Suite francese di Irène Némirovsky - in una parola, Bellezza

Il mio "blocco della lettrice", una volta dissolto, mi ha portato un grande piacere.

Se conoscessi meglio la musica, credo che questo potrebbe aiutarmi. In mancanza della musica, quello che al cinema si chiama ritmo. Insomma, preoccuparsi da una parte della varietà e dall'altra dell'armonia. Nel cinema un film deve avere una unità, un tono, uno stile.

Questo scrive Irène Némirovsky riguardo alla sua grande opera che resterà incompiuta, Suite francese. Il titolo si riferisce all’idea di uno scritto che sia come un poema sinfonico in cinque atti: una composizione musicale dove le parti si legano tra loro e sviluppano un’idea poetica, un’immagine. Quella di Némirovsky è la sua patria ed è il suo tempo, la Francia della Seconda Guerra Mondiale.

Riuscirà a completare solo le prime due parti, Tempesta di giugno e Dolce, prima di venire deportata come ebrea nel 1943 e morire infine ad Auschwitz. Era consapevole che non avrebbe terminato di scrivere, ma scrisse lo stesso, e scrisse bene. Il suo lavoro sarà pubblicato postumo soltanto nel 2004.

Il risultato di questa suite incompleta è affascinante anche tenendo conto del destino tragico della sua autrice, che ben sapeva cosa le sarebbe successo in quanto ebrea nella Francia occupata dai nazisti. Infatti, i primi due movimenti, gli unici che abbiamo, sono quelli che parlano di un rapporto tra francesi sconfitti e tedeschi vincitori e occupanti che è decisamente complesso e non si limita certo all’odio e alla consapevolezza degli orrori del nazismo, anzi. La storia finisce nel 1941, e Némirovsky ben sapeva di non poter scrivere di deportazioni e campi, anche perché non si può scrivere di Auschwitz senza esserci stati. L'orrore sarebbe arrivato dopo, forse, vista la sua idea di far diventare “qualcosa di cattivo” i movimenti successivi e vista soprattutto la sua condizione di donna che conosceva fin troppo bene i fatti. Di ebrei, tra l’altro, non ne figura nemmeno uno: tutti i protagonisti francesi sono gentili.

La trama è semplice e infinitamente affascinante: la storia comincia all’aldilà della sconfitta della Francia. I parigini sfollano nelle campagne, ognuno con i suoi destini. La seconda parte narra dell’occupazione tedesca di un paesino, Bussy, legato al primo movimento perché già teatro di vicende di altri personaggi, e della tormentata e proibita storia d’amore tra una “sposa di guerra” e l’ufficiale tedesco che si trova a dover ospitare in casa sua.

Un romanzo corale, quindi, e “umanistico”: l’Uomo è il protagonista assoluto, anche quando la Storia è forte e impone la sua presenza. Sono infatti sempre le relazioni umane al centro della scena, conosciamo i fatti storici attraverso le conseguenze pratiche e psicologiche sui vari protagonisti, e stranamente in questo modo la Storia che è apparentemente sullo sfondo, si rivela ancora più imponente proprio perché qualcosa di tangibile e di immediato, intimi effetti, e il suo peso aumenta più di quanto avrebbe fatto in un saggio sull’argomento o con una posizione diversa all’interno della struttura del romanzo.

Gli uomini protagonisti, quindi. Di fatto, una serie magnifica di ritratti di caratteri e situazioni, a volte tragicomiche, con una sensibilità e acutezza di sguardo sui rapporti umani che è davvero ammirevole. Il linguaggio poi è poetico e al tempo stesso semplice e scorrevole. Non sono risultati facili da ottenere. Vediamo così lotta di classe anche tra i vinti, aristocrazia e soprattutto borghesia contro il popolo e i contadini, e il rapporto di tutti loro con i tedeschi. C’è odio e vorrebbero tenerselo stretto, ma finisce per esserci una complessa e interessante fascinazione per i nazisti, con i loro cori, le loro uniformi, lontani da Berlino e da Hitler se non nell’Heil del loro saluto, che fa correre un brivido strano per la schiena.

Questo elemento è il più interessante in assoluto: è un contrasto programmato con le parti future (mancanti) ma è allo stesso tempo uno specchio fedele dei tempi, tra l’altro modernissimo nella sua concezione di accettazione del diverso, anche quando porta una svastica. Questo rapporto sarebbe stato capovolto? Con l’ultimo movimento che forse si sarebbe intitolato Pace, cosa avremmo visto? Un perdono, una nuova accettazione, o una condanna definitiva? Chiederselo è lecito e rispondere è impossibile. Fa parte del grande fascino e della grande bellezza di quest’opera.

Viene lecito chiederselo soprattutto, ovviamente, in Dolce. Una francese e un nazista. Eticamente è tutto sbagliato e la giovane Lucile Angellier lo sa, ma sa anche che Bruno von Falk è un ragazzo straordinario: un musicista mancato a causa della guerra, devoto al suo paese e al senso del dovere militare (mai una volta si sente dire, però, devoto a Hitler e alla sua causa, né sapremo mai le sue opinioni sugli ebrei e il loro destino). Bruno ama e parla soltanto del vento della Germania Orientale dove è nato, e di musica e di libri e di “senso comunitario” riguardo al suo popolo. Un’ambiguità meravigliosa e che lascia perennemente sospesi nel dare il proprio giudizio su di lui – e di fatto su tutto il reggimento di Bussy e volendo esagerare su tutto l’esercito tedesco.

La storia, o meglio il movimento, termina in un modo rocambolesco che vi farà piacere scoprire. Lascia con un senso definito di incompiutezza, che testimonia la bravura di Némirovsky e la validità del suo lavoro. Chissà cosa avremmo letto, se altri ufficiali come Bruno von Falk non l’avessero fatta salire su quel treno.

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