SUCCEDERA' UN CASINO QUA, VEDRAI

Quando uscii dall'aereoporto di Adana ero ancora intorpidita dalle lunghe ore di volo e dalle grida fastidiose e ininterrotte dei numerosissimi bambini che viaggiavano nel mio stesso velivolo. L'ondata di caldo che mi investì, nonostante stesse già calando il tramonto, la quantità di gente ammassata sui marciapiedi e l'intensità del loro vociare mi fecero sentire immediatamente vulnerabile e spaesata, ma per fortuna individuai subito Akmed e i suoi due coinquilini di cui mi aveva parlato.

"Com'è andato il volo?", mi salutò Akmed in tedesco: ci eravamo conosciuti nel primo semestre di Erasmus in Germania e comunicavamo esclusivamente in questa lingua. I ragazzi presero la mia valigia e mi portarono nel miglior ristorante della zona. "Adesso che sei in Turchia, finalmente, devi per forza mangiare un vero kebab", mi sorrise Akmed. "Per due giorni staremo qui ad Adana perché devo seguire qualche lezione in università, poi però andremo dalla mia famiglia a Mersina. Non vedono l'ora di conoscerti. Non hanno mai visto un'italiana di persona".

La compagnia dei coinquilini di Akmed fu molto piacevole, ma ero eccitata all'idea di visitare anche Mersina, la città curda per eccellenza. "Noi tre siamo curdi", mi disse subito uno degli amici di Akmed. "Qui ad Adana ci sono troppi turchi. Alcuni di loro sono bravissima gente, ma non c'è da fidarsi troppo". "Loro non sanno cos'è l'ospitalità", intervenne Akmed. "Non sanno trattare bene gli ospiti. Noi curdi siamo diversi, te ne accorgerai". Mi ricordai di tutte le volte in cui Akmed si era sentito in dovere di precisare, ai tedeschi, che anche se veniva dalla Turchia lui non era turco.

Mersina, vicinissima al confine con la Siria, era ancora più calda di Adana. Dai palazzi e dalle fittissime casette che la componevano spuntavano ad ogni ora sciami di donne e di bambini. Delle due sorelle di Akmed, una indossava il tradizionale abito lungo con il velo, l'altra una maglietta a maniche corte e un paio di jeans. "Le donne qui sono libere di vestirsi come vogliono", spiegò Akmed. Mi indicò sua cugina, che era venuta apposta per conoscermi. Aveva circa trentacinque anni ed era vestita all'occidentale, con i tacchi alti e un pesante filo di trucco. In casa fumava sigarette. "Lei ama molto la cultura americana. Ascolta solo musica rock. E' scappata dall'Iraq perché Saddam Hussein stava massacrando i curdi". "Qui siete più al sicuro?", chiesi, pensando a quando, quello stesso giorno, Akmed era uscito allarmatissimo dal centro curdo che stavamo visitando perché mi ero spostata dalla sua visuale per buttare un mozzicone e lui temeva che, vedendomi in compagnia di curdi, qualcuno mi avesse rapita. "Sicuramente più che in Iraq", rispose Akmed, pensieroso. "Ma abbiamo un governo di merda. Non riconoscono il nostro paese, il Curdistan". Indicò uomini e donne armati che parlavano in curdo, sullo schermo del televisore. "Questo canale è proibito qua in Turchia. Ma noi lo guardiamo lo stesso. Questi sono i nostri guerrieri, stanno morendo per liberare il Curdistan. Vogliamo la nostra terra, vogliamo essere indipendenti e al sicuro. Ci stiamo preparando, abbiamo molti figli. Tra qualche anno succederà un casino qua, vedrai". Era il 2008. Akmed spiegò a sua madre in curdo di cosa stavamo parlando. La donna, allungandomi l'ennesimo piatto di riso e carne di agnello, annuì vigorosamente, alzando gli occhi al cielo e mormorando qualche frase in curdo. "Dice che, nonostante tutto, almeno noi abbiamo un tetto sulla testa e la possibilità di studiare perché papà ha un lavoro. Ringrazia Allah per questo", tradusse Akmed in tedesco.

Mi dispiacque lasciare Mersina dopo appena qualche giorno, perché la famiglia e gli amici di famiglia di Akmed erano estremamente premurosi nei miei confronti: i bambini mi servivano con uno zelo quasi imbarazzante, le donne mi facevano molte domande sul mio paese, gli uomini conversavano sempre volentieri con me, mentre Akmed faceva da interprete. Sul treno che ci avrebbe riportato ad Adana, Akmed diventò improvvisamente molto silenzioso, e notai che il suo sguardo si era fatto cupo. "Cambiamo carrozza", disse alzandosi dal suo posto. "Perché?", chiesi. "Questa è troppo affollata, andiamo in fondo al treno", rispose con un tono che non ammetteva repliche. Il vagone era quasi vuoto, ma lo seguii senza contraddirlo. Quando ci sedemmo nell'ultimo vagone gli chiesi il motivo del suo insolito comportamento. "Hai visto quell'uomo vicino a noi, quello con lo zaino accanto?" Non ci avevo fatto caso, ma annuii lo stesso. "Mi ha fatto una pessima impressione. Ho pensato che potesse avere degli esplosivi", spiegò Akmed con una calma che mi gelò il sangue. "Perché, succedono queste cose qui?", chiesi con una voce altrettanto tranquilla, che mi gelò il sangue per la seconda volta. Akmed annuì. "A volte, non spesso. E' il governo che organizza questi attentati, per poi incolpare i curdi e giustificare azioni repressive nei nostri confronti. Ho pensato che se ci allontaniamo e c'è davvero una bomba, se siamo fortunati magari sopravviviamo". Guardai fuori dal finestrino: il sole era limpido e brillante, il cielo di un azzurro incontaminato e totale. In treno non faceva nemmeno troppo caldo. E' una bellissima giornata, pensai guardando le lancette che si muovevano con una lentezza esasperata sul mio orologio.

 

Copertina: https://anfsorani.com/

Leave a reply

*