividere, eventualmente, con altri ospiti dell'ostello. Appena entrai nel salotto comune, capii di aver avuto fortuna: tre giovani olandesi mi salutarono amichevolmente e mi invitarono a bere con loro. Avevano due bottiglie di vodka sul tavolo. Quando mi sedetti, smisero di parlare olandese e cominciarono a usare solo l'inglese, per riguardo nei miei confronti. La vodka era tiepida e forte, e la gradevole ebbrezza che mi aveva procurato la birra a cena si trasformò in fretta in un confuso tonfo di emozioni. Uscii a fumare con il più bello dei tre ragazzi olandesi. Mentre sorseggiavamo vodka e birra dallo stesso bicchiere mi aveva fatto sedere sulle sue ginocchia, e ancora non capivo come un giovane dai lineamenti così incantevoli, per quanto ubriaco, potesse interessarsi a una donna esteticamente mediocre come me.

"Sono capitato a Danzica per caso", mi raccontò il ragazzo mentre fumavamo una delle mie sigarette. "C'è questa agenzia di viaggi in Olanda. Tu paghi e vai in aereoporto e lì ti danno una busta chiusa con il tuo biglietto. Fino a quel momento tu non sai dove stai andando. E' una sorpresa." "Quindi tu non saresti mai venuto a Danzica di tua iniziativa?" "Non ci avrei mai pensato, seriamente", riflettè il ragazzo. "Ma credo che un po' di imprevisti in questa vita di merda non guastino, alla fine". Aspirai la mia boccata con lentezza. "Anche tu?", gli chiesi. Notai per la prima volta che i suoi bellissimi occhi grigi avevano un bagliore quasi angosciante, a volte. "Non hai mai pensato di ucciderti?", mi chiese, a bruciapelo. "Certo, soprattutto ultimamente", risposi. L'olandese si mise a ridere e mi strinse a sé. "Ecco vedi", disse, "è davvero curioso. Nessuno parla mai di queste cose. Ma quando qualcuno come me in una serata così tira fuori questa domanda, magari dopo aver bevuto un po', salta fuori che i pensieri suicidi non sono così rari, alla fine. Tutti pensano di ammazzarsi. Solo che non lo dicono". Gli passai la sigaretta, che lui aspirò con evidente piacere. "Sai quante volte prendo la macchina, guido a velocità folle e penso... beh, basterebbe che io non frenassi, basterebbe che io andassi dritto, a questa velocità, e in pochi secondi tutto sarebbe finito... Sai quante volte ci ho pensato?" Lo guardai in viso, ma non riuscii a sostenere il suo sguardo: i suoi occhi lampeggiavano una sicurezza quasi beffarda, che non chiedeva compassione. "E quindi sono in tanti a pensarla così?", chiesi alla fine. "Oh, molti più di quanti tu ti immagini, credimi".

Tornammo dentro. Gli altri olandesi erano andati via ed eravamo rimasti solo noi due. "Dormiamo insieme stanotte?", propose il ragazzo. Annuii: anch'io avevo bisogno di conforto quella notte, dopotutto. Prima andai in bagno, ma la porta era scheggiata e nell'aprirla mi procurai un profondo taglio curvo, sulla falange di un dito. Quando tornai al mio letto, mostrai all'olandese la ferita che sanguinava abbondantemente. "Sembra un sorriso", osservò lui. "Allora spero che mi rimanga la cicatrice", riflettei, "mi fa piacere avere un dito felice". L'olandese scoppiò a ridere di gusto. "E' certamente meglio di niente", sussurrò, stringendomi a sé con dolcezza. Si addormentò subito, senza far rumore. Ora che i suoi inquieti occhi grigi erano chiusi, la sua bellezza aveva una serenità angelica e tranquilla. Mi fasciai scrupolosamente il dito in un fazzoletto, perché non sporcasse le lenzuola di sangue, e mi addormentai accanto a lui.

Ho amato molto quella cicatrice, finché è durata. Putroppo, da un po' di tempo è talmente sbiadita da risultare ipercettibile a prima vista. Ma se guardo molto bene, distinguo ancora il pallido contorno di un sorriso sul mio dito medio, e mi viene da sorridere di riflesso.

 

Immagine copertina: www.tiriordino.com

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