“Suburra”

La Suburra (dal latino sub-urbe) era un quartiere popoloso della Roma antica, per lo più abitato in condizioni miserabili dal sottoproletariato urbano. Non a caso, infatti, con lo stesso termine ancora oggi si intende, nel linguaggio comune, un luogo malfamato, dominato dal crimine e dall’immoralità. E proprio per questo motivo che Giancarlo De Cataldo ha così intitolato il suo romanzo, da cui è stato tratto il film di Stefano Sollima (figlio di quel Sergio Sollima, a cui la pellicola è dedicata, che nel 1976 dirigendo “Sandokan” ha rivoluzionato la tecnica e la modalità degli sceneggiati televisivi). Sullo sfondo di una Capitale raffigurata come luogo di ogni bassezza umana, si incrociano le vicende (ricatti, suicidi, omicidi, droga, attentati malavitosi, vendette, tangenti, sesso a pagamento) di varie tipologie di personaggi, tipici - ahinoi - dei nostri tempi (un Pontefice intenzionato a dimettersi, boss del quartiere di Ostia Lido, criminali metropolitani, politici corrotti, prostitute, zingari, clan mafiosi). Per rendere il tutto maggiormente realistico sono stati coinvolti i migliori attori nati nella Capitale: da Pierfrancesco Favino (il Libanese nel film “Romanzo Criminale”, 2005) a Claudio Amendola, da Elio Germano (il Toso in “Faccia d’Angelo”, 2012) a Greta Scarano. Ognuno di loro offre una valida interpretazione che, insieme al regista, costituisce uno dei punti di forza della pellicola. Allo stesso tempo, però, il mondo romano della politica e del malaffare risulta avvicente più per gli spettatori non alla ricerca del pelo nell’uovo, perché la malavita sembra ritratta riproponendo molti cliché già visti e inseguendo le strade già battute, ad esempio, dalla serie televisiva “Romanzo Criminale”, non a caso anch’essa diretta da Stefano Sollima. Anche il ritratto della Capitale non convince in pieno, perché non è sufficiente il grigio, la pioggia incessante e l’aria quasi spettrale, per renderla una metafora del male. Sollima, comunque, ne esce bene confermandosi ancora come un valido regista di genere, in grado di raccontare, seppure con qualche limite, l’Italia grigia e nera a noi contemporanea. Infatti, se aveva bene illustrato i lati bui e meno noti degli anni 70-80 grazie alle figure del Libanese, del Freddo e del Dandy, riesce a raccontare altrettanto bene i lati meschini di quegli uomini politici privi di qualunque moralità, grazie alle figure di Malgradi, del Samurai e del Numero 8.

Il film è una coproduzione Italo-Francese, ha una durata di 130 minuti ed è stato sceneggiato, tra gli altri, da Sandro Petraglia e Stefano Rulli, già autori di “Il muro di gomma” (1991), “Pasolini, un delitto italiano” (1995), “La meglio gioventù” (2005), “Romanzo di una strage” (2012).

Consigliato:  a chi vuole vedere un buon film italiano, che avrebbe potuto essere un grande film italiano. Voto: 7-

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